martedì 7 novembre 2017

RACCONTARE LA RIVOLUZIONE

Nel 2014 gli scaffali delle librerie si sono riempiti di libri sul primo conflitto mondiale. Nel 2015 il fenomeno si è ripetuto in memoria dell’entrata in guerra dell’Italia. Il 2017 è l’anno della Rivoluzione e i saggi storici in proposito non si sono fatti attendere. Gli anniversari servono non solo a celebrare, ma anche a rileggere avvenimenti storici sotto una nuova prospettiva. La distanza che ci regala il tempo dovrebbe mettere in luce particolari sfuggiti nell’impatto emotivo dell’epoca; dovrebbe farci vedere al rallentatore azioni lette sbrigativamente nei manuali; dovrebbe farci giudicare con serenità, e con nuovo senso critico, i fatti e i misfatti del genere umano. Tra il 7 e l’8 novembre di cento anni fa (corrispondenti al 25 e 26 ottobre del calendario giuliano) si consumava uno degli eventi più tragici e complessi della storia del secolo scorso: l’insurrezione bolscevica a Pietrogrado che culminava con la presa del Palazzo d’Inverno. Questo avvenimento, oltre a cambiare radicalmente la storia di uno dei paesi più arretrati del contesto europeo e a portarlo ad essere una delle potenze mondiali più temute, ha pesato come un macigno sulla storia di tutto il resto del secolo. La Rivoluzione ha segnato uno spartiacque tra modi di concepire l’economia e lo stile di vita, e ha influenzato le politiche di molti altri paesi, che hanno dato vita, a loro volta, a diverse interpretazioni della medesima ideologia. La Russia post zarista si è mostrata risolutiva nel primo conflitto mondiale ritirandosi dal medesimo, e si è mostrata risolutiva nel secondo conflitto collaborando con l’alleanza atlantica contro il nazismo. In altre parole la Rivoluzione russa potrebbe essere considerata la chiave di lettura di tutto il secolo breve di hobsbawamiana memoria. Per quanto riguarda il sovietismo e l’antisovietismo questo blog ha dedicato un ampio spazio all’argomento nel post del 22 febbraio 2015, No Soviet party, in cui si è cercato di dare un quadro, per quanto incompleto, dell’atmosfera sociale, politica ed emozionale del dopo Rivoluzione. Ma il post di oggi, pur citando nella bibliografia opere di poesia come I dodici di Blok e di reportage come il classico Dieci giorni che sconvolsero il mondo di Reed, si propone di segnalare qualche vecchio romanzo che la Rivoluzione ha provato a raccontarla nella sua epicità e nelle sue contraddizioni, nella sofferenza e nel conseguimento dei suoi ideali. Pur sapendo di lasciare fuori nomi e opere illustri proponiamo la lettura o la rilettura di queste opere.
Mosca - Piazza Rossa - Mausoleo di Lenin
SCIOLOCHOV: Il placido Don. Se parliamo di Rivoluzione russa, la monumentale opera di Michail Sciolochov può essere considerata il classico dei classici, l’affresco più completo di un momento storico che, se da una parte ha liberato le energie di un popolo e dato dignità agli ultimi, ha preteso in cambio un enorme sacrificio collettivo, il sangue di una guerra civile, il dolore e le lacrime di chi, coinvolto suo malgrado, ha dovuto combattere con sentimenti contrastanti e dare un senso a quegli avvenimenti. Il placido Don (1928) è il primo di una saga che si sviluppa in quattro volumi. Gli altri sono La guerra continua (1929), I rossi e i bianchi (1933), Il colore della pace (1940). Sciolochov, di origini cosacche, narra la storia del cosacco Grigorij Melechov che, chiamato al fronte nel ’14, vede in un primo momento nei bolscevichi la fazione che può portare a una veloce conclusione del conflitto ma, dopo la morte dello Zar, si unisce a coloro che la rivoluzione la combattono. I Cosacchi, lealisti per tradizione, non accettavano il progetto dei bolscevichi. Melechov, pur riportando successi, è visto di cattivo occhio dai bianchi per le sue origini umili e il suo aspetto rozzo e contadino. Abbandonata l’armata bianca si unirà quindi ai rossi dai quali però sarà guardato con sospetto. Dopo aver dato generosamente tutto se stesso nei vari fronti egli si ritroverà solo a cercare la sua identità in una terra ormai cambiata. Il romanzo, oltre a mostrare le contraddizioni e la confusione generata dallo stravolgimento storico, indaga anche sulle emozioni e sui sentimenti dei protagonisti. Il talento di Sciolochov è stato riconosciuto dal regime; egli è entrato nel Comitato Centrale del PCUS e ha presieduto l’Accademia delle Scienze. Nel 1965 è stato insignito del premio Nobel e, forse per questi motivi, è sempre risultato inviso ai dissidenti, da cui è stato anche accusato di un plagio mai provato. Al di là delle polemiche politiche si può serenamente dire che la scrittura di Sciolochov è animata da un grande realismo, più vicino a Tolstoj che a Gor’kij. Epos e sentimenti si fondono in un unico slancio narrativo e un certo rigore nell’esposizione dei fatti e il rispetto per la dignità dei personaggi conferisce a tutta l’opera autonomia e autorevolezza. In fondo Sciolochov è stato politicamente schierato né più né meno come i suoi detrattori, ma ci ha lasciato una testimonianza di gande livello con cui è difficile competere.
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«Sali sulla bilancia.»
Grigorij salì sulla piattaforma scannellata e fredda.
«Cinque, e sei e mezzo,» disse il pesatore sbattendo i pesi metallici.
«Che diavolo! Eppure non è molto alto…» mormorò il dottore canuto; e fece voltare Grigorij prendendolo per mano.
«È straordinario!» balbettò tossicchiando l’altro, più giovane.
«Quanto?» chiese, sorpreso, uno di quelli che sedevano al tavolo.
«Cinque pud, sei funt e mezzo,» rispose il dottore canuto con le sopracciglia sempre alzate
«Lo mettiamo nella guardia imperiale?» chiese il commissario del distretto chinando la sua testa dai neri capelli lisciati verso il vicino di tavolo.
«Con quel muso da bandito?... No è troppo selvaggio.» (Traduzione di Natalia Bavastro).
Stalin, Lenin, Kalinin 1919 (da Wikimedia Commons)
BULGAKOV: La guardia bianca. Michail Bulgakov è più conosciuto al pubblico per i suoi piccoli capolavori che sono Cuore di cane e Il maestro e Margherita. Entrambi questi testi però sono ascrivibili alla critica del sovietismo e pertanto possiamo aggiungerli a quelli consigliati dal post del 22 febbraio 2015. Ne La guardia bianca, invece, abbiamo il racconto della Rivoluzione. O meglio di alcuni aspetti di quel momento che vanno dal ’16 al ’18 nella terra di Kiev. I protagonisti sono i membri della disciplinata e tradizionalista famiglia dei Turbin che, travolti dalla storia, vedono dissolversi i loro valori in un vortice cruento e insensato di avvenimenti. Kiev è assediata dai tedeschi, messi in fuga dai cosacchi comandati dall’atamano Shoropadskji. Questi a loro volta si scontrano con le truppe dell’indipendentista Petljura il quale dovrà però capitolare all’arrivo della Armata rossa. In questa Guerra a più fronti è difficile scegliere, e l’unità e i valori della famiglia Turbin si dissolvono in un dramma senza innocenti. La prosa con cui si snoda la narrazione ha un’impronta impressionista. Tutto viene raccontato attraverso immagini di alto lirismo che sembrano pennellate, e che rispettano un ritmo della frase che accompagna l’azione e le descrizioni. Questa caratteristica del romanzo richiede all’inizio una particolare attenzione da parte del lettore, ma poi fa fluire il racconto come una grande motion picture che, pur condensata in poche pagine, rivela tutte le contraddizioni di quel momento storico.
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“Lo sa il diavolo chi sono! Ci credi che, ora del mattino, eravamo quasi impazziti. Ci avevano piazzati lì verso mezzanotte, aspettiamo il cambio… Niente più mani, niente più piedi. Nessun cambio. S’intende che non potevamo accendere dei falò, il villaggio è a due verste, Traktir a una. Di notte ti sembrano le cose più strane: il campo si muove. Sembra che stiano strisciando… Be’, penso, che facciamo?... che cosa? Imbracci il fucile, pensi: sparo o non sparo? Un tormento. Stavamo lì ululando come lupi. Lanci un grido, da qualche punto della catena ti rispondono. Alla fine mi sono nascosto nella neve, mi sono scavato una tomba col calcio del fucile, mi ci sono seduto e ho cercato di non addormentarmi: se ti addormenti, sei kaput. […]” (Traduzione di Cesare Bolsoni).
LIBRI! Immagine di propaganda di Aleksandr Rodschenco - Nella foto Lilya Brik - (da Wikimedia Commons)
PASTERNÀK: Il dottor Živago. La Storia passa su Jiurij Andrèevič Živago, e sulle persone che lo circondano, come una tempesta. Tornato dal fronte in dissoluzione, egli cerca di non farsi coinvolgere dai fatti del ’17, trova rifugio con la famiglia in un paesino degli Urali, ma l’onda lunga degli avvenimenti lo rincorrerà per tutto il romanzo. Ritrovata Lara, crocerossina che aveva prestato servizio nel suo reparto al fronte, se ne innamora ed è dilaniato dal rimorso nei confronti della moglie.  Costretto a unirsi a una compagnia di partigiani comandati da Strel’nikov, solo dopo tre anni riuscirà a tornare al pccolo paese, dove non trova più la famiglia, partita per Mosca e poi rifugiatasi a Parigi.  A quel punto Živago si ritaglierà un momento di vita felice con Lara. Ma l’incanto durerà poco: altre tristi vicende, dolori e separazioni sono pronte per entrambi. Alla fine Živago si troverà a condurre una vita di stenti fino alla morte. Questo romanzo è stato considerato spesso un romanzo antisovietico, nostalgico e decadente. Pubblicato nel ‘57 dal lungimirante editore Giangiacomo Feltrinelli, costò proprio a lui, il più filocomunista tra gli editori italiani, l'allontanamento dal Partito Comunista. Il libro venne inoltre usato dalla CIA per fare propaganda antisovietica presso i cittadini russi all'estero. A Pasternàk venne riconosciuto un Nobel che non poté mai ritirare. Ma una lettura in chiave solo esclusivamente politica di quest'opera è quanto di più riduttivo si possa fare nei suoi confronti. BorÍs Pasternàk è stato un poeta prestato alla narrativa. Dapprima ascrivibile alla cerchia dei simbolisti russi, quindi a quella dei cubofuturisti, uomo di grande cultura, amante della sua terra e delle sue tradizioni, tradusse in forma di romanzo i simboli della sua poesia. Personaggi, paesaggio e azioni diventano metafora di stati dell'esistenza e vanno oltre una mera critica alla Rivoluzione. Esemplare a questo proposito è il confronto tra Zivago e Strel’nikov, il comandante dei partigiani, marito di Lara creduto morto, ma che in realtà ha cambiato nome e abbracciato la causa rivoluzionaria al prezzo altissimo di rinunciare a una vita privata.
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 - […] Oggi, egregio signore, sulla terra è il giorno del giudizio: creature dell’Apocalisse, armate di spada, e mostri alati, altro che dottori leali e simpatizzanti! D’altronde, vi ho detto che siete libero e non mi rimangio la parola. Ma solo per questa volta. Ho il presentimento che ci rivedremo, e allora sarà tutto un altro discorso, vi avviso.
 La minaccia e la sfida non turbarono Jurij Andrèevič, che rispose:
 - So quello che pensate di me. Dal vostro punto di vista, avete perfettamente ragione. Ma la discussione in cui volete trascinarmi, è tutta la vita che mentalmente la porto avanti con un immaginario accusatore, e ormai sarà pure giunta a una conclusione. Non è cosa da dire in due parole. Permettetemi di allontanarmi senza spiegazioni, se effettivamente sono libero, e, se non lo sono, disponete pure di me. Non ho nulla di cui debba giustificarmi di fronte a voi. (Traduzione di Pietro Zveteremich).
Palazzo di Caterina (Pixabay)
NÉMIROVSKY: Come le mosche d’autunno. Triste destino quello di questa feconda scrittrice che si troverà ad abbandonare la Russia durante la Rivoluzione, per una taglia messa sulla testa di suo padre banchiere ebreo ucraino, e che sarà arrestata in Francia, grazie a un ordine del governo di Vichy, e internata ad Auschwitz, dove morirà. Una sorta di persecuzione della Storia che non ha impedito alla Némirovsky di produrre una quantità di racconti e romanzi bellissimi. In Come le mosche d’autunno si intravede una vicenda che può in qualche modo essere ispirata alla Russia che la scrittrice ha conosciuto da bambina. La storia è quella di Tat'jana Ivanovna, vecchia nutrice e domestica della famiglia Karin. Dopo aver cresciuto Jurij e Kirill, Tat’jana sarà costretta a separarsi da loro, chiamati al fronte. Ma la guerra prende una piega inaspettata, i Karin dovranno fuggire e lei resterà a custodire la casa finché potrà. Jurij tornerà braccato e il tentativo di Tat’jana di nasconderlo e proteggerlo finirà tragicamente. Quando ormai tutto sarà perduto si incamminerà per raggiungere i suoi signori a Odessa, con quel che resta di una passata ricchezza che servirà al loro sostentamento in terra straniera: ovvero i diamanti di famiglia nascosti nell’orlo della veste.
Tat'jana incarna la figura della domestica e nutrice fedele, che non abbandona chi paternalisticamente l’ha accolta; e, sebbene integrata in ruolo subalterno nella famiglia, non si sottrae a quelli che ritiene i suoi doveri naturali. Di storie come quelle di Tat’jana e della famiglia Karin la Rivoluzione ne ha prodotte molte, ma milioni di contadini e operai sfruttati hanno invece trovato in essa un corso nuovo per la loro esistenza.
www.adelphi.it
Ignat non rispose; continuava a sorridere mostrando i grossi denti lucenti.
«Vuoi bere? Dagli un bicchiere, Tat’jana».
La vecchia obbedì con aria seccata. Il ragazzo bevve.
«Alla vostra salute, Jurij Nikolaevič».
Tacquero. Tat’jana Ivanovna si fece avanti: «Basta così. Adesso vattene. Il nostro barin è stanco».
«Però dovreste venire con me in paese, Jurij Nikolaevič...».
«Ah, e perché?» mormorò Jurij con un cedimento involontario della voce. «Perché, amico?».
«È necessario».
Tat’jana Ivanovna fece per slanciarsi d’impeto in avanti, e sul viso mite e pallido Jurij vide improvvisamente disegnarsi un’espressione così selvaggia, così strana, che rabbrividì e disse con una sorta di disperazione: «Lascia perdere, non fa niente…».
Lei gridava senza ascoltarlo, le mani scarne protese come artigli: «Ah, diavolo maledetto, figlio di un cane! Credi che io non ti legga i pensieri negli occhi? E chi sei tu per dare ordini al tuo padrone?». (Traduzione di Graziella Cillario).

BIBLIOGRAFIA
Pasternàk BorÍs, Il dottor Živago, Milano, Feltrinelli, 1964
Sciolochov Michail, Il placido Don, Milano, Garzanti, 1965
Sciolochov Michail, Il placido Don II – la guerra continua, Milano, Garzanti, 1966
Sciolochov Michail, Il placido Don III– I rossi e i bianchi, Milano, Garzanti, 1966
Sciolochov Michail, Il placido Don IV – Il colore della pace, Milano, Garzanti, 1966
Blok Alexandr, I dodici, Torino, Einaudi, 1997
Reed John, Dieci giorni che sconvolsero il mondo, Milano, Rizzoli, 1980
Tolstoj Lev: Guerra e Rivoluzione, Milano, Feltrinelli, 2015
Bulgakov Michail, La guardia bianca, Roma, Fermento, 2016
Bullock David, La guerra civile russa (1918-1922), Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2017
Ferro Marc, La Rivoluzione russa, Milano, Mursia,2017
Figes Orlando, La tragedia di un popolo. La Rivoluzione russa 1891-1924, Milano, Mondadori, 2017
Némirovsky Irène, Come le mosche d’autunno, Milano, Adelphi, 2017
Rabinowitch Alexander, 1917. I Bolscevichi al potere, Milano, Feltrinelli, 2017
Smith Stephen, La Rivoluzione russa: un impero in crisi 1890-1928, Roma, Carocci Editore, 2017

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