lunedì 17 luglio 2017

VOLEVO TACERE di Sándor Márai

Quando di un autore si è pubblicato tutto o quasi, si va in cerca allora di inediti, frammenti, articoli sparsi da raccogliere, lavori incompiuti che dovrebbero fare da corollario all’opera omnia del medesimo. Il più delle volte queste operazioni editoriali deludono chi a quell’autore si è affezionato e chi ne ama lo stile e il cliché. Questo non avviene per Volevo tacere di Sándor Márai. Scritto tra il 1949 e il 1950, il lavoro è stato ritrovato tra le carte depositate presso il Museo della letteratura Petőfi di Budapest. Si tratta di un diario ragionato che va a completare il ciclo di memorie costituito da Confessioni di un borghese e Terra, terra!... Sono probabilmente le pagine più amare che Márai scrive a ricordo dei momenti che hanno travolto l’Ungheria nel corso del secondo conflitto mondiale. Tanto più amare quanto più trapela, da queste pagine, uno sviscerato amore per la sua terra, per la sua lingua, per la sua gente, e per il ceto sociale al quale si onora di appartenere: la borghesia. La Storia che entra di prepotenza nella vita privata dell’autore non impedisce a questi di rivelare sentimenti e vicende private che si intrecciano con i grandi eventi e ne influenzano la lettura.

Budapest - Parlamento
Tutto comincia con le dimissioni di Schuschnigg l’ultimo difensore dell’indipendenza e dell’autonomia austriache rispetto all’invadenza tedesca.  L’Italia resta con l’arma al piede e non rispetta i Protocolli di Roma che avrebbero dovuto garantire un aiuto all’Austria in caso di invasione; la strada per l’Anschluss è aperta, Hitler entra a Vienna senza sparare un colpo, accolto trionfalmente dalla folla. Il racconto di Márai comincia da quel giorno. Un giorno in cui la vita a Budapest sembra ferma, quasi sospesa. Tutto continua come se non fosse successo niente. Eppure l’eco di quanto avviene in Austria alberga nei cuori, negli animi di chi si pone domande; serpeggiano il dubbio, il timore per il futuro. Lo sconcerto e la riprovazione per quanto è avvenuto vengono esibiti nei discorsi in società, nelle stanze della politica, nelle chiacchiere di strada. Ma un sentimento serpeggia in molti imprenditori, latifondisti, commercianti, nobili o di borghesia arricchita: Hitler è una garanzia contro il bolscevismo. È una specie di vaccino antisovietico che sotto sotto piace a molti e che soprattutto trova terreno fertile nei rappresentanti dell’Ungheria feudale. Esistono ancora parecchie persone, perfino in posizioni di una certa responsabilità, convinte che una qualche forma di nazismo possa costituire un argine al bolscevismo. (Traduzione di Laura Sgarioto).


Budapest - Riva del Danubio - Memoriale del massacro di ebrei ungheresi compiuto dalle Croci Frecciate -
 Opera del regista Can Togay e dello scultore Gyula Pauer - (Immagine Pixabay).
Ma molti Ungheresi presentono la tragedia che si sta per abbattere su un paese che da un lato si trova ad essere desiderato come alleato da un Führer scomodo e pericoloso, mentre dall’altro si trova a confinare con una potenza di cui teme la forza e l’ideologia. In realtà molti cittadini, tra cui l’autore, non riusciranno neanche a gioire per i due Arbitrati di Vienna che restituiranno l’Alta Ungheria e la Transilvania ai Magiari, terre che erano state sottratte loro dal trattato di Trianon. Così quando Sándor Márai finalmente potrà rientrare a Kassa, sua città natale nell’Alta Ungheria, (oggi Košice in Slovacchia) capirà bene che le intenzioni di Hitler sono quelle di coinvolgere l’Ungheria in una rovinosa guerra contro l’Unione Sovietica.

Budapest - Ponte della Libertà
È incredibile come, parlando con un anziano politico, Sándor Márai prospetti l’idea di un’unione tra i paesi dell’Europa come unico modo per evitare la guerra nel vecchio continente. Se un giorno in Europa occidentale si avrà un’unione doganale fra territori più vasti, fra paesi diversi, o addirittura una moneta comune, già questo basterà a far sì che col tempo i confini nazionali diventino puramente virtuali, e neppure i popoli danubiani potranno sottrarsi a un simile esempio. (Traduzione di Laura Sgarioto). L’anziano e smaliziato politico risponderà “Il mondo è materia infiammabile… Non è possibile rinchiuderlo nelle casseforti ignifughe di progetti e accordi”. Un progetto ante litteram di Unione Europea lo troviamo anche nelle testimonianze raccolte da Paolo Rumiz nel suo Gulaschkanone (post precedente). Purtroppo ora che l’Unione Europea esiste e in qualche modo ha dato a questo continente sessant’anni di pace e benessere ci sono, direbbe Márai, esseri curiosi, intenti a maneggiare con prometeica malignità la materia infiammabile del mondo […] e per fargli prendere fuoco basta una volta sola, un solo uomo, con un singolo cerino acceso. E dopo le lezioni di Hiroshima e di Bikini non è più una paura del tutto immotivata.
Márai racconta la Storia con la stessa forza della sua narrativa. Conduce un’analisi attenta non solo dei fatti, ma anche delle emozioni e dei sentimenti che i protagonisti di quella tragedia collettiva hanno provato. Egli non manca di mescolare il proprio stato d’animo, le sue vicende personali più intime, i suoi dolori, con quelli del popolo magiaro e della sua classe sociale. Il libro che ne risulta è molto di più che una testimonianza, o un semplice diario, esso è bensì un romanzo affresco, dalla nervatura tragicamente realistica, che si rivela spesso profetico, vista la natura umana così incline a perseverare negli errori del passato.
© Maurizio Ceccarani 2017


www.adelphi.it
Sándor Márai, Volevo tacere, Milano, Adelphi, 2017

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