lunedì 19 novembre 2018

L'ORDINE DEL GIORNO di Éric Vuillard

L’ordine del giorno di Éric Vuillard non è un romanzo, e non è nemmeno un saggio, ma è il racconto ironico e disincantato di una tragedia che ha la solidità del saggio e la forza affabulante del romanzo. La Storia, raccontata dai libri di Storia, spesso risulta esangue, sembra che i fatti siano accaduti per una sorta di destino ineluttabile, per una legge di azione e reazione di meccanicistica memoria. E sembra che i protagonisti della Storia siano semplici nomi, maschere che recitano la loro parte; sembra che siano attanti incaricati di portare a compimento, come da copione, un fatto di cui si conosce già l’esito, e che per la lontananza temporale non ci sconvolge ormai più di tanto. L’affabulazione del racconto, invece, conferisce di nuovo carne, ossa, sentimenti, emozioni, virtù e (ahinoi!) vizi e malvagità a chi quei fatti ha posto in essere. Sì, perché in fondo sono gli uomini che fanno la Storia. I fatti avvengono perché sono gli uomini a volerlo, con buona pace del destino che cerca di fare pure lui la sua parte, pur rimanendo comunque sempre innocente.
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La storia che ci racconta Vuillard è quella dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania, consumatasi nel marzo del 1938. In realtà si tratta più che altro del racconto di ciò che accadde dietro le quinte. Uno spaccato degli avvenimenti di banale quotidianità che portarono all’invasione pacifica dell’Austria da parte delle truppe di Hitler. Tutto comincia con la riunione segreta tenuta a Berlino il 20 febbraio del 1933. Al palazzo del Presidente sono invitati i grandi capitani di industria dell’epoca, i nomi di alcuni dei quali, ancora oggi, risuonano per potenza economica e potere. Sono Krupp, Opel, Siemens e altri 21 tra i più importanti della Confindustria tedesca. A palazzo, Göring fa gli onori di casa, si mostra cordiale e cerimonioso anticipa in qualche modo il discorso del Führer che appare subito dopo. Hitler stringe la mano, ha parole cordiali; i presenti, molti de quali ripulitisi per l’occasione, sono curiosi, qualcuno dà segni di nervosismo, altri piacevolmente colpiti da una cordialità che non si aspettavano. Poi viene il discorso, semplice e diretto, che in sintesi dice che bisognava farla finita con un regime debole, allontanare la minaccia comunista, sopprimere i sindacati e permettere a ogni padrone di essere un Führer nella propria impresa. (Traduzione di Alberto Bracci Testasecca). In altre parole, l’ordine tassativo era quello di vincere le elezioni del 5 marzo, far sì che quelle fossero le ultime elezioni per gli anni a venire, stabilire un nuovo ordine in cui l’industria tedesca e la Germania potessero tornare a splendori prebellici; ma per fare questo era necessaria una propaganda straordinaria, quindi, senza mezzi termini, i signori industriali furono invitati a passare alla cassa.
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Comincia così una delle più disastrose avventure dell’uomo, che trova complicità e connivenza, proprio in quelli che la Germania avevano vinto e umiliato, imponendo un pesantissimo risarcimento di danni di guerra. La presunta mancanza di spazio vitale, la chiara intenzione di Hitler di allargare i confini della Germania, fu sottovalutata, in particolare dall’Inghilterra che, con la politica dell’appeasement di Chamberlain, appoggiata anche dal suo ministro Halifax, lasciò libera la Germania di inglobare i territori di lingua tedesca confinanti, per scongiurare il pericolo di un’altra guerra. Quello che il racconto di Vuillard mette in luce è soprattutto la malafede di Halifax quando fa visita a Hitler. Una visita in cui il ministro inglese non può non capire le reali intenzioni del Führer, ma che fa finta di ignorare, riportando il fatto che, in fondo, Hitler è così deliziosamente anticomunista che all’Inghilterra non può che fare piacere. I personaggi storici sono colti da Viillard nei loro gesti quotidiani, nelle loro debolezze umane, nella loro superficialità e nella loro vanità. Questo aspetto rende ancora più drammatico e assurdo quello che accadde dopo. La travolgente chiacchiera di Ribbentrop, l’inettitudine di Schuschnigg diventano nel racconto di Vuillard delle vere e proprie macchiette. La stessa invasione, fatta con mezzi mediocri fabbricati all’estero da società di facciata, diventa un comico ingorgo di Panzer in panne.
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Indubbiamente in Austria c’era una forte corrente d’opinione favorevole all’annessione, opinione rafforzata da una propaganda martellante. Il referendum, tenuto il mese dopo in condizioni di palese violazione dei principi costituzionali, sfiorò la totalità dei consensi. Ma se, da una parte, una moltitudine di persone aveva assistito al trionfante discorso del Führer davanti al palazzo di Sissi, per molti fu l’inizio della fine. Per tutta l’Austria ci fu un’ondata di suicidi, a cui seguirono rastrellamenti e deportazioni. Sei mesi dopo, il tragico errore della diplomazia inglese si ripeteva con i Trattati di Monaco, che consentivano a Hitler di entrare nel Territorio dei Sudeti. Il sottovalutare, l’abbassare la guardia, l’accondiscendere, anziché il contrastare quando si è ancora in tempo, faranno sì che una lunga scia di sangue scorra per i successivi sei anni. Ancora una volta leggerezza e superficialità apriranno le porte al male. Se la Storia ha qualcosa da insegnare, è proprio questo: tenere alta l’attenzione sulle derive autoritarie e non farsi ingannare da false paure. Ma questo, anche oggi, lo capiscono solo gli uomini che la voce della Storia sanno ascoltare.
© Maurizio Ceccarani 2018

www.edizionieo.it
Éric Vuillard, L'ordine del giorno, Roma, Edizioni e/o, 2018

giovedì 20 settembre 2018

RUSSOFOBIA di Guy Mettan

Quando, poco più di due anni fa, andai alla presentazione di Russofobia-Mille anni di diffidenza di Guy Mettan pensai subito di scriverne sul Gufo ignorante, poi il vizio di leggere romanzi anziché saggi mi ha allontanato dal proposito. Oggi sento un forte bisogno di riparare a questa mia negligenza, suggerendo la lettura di questo libro, qualora non lo si conoscesse, perché si possa ampliare e approfondire la conoscenza di molti fatti recenti, e alcuni passati, che il mainstream dell’informazione ci ha sottoposto in versione univoca, ignorando o oscurando punti di vista alternativi, e alimentando in questo modo pregiudizi e luoghi comuni.
Guardia d'onore - Immagine Pixabay
Stiamo parlando della Russia che, caduta la pregiudiziale comunista, anche grazie a forti spinte occidentali, si pensava non dovesse più rappresentare per gli atlantisti il nemico numero uno. Eppure, ci siamo ritrovati con un entourage formato dai capi militari del Pentagono, dalla CIA e dalla NSA, nonché da tutto il comando NATO che ha portato avanti il vecchio progetto di estendere l’alleanza atlantica verso est, generando crisi, anche violente, in diversi paesi del vecchio blocco orientale. Anche la nuova amministrazione Trump ha dovuto aggiustare alcune scelte in questo senso, piegandosi ai forti poteri dell’ambiente militare USA e generando nei confronti della Russia una politica ambigua, direi strabica. A completare un quadro a dir poco imbarazzante, ci sono proprio le ultime decisioni di Trump di alzare le barriere doganali nei confronti dei propri alleati europei e contemporaneamente di ribadire ai medesimi il mantenimento delle sanzioni con uno dei partner commerciali più importanti per l’Europa: appunto la Russia. Ma il caso più grave è forse rappresentato da come gli organi di informazione occidentali si sono comportati nel descrivere la crisi ucraina. Il legittimo tentativo (indubbiamente appoggiato dalla Russia) di affermare la propria indipendenza o, al limite, la propria autonomia, di Donetsk e Lugansk, rispetto al governo di Kiev è passato come una guerra di invasione della Russia. E ancora poco o nulla si è detto dell’appoggio, diretto o indiretto poco importa, dato dalla Nato (con il silenzio colpevole dell’Italia) alle milizie neonaziste di Pravy Sektor, che hanno inflitto dolorose rappresaglie alla popolazione di nazionalità russa che vive nella zona del Donbass. In altre parole, pur convenendo che molte responsabilità devono essere ancora accertate non si perde “occasione per porre domande scomode alla Russia, mentre si eludono quelle che potrebbero compromettere l’Occidente”.
Piazza Rossa - Mausoleo di Lenin
Il comportamento delle forze atlantiche nei confronti della Russia, per trovare giustificazione e vigore applicativo, ha assoluto bisogno di creare un’immagine temibile e nello stesso tempo denigratoria di questo grande paese; ed ecco appunto la necessità di alimentare un’informazione complice che faccia accettare all’opinione pubblica l'idea che la Russia è un paese strano, di violente radici tartare, da cui è meglio stare alla larga e che, forse solo per caso, in tale paese sono nati artisti e scienziati geniali che sicuramente hanno, o avrebbero voluto, rinnegare la propria origine. Ovviamente senza pensare per un attimo che il fenomeno della dissidenza è stato in senso antisovietico e non antirusso.
Mosca - Giardini di Alessandro - Tomba del Milite Ignoto
 Proprio per capire meglio quali sono i punti di vista di questo ipotetico nemico e, soprattutto, per scoprire quella parte di informazione che è stata di fatto negata all’occidente, il libro di Guy Mettan viene in aiuto. Sì perché di questo si tratta. Russofobia non vuole essere un’apologia cieca della Russia, bensì tenta di ripristinare un equilibrio dell’informazione e rendere più sereno un giudizio politico e, se occorre, morale dei rapporti intercorsi tra i paesi occidentali e questa immensa “cerniera” tra oriente e occidente che chiamiamo Russia.

Il percorso proposto non ha dunque nulla a che vedere con un pamphlet antiamericano o antieuropeo che riprodurrebbe, capovolgendola, la divisione manichea a cui i media sono tanto affezionati, opponendo quindi una buona Russia perseguitata da un occidente cattivo.

Si tratta semplicemente di ricostruire la verità e la complessità dei rapporti Occidente-Russia e rendere giustizia alle decine di milioni di russi che tentano da 25 anni di erigere una democrazia frutto di una loro scelta e non d’importazione, di ricostruire un’economia devastata dalle privatizzazioni, e di forgiarsi un futuro proprio e non imposto dall’esterno. (Traduzione dal francese di Stefano Micunco).
Mosca
Nel percorso proposto dall’autore vengono presi in considerazione numerosi fatti antichi e recenti che hanno generato diffidenza e rivalità: dalle posizioni della Chiesa d’occidente nei confronti di quella bizantina alla russofobia francese, inglese e tedesca di epoca recente. Mentre sono interessanti e ormai storicamente interpretabili i fatti antichi, quelle che dovrebbero generare dubbi e perplessità sono le posizioni assolute riscontrabili nella stampa e negli organi politici occidentali,  a proposito di fatti recenti come il disastro di Überlingen, la guerra in Ossezia, i Giochi olimpici di Sochi, il sequestro di Beslan, il sequestro nel teatro di Dubrovka, la crisi in Georgia, la guerra in Cecenia, la crisi ucraina e così via. Sono, questi, tutti accadimenti di cui l’occidente ha ricevuto informazioni, critiche e interpretazioni fortemente polarizzate e contaminate da una volontà denigratoria di marca tipicamente atlantica. D’altra parte si tratta di quello stesso occidente che nel caso della parcellizzazione dell’Est europeo postcomunista ha sbandierato il diritto di autodeterminazione dei popoli, principio però non applicabile, a quanto sembra, alle maggioranze di nazionalità russa presenti nel Donbass e in Crimea.

Il lavoro di Guy Mettan è scrupoloso e puntuale. Ogni affermazione, ogni citazione, è confortata dal riferimento a pubblicazioni internazionali. Il libro, di scorrevolissima lettura, è venato da una sottilissima ironia, è corredato da un'interessante introduzione di Franco Cardini e da un apparato bibliografico straordinario, oltre che da note sulla traslitterazione che ne fanno un saggio di livello accademico. Senza scivolare nella consacrazione della Russia, a me sembra che questa pubblicazione riesca a mettere l’occidente di fronte ai suoi stessi difetti che, come in una proiezione di junghiana memoria, vengono trasferiti al di fuori delle coscienze occidentali e terapeuticamente imputati alla Russia. Una cosa è sicuramente vera: la Russia non è facilmente decifrabile per noi occidentali ma, come dice l’autore:

Se la Russia è difficile da comprendere non per questo la si deve caricaturare e interpretare attraverso lo specchio deformante dei cliché, dei pregiudizi e di una propaganda tanto più insidiosa in quanto non vuole rivelare il suo nome (Traduzione dal francese di Stefano Micunco).
Decorazione su vecchia scatola da lavoro russa.
Non credo che questo libro potrà dissolvere la diffidenza senza fine, né ridimensionare di molto la superiorità morale, tecnologica, economica, politica che l’occidente ha sempre ostentato nei confronti di un paese che, ricordiamolo, ha sacrificato milioni di morti nella guerra contro il Nazismo. Ma i libri servono anche a questo, a chiarire dubbi o a farli venire. Mi piace per questo concludere con le parole di Russians di Sting: We share the same biology, regardless of ideology. But what might save us, me and you, is if the Russians love their children too.
© Maurizio Ceccarani 2018

www.sandrotetieditore.it
Guy Mettan, Russofobia - Mille anni di diffidenza, Roma, Sandro Teti Editore, 2016 

martedì 3 luglio 2018

UN MOMENTO DI GUERRA di Laurie Lee

Un momento di guerra di Laurie Lee è l’ultimo libro della trilogia autobiografica dell’autore e racconta la sua avventura in Spagna quando, a ventitré anni, decise di arruolarsi nelle Brigate Internazionali che combattevano a fianco dei Repubblicani. Il libro narra l’esperienza di Lorenzo (nome di battaglia dell’autore) condotta in Spagna nell’inverno del ’37. La narrazione ha l’andamento di un memoir ironico e disincantato in cui i ricordi del suo primo viaggio in Spagna, in un paese cioè caldo, accogliente, povero ma gaudente, contrastano continuamente con l’ambiente ritrovato, insolitamente gelido, infido, scostante e, soprattutto, con l’inconsistenza delle azioni militari che vengono proposte.
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 Lorenzo arriva in Spagna attraversando i Pirenei con uno zaino in spalla in cui spicca la presenza di un violino. Vuoi per la stranezza del suo percorso, che per l’originale bagaglio viene subito fatto prigioniero proprio da coloro che vorrebbe aiutare a sconfiggere le truppe di Franco. Viene messo in una buca in compagnia di un altro che poi verrà fucilato. Non è chiaro nemmeno a lui per quale motivo verrà risparmiato, ma i continui sospetti sulla sua persona lo metteranno spesso in difficoltà. Una volta arruolato, i giorni passeranno nella noia della vita di caserma o nell’esecuzione di ordini dalle finalità oscure e discutibili.
Dalla descrizione delle città, in particolare dello stato delle chiese, delle case, dei pochi esercizi commerciali rimasti aperti, si deduce la ferocia scatenata dai Repubblicani, molto spesso in modo gratuito e senza una strategia che potesse portare a un risultato militare di qualche consistenza.

International Brigades
La pubblicazione della testimonianza di Lee da parte di Adelphi è importante, non solo perché va a integrare altre testimonianze più famose, ma soprattutto perché conferma alcuni aspetti della tragedia spagnola. In particolare vengono alla luce la disorganizzazione, o meglio la personalizzazione dei comandi, le divisioni tra gruppi anarchici e gli altri socialisti, le pessime dotazioni belliche, (per esempio munizioni non compatibili con le armi possedute), la ferocia ideologica e la cecità di alcune azioni, ma anche la passione politica e l’ingenuità di diverse forme di lotta, nonché l’ondata di simpatia nei confronti dei Repubblicani indotta a livello internazionale.
Anarchists
Chi volesse intraprendere un percorso di letture sull’argomento non può ignorare Per chi suona la campana di Hemingway. Anche se si tratta di un romanzo, questo è comunque frutto dell’esperienza di reporter dell’autore. I romanzi servono soprattutto a farci capire gli stati d’animo, le emozioni, i dubbi di chi, coinvolto dalla Storia, si trova ad affrontare situazioni e a prendere decisioni che in un contesto di normalità non avrebbe mai preso. Robert, l’inglés, il dinamitardo che dovrà far saltare un ponte, non ignora la componente umana delle sue azioni, ma agisce perché si possa realizzare un bene comune. Dello stesso autore, legata all’esperienza della guerra civile spagnola, ricordiamo la raccolta di quattro racconti e un dramma La quinta colonna.

Prezioso in questo percorso di lettura è indubbiamente Omaggio alla Cataloga di Orwell. Un memoriale accurato in cui vengono messe in luce tutte le contraddizioni, i punti deboli, ma anche i pregi dei combattenti repubblicani. Orwell ha combattuto in prima persona proprio tra le fila del Partito Operaio di Unificazione Marxista, rimanendo tra l’altro ferito in combattimento; egli ebbe modo in questa avventura di conoscere bene tutti gli aspetti dei vari gruppi socialisti e anarchici che animarono confusamente la lotta contro un nemico assai più forte che approfitterà proprio delle loro divisioni e della loro farraginosa organizzazione militare.
Partido Obrero de Unificación Marxista
Un altro importante autore che pure militò nelle Brigate Internazionali è Ralph Bates. Considerato il padre del romanzo proletario, Bates sull’argomento scrisse Sierra, romanzo la cui vicenda prelude alla guerra civile e che fa capire la situazione in cui versava la Spagna e forse, in qualche modo, fornisce una giustificazione alla violenza ideologica che si è scatenata in seguito. La guerra civile vera e propria è oggetto dei suoi romanzi Lean Man, storia di un rivoluzionario inglese verosimilmente basata sulla esperienza personale dell’autore  e The Olive Field, storie rivoluzionarie ambientate tra i coltivatori di olive. Peccato che i romanzi di Ralph Bates siano pressoché introvabili in italiano e difficilmente reperibili anche in lingua originale, almeno qui in Italia.

Un’idea, infine, di ciò che la guerra civile può aver significato in termini di paure, dolorose separazioni, bombardamenti ed esili speranze per la popolazione comune, possiamo farcela leggendo il romanzo del regista Carlos Saura Quella luce ispirato alla storia del giornalista Ramón J. Sender e della sua compagna. Storia di un amore lacerato dalla guerra in cui i personaggi, antieroi per eccellenza, assumono una dimensione metastorica fino a diventare simbolo di un ostinato amore per la vita.
© Maurizio Ceccarani 2018
www.adelphi.it
Laurie Lee, Un momento di guerra, Milano, Adelphi, 2018

giovedì 3 maggio 2018

RESTO QUI di Marco Balzano

Provate a immaginare che il vostro nome venga storpiato in una lingua straniera, una lingua che non conoscete, lontana dalla vostra cultura. Provate a immaginare che quel nome storpiato venga scritto anche sulle tombe dei vostri padri, dei vostri nonni. Provate a immaginare che sulla vostra carta di identità ci sia scritto un luogo di nascita che non esiste più. Ora ne esiste un altro, e si fregia dell’aggettivo “Nuova” davanti al vecchio nome. Provate a immaginare di affacciarvi ogni giorno alla finestra e di vedere un lago sotto la cui azzurra superficie si agitano fantasmi sommersi di generazioni di contadini, allevatori, artigiani che per secoli si sono spezzati la schiena per dare dignità e decoro ai loro masi che ora, fatti saltare con il tritolo, costituiscono il fondo sassoso del lago. È tra quei sassi che si agitano i fantasmi, tra quei sassi cercano ancora il loro letto, la credenza, il tavolo dove venivano consumate cene frugali, quando le parole e i silenzi legavano le persone e le generazioni le une alle altre. Solo una cosa non bisogna immaginarla, ed è il campanile che rompe la serena superficie del lago, come un urlo di pietra, come un cippo catastale lasciato lì a dire questa terra era nostra, questa terra ci è stata strappata.
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La storia dei cittadini di Curon e di Resia è una storia incredibile, una storia di soprusi, di mancato rispetto dei diritti più elementari; è una storia di rabbia e impotenza di fronte a un potere cieco e arrogante. Il romanzo di Marco Balzano è un libro che mancava; un libro che attraverso la finzione romanzesca, supportata però da una puntuale documentazione storica, restituisce agli Italiani una storia assente dai manuali di liceo, sconosciuta ai più. Una storia di dolore che si cela dietro la curiosa attrazione turistica di un campanile che svetta su un lago a testimoniare un paese sommerso. 
L’idea di unire i tre laghi della Val Venosta utilizzando una diga risale al primo decennio del Novecento, le concessioni vennero rilasciate negli anni Venti. Il progetto ripreso e abbandonato più volte, anche per via della guerra, ebbe attuazione alla fine degli anni Quaranta grazie ai finanziamenti svizzeri di cui fruì la Montecatini, titolare delle concessioni. Nel 1950 l’acqua sommerse Resia e Curon.
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Fin qui la cronaca. La storia, nel libro di Balzano è raccontata in prima persona da Trina una giovane aspirante maestra che, dopo gli studi, si vede negare il diritto a insegnare nella propria lingua, il tedesco, dai fascisti tutti intenti a italianizzare, con le buone o le cattive, le minoranze linguistiche di cittadinanza italiana. Trina non si arrende e, pur rischiando il confino, prende ad insegnare nelle scuole clandestine, le Katakombenschulen. Si sposerà con Erich, avranno Marica e Michael, ma Marica, ancora piccola, verrà portata via dagli zii a cui era stata momentaneamente affidata; di loro si perderanno le tracce. Non si sa se la bimba sia stata consenziente oppure no. Fatto sta che Marica è la grande assenza. Tutto il romanzo è strutturato come una lunga lettera, una lunga confessione a chi non c’è, a chi questa storia e questo dolore, dovrebbero essere partecipati. Erich, dopo essere stato ferito in guerra diserterà e si darà alla clandestinità in montagna con Trina; Michael crederà alle promesse di Hitler e si arruolerà volontario. Nella clandestinità Trina ed Erich conosceranno la fame, gli stenti, la solidarietà dei semplici e la ferocia assurda dei nazifascisti. Alla fine della guerra, anziché la pace, li aspetterà una nuova battaglia, condotta insieme alla comunità di Curon, contro il potere e un destino già scritto. La dolcezza, la determinazione di Trina e il suo incessante amore per Marica sono l’asse portante di questo romanzo che cala nella realtà, se pur romanzesca, quelle che sono le notizie fredde di una cronaca ormai dimenticata.  
© Maurizio Ceccarani 2018
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Marco Balzano, Resto qui, Torino, Einaudi, 2018

lunedì 9 aprile 2018

IL MARCHIO RIBELLE di Nicolai Lilin

Seguire la produzione di Nicolai Lilin è per questo blog ormai una piacevole abitudine. Questa volta il poliedrico scrittore-tatuatore torna con una serie di racconti ambientati nella sua Bender tardo-post sovietica e popolati dai ragazzi dalla banda dei Piedi Scalzi di Fiume Basso. Torna a questi luoghi dopo una lunga parentesi che ha visto il suo primo romanzo in terza persona Il serpente di Dio, la storia di spionaggio Spy story love story e la raccolta di favole della tradizione criminale siberiana Favole fuorilegge.


A ogni ritorno di Lilin riaffiorano le polemiche se sia realmente vissuto quanto raccontato, quanto ci sia in esso di mistificazione e quanto di verità. Su questo argomento ho già preso posizione in altri post del blog. Ovvero è questa una questione del tutto irrilevante. Il vissuto nulla aggiunge e nulla toglie a una realtà romanzesca che affonda indubbiamente in radici sofferte, ma che l’autore è poi libero di sviluppare secondo la sua poetica. I romanzi di Lilin sono romanzi d’azione in cui sentimenti ed emozioni nascono dalle situazioni. Questo, in un contesto nazionale di romanzi meditativi, riflessivi, sentimentali, moraleggianti o, nella migliore delle ipotesi, con qualche pretesa filosofica. È pertanto naturale che non tutta la critica tradizionale gradisca l’arte letteraria di Lilin. Va considerato inoltre che Lilin è un vero e proprio personaggio pubblico. Oltre a scrivere libri e a disegnare tatuaggi della tradizione siberiana, è anche commentatore politico. Egli ha spesso preso posizione in relazione alle sanzioni alla Russia e delle tragiche vicende della popolazione russa del Donbass, sottoposta a ogni tipo di vessazione da parte di gruppi ucraini di estrema destra.  È probabile quindi che alcune critiche rivolte a Lilin non siano solo di natura squisitamente letteraria. Cerchiamo perciò di leggere la sua opera indipendentemente da tutto questo.

Da una pagina Instagram di Nicolai Lilin
  www.instagram.com/p/Bg2C4UqAqJ1/?hl=it&taken-by=nicolaililin

La struttura del libro e molto simile a quella di Storie sulla pelle: a ogni racconto corrisponde un tatuaggio che, nella sua simbologia, rinarra la storia o esprime le caratteristiche del personaggio del racconto. Spesso nei libri di Lilin il disegno entra a far parte integrante del testo. Lo scenario in cui si sviluppano le storie è Bender, cittadina della periferia dell’impero ex sovietico che dopo una guerra di confine con la Moldavia è ora sotto il controllo delle autorità della Transnistria, sebbene queste non siano riconosciute a livello internazionale. In questa città, secondo la narrazione, esistono diversi gruppi criminali con nomi diversi, quello di Kolima, il protagonista e voce narrante in prima persona, è il gruppo dei Piedi Scalzi, banda giovanile di Fiume Basso. I Piedi Scalzi sono criminali onesti e, insieme alla loro comunità, sono in continuo contrasto con i criminali disonesti, ovvero quelli che non rispettano le regole dei vecchi criminali e che hanno fatto i soldi facili con la droga portata dagli zingari e dai poliziotti corrotti.

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Rispetto ai racconti di Storie sulla pelle, si ha l’impressione che i personaggi siano scelti con una maggiore cura e che ognuno di loro rappresenti una qualche disperazione, o un sogno infranto, o una lezione da imparare a memoria. Hanno essi un tratto umano, anche nella disumanità di qualche mostro, che li rende modelli di esistenza fallita o in faticosa costruzione. Lungo il corso di Fiume Basso, verosimilmente il fiume Dnestr, si sviluppano le storie di Corvo, capo della banda, che celebra il rituale di iniziazione per i giovani criminali, di Stinco, barbone distrutto dal carcere cui tutta la comunità dà aiuto, di Rubens, il metallaro di una banda rivale che si dimostrerà amico, di Bastardo, malvivente depresso perché, viste le sue condizioni fisiche, nessuno si batte più con lui, della dolce Katja che non si rifiutava a nessuno e che fu delusa dal suo unico grande more, e così via. Tra i delitti che albergano nel dark side degli uomini, si fa paradossalmente strada qua e là una piccola luce, tanto più preziosa quanto più nascosta nella viscosità del male. Perché, ricordando la lezione di Flannery O’Connor, il bene è più facile che nasca proprio nel territorio del diavolo.
© Maurizio Ceccarani 2018

Nicolai Lilin, Il marchio ribelle, Torino, Einaudi, 2018

ALTRI POST SU NICOLAI LILIN IN QUESTO BLOG



martedì 2 gennaio 2018

IL MIO CANE DEL KLONDIKE di Romana Petri

Osac meritava di passare alla storia. Come Argo, Buck, Rin Tin Tin, Hachikō, Rex, Lessie, Balto, Laika, Caffaro. Alcuni di questi cani sono pure invenzioni letterarie, altri sono realmente esistiti, tutti hanno dato vita a pagine memorabili. Ognuno di loro rappresenta un modello, un tipo, ognuno di loro ha una sua spiccata personalità. Osac è diverso da tutti questi e meritava di entrare, con la forza del vissuto, nell’immaginario letterario. In altre parole meritava una memoria che andasse oltre la tormentata esperienza vissuta tra gli umani.
 
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Nel leggere Il mio cane del Klondike di Romana Petri, in realtà, non mi sono venuti in mente subito quei cani. Ho pensato piuttosto a drammatiche storie d’amore, a Jacopo Ortis e Teresa, a Romeo e Giulietta, a Cyrano e Rossana, a Ed mani di forbice e Kim. Perché la storia di Osac è la storia di un amore assoluto, totalizzante, che si trova a fare i conti con un ostacolo insormontabile: quella barriera sottile e impenetrabile che separa la vita selvaggia da quella che noi umani definiamo civile. In realtà questa barriera a volte presenta delle falle, attraverso cui i due mondi entrano in contatto. Ma perché avvenga uno scambio, una comunicazione, occorre un quid rintracciabile solo nell’irrazionale, nel telepatico, nella sensibilità che solo un sentimento profondo può dare. Il tema del wildlilfe in questo blog è stato già affrontato nel post Pensare selvaggio del 19 aprile del 2016 e il libro di Romana Petri ci dà l’occasione per tornare a parlarne.
 
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La storia è quella di una adozione fatta sull’onda emotiva di un incontro segnato dal destino. Lei lo trova quasi moribondo, in condizioni disastrose, abbandonato dai soliti consumatori di pet usa e getta. Ha un collare troppo stretto in cui è cresciuto dentro, grappoli di zecche sulla pancia, e un carattere imbarazzante, che si rivela appena portato a casa. È nero, occhi luciferini, pesa quaranta chili, e il suo ingombro non è solo fisico. Si presenta subito come devastatore di divani, sfondatore di porte, divoratore di qualsiasi cosa vagamente masticabile capiti sotto tiro. La struttura del suo pensiero selvaggio è tanto semplice quanto è complessa e profonda la sua sfera emotiva. Osac, anagramma di caos, svilupperà per la sua salvatrice un amore profondo, una gelosia da dramma shakespeariano. Ogni tipo di vita sociale diventerà per lei impraticabile: medici fiscali costretti alla fuga, vicini minaccianti ritorsioni, esperti veterinari messi ko, tavolini che volano nei ristoranti, cucciole illibate stuprate violentemente, danni, spesso danni da risarcire, e una frase che si ripete: “se ne liberi”. Ma gli incontri voluti dal destino devono consumarsi in ogni loro aspetto, non possono sciogliersi così, con una fuga, con un abbandono, con una soluzione finale. Osac è un tripudio di forza, coinvolge con la sua violenza e la sua ingenuità, è inoltre di una bellezza araldica, ha nel sangue generazioni di orgogliosi combattenti. Tra lui e la sua salvatrice si stabilisce un contatto, una comunicazione intuitiva, irrazionale, in altre parole si crea quel varco telepatico, quel ponte esile e provvisorio tra il selvaggio e l’umano. Osac pretende un rapporto assoluto, difende e protegge la sua salvatrice come Buck difende Thornton e lo vendica ferocemente. Egli (mi piace usare egli al posto di esso) non ammette intrusi, e intruso si rivelerà il neonato figlio della sua salvatrice (dire padrona mi sembrava esagerato, anche perché immagino che a sentirsi padrone fosse lui). Per la sicurezza del bambino lei porta Osac in campagna dalla madre. Ma questo il cane lo vive come un tradimento. Scatenerà la sua furia dando vita a vicende che non voglio anticipare, ma che mi hanno fatto pensare più che a Buck, a un altro dei cani descritti da London: Macchia, il mezzo malemute tanto bello quanto portatore di disastri del racconto That Spot.
 
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Ma Il mio cane del Klondike non è solo la storia di Osac e delle sue imprese, è anche una profonda riflessione sulla natura umana e ferina, e su due aspetti dell’esistenza, la gelosia e la maternità, che in fondo qualche legame con la vita selvaggia, a ben vedere, lo hanno. Le riflessioni sono indotte dall’esperienza di avere un cane diverso, a cui non manca neanche la parola. La scrittrice infatti, nelle ultime pagine, si lancia in un esperimento narrativo degno di un Joyce o di un Faulkner e lascia la parola a lui, alla belva, che ha un suo idioma preciso, non privo di inflessioni dialettali. L’effetto non è comico, è di una tenerezza unica che può provare solo chi generosamente ha cercato quel varco.
© Maurizio Ceccarani 2017
www.neripozza.it
Romana Petri, Il mio cane del Klondike, Vicenza, Neri Pozza, 2017

venerdì 24 novembre 2017

EL di Edgardo de Habich nell'adattamento di Luca Milesi (Che Guevara - L'uomo dietro la leggenda)

Quanto tempo è passato da quel giorno d'autunno
di un ottobre avanzato, con il cielo già bruno;
tra sessioni d'esami, giorni persi in pigrizia,
giovanili ciarpami, arrivò la notizia.
Ci prese come un pugno, ci gelò di sconforto
sapere a brutto grugno: "Che" Guevara era morto.
(Francesco Guccini) 
Antonio Sebastian Nobili nelle vesti del Che - Immagine Compagnia Enter
Da quel giorno, sono passati cinquant’anni e la figura del Che continua a essere metafora di una lotta impari, di chi, senza compromessi, vuole realizzare un sogno, un’utopia. Incarna, il Che, l’eroe puro senza paura, che mette a disposizione la sua vita per uno scopo tanto nobile quanto improbabile da raggiungere. Eppure Ernesto Guevara qualcosa di concreto lo ha raggiunto: insieme a Castro ha cambiato il corso della Storia a un paese sfruttato da lobby internazionali, rendendolo la nazione più scolarizzata dell’America Latina, e con un sistema sanitario impensabile nei paesi limitrofi. Ma il suo sogno non poteva finire dietro una scrivania. Fu così che, salutati Castro e Cuba, nel tentativo di portare la rivoluzione in Bolivia, andò incontro al tradimento e alla morte. Indipendentemente da come si voglia giudicare, dal punto di vista storico e politico, il suo operato, la sua figura resta  simbolo di lotta e di ideali, al punto che a volte, forse impropriamente, è stata al centro di dibattiti anche negli ambienti dell’estrema destra, proprio per la sua peculiarità di purezza e coraggio. 
Stefano Di Giulio-guerrigliero e Alberto Albertini-Castro - Immagine Compagnia Enter
Edgardo de Habich scrisse EL nel ’79, mentre era ambasciatore peruviano a Cuba. La pièce teatrale si propone di dare un’immagine dell’uomo che si cela dietro l’eroe e dietro il simbolo, nonché suggerire i dubbi, i tormenti, le ragioni che hanno accompagnato le sue scelte. Il lavoro si sviluppa su due piani temporali che scorrono contemporaneamente e che continuamente interagiscono tra loro creando così un continuum tra azione e ricordo della medesima.
Antonio Sebastian Nobili-Che e Ilario Crudetti-guerrigliero - Immagine Compagnia Enter
Un semplice prete del dipartimento in cui fu ucciso il Che accoglie nella sua canonica, in una notte di tempesta, un Ranger dell’esercito regolare. Il prete è uno studioso di storia e sta scrivendo un libro sul Che. Il soldato, che si mostra incuriosito dell’attività del prete, si scoprirà poi essere l’assassino del guerrigliero. Sono, questi personaggi, i poli opposti di un’idea, di un problema politico, di un impegno. Curiosi l’uno dell’altro, e in un’atmosfera che si divide tra rispetto e sospetto, sebbene mitigata da qualche bicchiere di acquavite, i due dissertano sull’operato di El, chiamato semplicemente così. Nei loro discorsi le figure di Guevara e Castro, in una continua dissolvenza incrociata, si sovrappongono e si confondono con quelle di Cristo, Don Chisciotte e Sancho. Esse rimbalzano tra la follia del sacrificio e la saggezza del buon governo. Ed è proprio nell’idea del sacrificio che possiamo riconoscere alcuni tratti dell’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam: a Dio sono cari i folli. La follia, donchisciottesca o cristiana che sia, condurrà il nostro eroe al massimo sacrificio, per consegnarlo alla storia con l’aura di mito che conosciamo: Nulla sine tragoedia gloria. Nel corso della discussione tra i due, gli episodi più importanti della vita del Comandate si sviluppano, a volte sullo sfondo, altre volte prepotentemente in primo piano. A un livello metatemporale coinvolgono prete e Ranger, entrano nella loro discussione come schegge di passato, ne guidano dubbi, ipotesi e vaghe certezze. 
Antonio Sebastian Nobili-Che e Alberto Albertini-Castro - Immagine Compagnia Enter
Il lavoro è stato rappresentato dal 16 al 19 novembre scorso al Teatro Tordinona di Roma. A metterlo in scena la Compagnia Enter per la regia di Luca Milesi, con la collaborazione artistica di TeatroSenzaTempo. Sul palcoscenico Antonio Nobili, Maria Concetta Liotta, Serena Renzi, Alberto Albertino, Francesco Sotgiu, Ilario Crudetti, Stefano Di Giulio, Eleonora Zepponi. Una compagnia di giovani appassionati che hanno fatto percepire, nel piccolo magico spazio del teatro, il senso della tragedia di un uomo e quella di un popolo, il senso di amicizia e di amore che hanno accompagnato grandi ideali e, soprattutto, il dolore con cui questi si pagano. Tra i momenti più belli dello spettacolo il dialogo tra Castro-Albertino e un credibilissimo Che-Nobili nel momento in cui questi decide di riprendere la lotta armata. Da segnalare anche due bellissimi brani di Fado, inseriti con la funzione di sottolineare i momenti più alti del dramma, e mirabilmente eseguiti da Eleonora Zepponi. E infine un plauso alle bravissime Maria Concetta Liotta e Serena Renzi nei panni maschili rispettivamente del prete e del Ranger. Se il lavoro dovesse entrare in produzione, come auspicabile, sarebbe bello proporlo a un pubblico di giovani, a cui spesso manca informazione e studio di Storia contemporanea.
© Maurizio Ceccarani 2017
Il Ranger Serena Renzi e il prete Maria Concetta Liotta - Immagine Compagnia Enter