lunedì 19 novembre 2018

L'ORDINE DEL GIORNO di Éric Vuillard

L’ordine del giorno di Éric Vuillard non è un romanzo, e non è nemmeno un saggio, ma è il racconto ironico e disincantato di una tragedia che ha la solidità del saggio e la forza affabulante del romanzo. La Storia, raccontata dai libri di Storia, spesso risulta esangue, sembra che i fatti siano accaduti per una sorta di destino ineluttabile, per una legge di azione e reazione di meccanicistica memoria. E sembra che i protagonisti della Storia siano semplici nomi, maschere che recitano la loro parte; sembra che siano attanti incaricati di portare a compimento, come da copione, un fatto di cui si conosce già l’esito, e che per la lontananza temporale non ci sconvolge ormai più di tanto. L’affabulazione del racconto, invece, conferisce di nuovo carne, ossa, sentimenti, emozioni, virtù e (ahinoi!) vizi e malvagità a chi quei fatti ha posto in essere. Sì, perché in fondo sono gli uomini che fanno la Storia. I fatti avvengono perché sono gli uomini a volerlo, con buona pace del destino che cerca di fare pure lui la sua parte, pur rimanendo comunque sempre innocente.
Immagine Pixabay
La storia che ci racconta Vuillard è quella dell’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania, consumatasi nel marzo del 1938. In realtà si tratta più che altro del racconto di ciò che accadde dietro le quinte. Uno spaccato degli avvenimenti di banale quotidianità che portarono all’invasione pacifica dell’Austria da parte delle truppe di Hitler. Tutto comincia con la riunione segreta tenuta a Berlino il 20 febbraio del 1933. Al palazzo del Presidente sono invitati i grandi capitani di industria dell’epoca, i nomi di alcuni dei quali, ancora oggi, risuonano per potenza economica e potere. Sono Krupp, Opel, Siemens e altri 21 tra i più importanti della Confindustria tedesca. A palazzo, Göring fa gli onori di casa, si mostra cordiale e cerimonioso anticipa in qualche modo il discorso del Führer che appare subito dopo. Hitler stringe la mano, ha parole cordiali; i presenti, molti de quali ripulitisi per l’occasione, sono curiosi, qualcuno dà segni di nervosismo, altri piacevolmente colpiti da una cordialità che non si aspettavano. Poi viene il discorso, semplice e diretto, che in sintesi dice che bisognava farla finita con un regime debole, allontanare la minaccia comunista, sopprimere i sindacati e permettere a ogni padrone di essere un Führer nella propria impresa. (Traduzione di Alberto Bracci Testasecca). In altre parole, l’ordine tassativo era quello di vincere le elezioni del 5 marzo, far sì che quelle fossero le ultime elezioni per gli anni a venire, stabilire un nuovo ordine in cui l’industria tedesca e la Germania potessero tornare a splendori prebellici; ma per fare questo era necessaria una propaganda straordinaria, quindi, senza mezzi termini, i signori industriali furono invitati a passare alla cassa.
Immagine Pixabay
Comincia così una delle più disastrose avventure dell’uomo, che trova complicità e connivenza, proprio in quelli che la Germania avevano vinto e umiliato, imponendo un pesantissimo risarcimento di danni di guerra. La presunta mancanza di spazio vitale, la chiara intenzione di Hitler di allargare i confini della Germania, fu sottovalutata, in particolare dall’Inghilterra che, con la politica dell’appeasement di Chamberlain, appoggiata anche dal suo ministro Halifax, lasciò libera la Germania di inglobare i territori di lingua tedesca confinanti, per scongiurare il pericolo di un’altra guerra. Quello che il racconto di Vuillard mette in luce è soprattutto la malafede di Halifax quando fa visita a Hitler. Una visita in cui il ministro inglese non può non capire le reali intenzioni del Führer, ma che fa finta di ignorare, riportando il fatto che, in fondo, Hitler è così deliziosamente anticomunista che all’Inghilterra non può che fare piacere. I personaggi storici sono colti da Viillard nei loro gesti quotidiani, nelle loro debolezze umane, nella loro superficialità e nella loro vanità. Questo aspetto rende ancora più drammatico e assurdo quello che accadde dopo. La travolgente chiacchiera di Ribbentrop, l’inettitudine di Schuschnigg diventano nel racconto di Vuillard delle vere e proprie macchiette. La stessa invasione, fatta con mezzi mediocri fabbricati all’estero da società di facciata, diventa un comico ingorgo di Panzer in panne.
Immagine Pixabay
Indubbiamente in Austria c’era una forte corrente d’opinione favorevole all’annessione, opinione rafforzata da una propaganda martellante. Il referendum, tenuto il mese dopo in condizioni di palese violazione dei principi costituzionali, sfiorò la totalità dei consensi. Ma se, da una parte, una moltitudine di persone aveva assistito al trionfante discorso del Führer davanti al palazzo di Sissi, per molti fu l’inizio della fine. Per tutta l’Austria ci fu un’ondata di suicidi, a cui seguirono rastrellamenti e deportazioni. Sei mesi dopo, il tragico errore della diplomazia inglese si ripeteva con i Trattati di Monaco, che consentivano a Hitler di entrare nel Territorio dei Sudeti. Il sottovalutare, l’abbassare la guardia, l’accondiscendere, anziché il contrastare quando si è ancora in tempo, faranno sì che una lunga scia di sangue scorra per i successivi sei anni. Ancora una volta leggerezza e superficialità apriranno le porte al male. Se la Storia ha qualcosa da insegnare, è proprio questo: tenere alta l’attenzione sulle derive autoritarie e non farsi ingannare da false paure. Ma questo, anche oggi, lo capiscono solo gli uomini che la voce della Storia sanno ascoltare.
© Maurizio Ceccarani 2018

www.edizionieo.it
Éric Vuillard, L'ordine del giorno, Roma, Edizioni e/o, 2018

Nessun commento:

Posta un commento