martedì 2 gennaio 2018

IL MIO CANE DEL KLONDIKE di Romana Petri

Osac meritava di passare alla storia. Come Argo, Buck, Rin Tin Tin, Hachikō, Rex, Lessie, Balto, Laika, Caffaro. Alcuni di questi cani sono pure invenzioni letterarie, altri sono realmente esistiti, tutti hanno dato vita a pagine memorabili. Ognuno di loro rappresenta un modello, un tipo, ognuno di loro ha una sua spiccata personalità. Osac è diverso da tutti questi e meritava di entrare, con la forza del vissuto, nell’immaginario letterario. In altre parole meritava una memoria che andasse oltre la tormentata esperienza vissuta tra gli umani.
 
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Nel leggere Il mio cane del Klondike di Romana Petri, in realtà, non mi sono venuti in mente subito quei cani. Ho pensato piuttosto a drammatiche storie d’amore, a Jacopo Ortis e Teresa, a Romeo e Giulietta, a Cyrano e Rossana, a Ed mani di forbice e Kim. Perché la storia di Osac è la storia di un amore assoluto, totalizzante, che si trova a fare i conti con un ostacolo insormontabile: quella barriera sottile e impenetrabile che separa la vita selvaggia da quella che noi umani definiamo civile. In realtà questa barriera a volte presenta delle falle, attraverso cui i due mondi entrano in contatto. Ma perché avvenga uno scambio, una comunicazione, occorre un quid rintracciabile solo nell’irrazionale, nel telepatico, nella sensibilità che solo un sentimento profondo può dare. Il tema del wildlilfe in questo blog è stato già affrontato nel post Pensare selvaggio del 19 aprile del 2016 e il libro di Romana Petri ci dà l’occasione per tornare a parlarne.
 
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La storia è quella di una adozione fatta sull’onda emotiva di un incontro segnato dal destino. Lei lo trova quasi moribondo, in condizioni disastrose, abbandonato dai soliti consumatori di pet usa e getta. Ha un collare troppo stretto in cui è cresciuto dentro, grappoli di zecche sulla pancia, e un carattere imbarazzante, che si rivela appena portato a casa. È nero, occhi luciferini, pesa quaranta chili, e il suo ingombro non è solo fisico. Si presenta subito come devastatore di divani, sfondatore di porte, divoratore di qualsiasi cosa vagamente masticabile capiti sotto tiro. La struttura del suo pensiero selvaggio è tanto semplice quanto è complessa e profonda la sua sfera emotiva. Osac, anagramma di caos, svilupperà per la sua salvatrice un amore profondo, una gelosia da dramma shakespeariano. Ogni tipo di vita sociale diventerà per lei impraticabile: medici fiscali costretti alla fuga, vicini minaccianti ritorsioni, esperti veterinari messi ko, tavolini che volano nei ristoranti, cucciole illibate stuprate violentemente, danni, spesso danni da risarcire, e una frase che si ripete: “se ne liberi”. Ma gli incontri voluti dal destino devono consumarsi in ogni loro aspetto, non possono sciogliersi così, con una fuga, con un abbandono, con una soluzione finale. Osac è un tripudio di forza, coinvolge con la sua violenza e la sua ingenuità, è inoltre di una bellezza araldica, ha nel sangue generazioni di orgogliosi combattenti. Tra lui e la sua salvatrice si stabilisce un contatto, una comunicazione intuitiva, irrazionale, in altre parole si crea quel varco telepatico, quel ponte esile e provvisorio tra il selvaggio e l’umano. Osac pretende un rapporto assoluto, difende e protegge la sua salvatrice come Buck difende Thornton e lo vendica ferocemente. Egli (mi piace usare egli al posto di esso) non ammette intrusi, e intruso si rivelerà il neonato figlio della sua salvatrice (dire padrona mi sembrava esagerato, anche perché immagino che a sentirsi padrone fosse lui). Per la sicurezza del bambino lei porta Osac in campagna dalla madre. Ma questo il cane lo vive come un tradimento. Scatenerà la sua furia dando vita a vicende che non voglio anticipare, ma che mi hanno fatto pensare più che a Buck, a un altro dei cani descritti da London: Macchia, il mezzo malemute tanto bello quanto portatore di disastri del racconto That Spot.
 
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Ma Il mio cane del Klondike non è solo la storia di Osac e delle sue imprese, è anche una profonda riflessione sulla natura umana e ferina, e su due aspetti dell’esistenza, la gelosia e la maternità, che in fondo qualche legame con la vita selvaggia, a ben vedere, lo hanno. Le riflessioni sono indotte dall’esperienza di avere un cane diverso, a cui non manca neanche la parola. La scrittrice infatti, nelle ultime pagine, si lancia in un esperimento narrativo degno di un Joyce o di un Faulkner e lascia la parola a lui, alla belva, che ha un suo idioma preciso, non privo di inflessioni dialettali. L’effetto non è comico, è di una tenerezza unica che può provare solo chi generosamente ha cercato quel varco.
© Maurizio Ceccarani 2017
www.neripozza.it
Romana Petri, Il mio cane del Klondike, Vicenza, Neri Pozza, 2017

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