lunedì 12 giugno 2017

HOMO FABER di Max Frisch

(Il seguente articolo per una sua intrinseca necessità contiene spoiler).

Ci sono libri che bisognerebbe periodicamente ripubblicare, ogni venti - trent’anni, magari con una nuova traduzione, e periodicamente rileggere. Homo faber di Max Frisch è uno di questi. Lo lessi per la prima volta nel ’91 e rimasi affascinato dalla figura di Walter Faber, questo ingegnere ultra razionalista e pragmatico che viene travolto da eventi a cui la ragione non può mettere argine. Rileggendo il libro nella nuova traduzione di Margherita Carbonaro, a distanza di tutti questi anni, l’incanto è rimasto invariato; solo che una maggiore maturità mi ha fatto scoprire aspetti profondi che a una prima lettura avevo trascurato, e che ora mi fanno collocare questo libro tra i famosi dieci che uno porterebbe con sé su un’isola deserta.
Super-Constellation (Immagine Pixabay)
Prima di tutto, sinteticamente, la trama. Walter Faber, ingegnere di successo, ha una visione del mondo estremamente pratica e razionale. Non legge romanzi, non si interessa all'arte, e le donne per lui hanno un ruolo ben definito che non concede spazi a legami sentimentali troppo forti; tutto per lui è regolato dalle leggi della fisica e tutto è misurabile in termini statistici. Walter conosce Herbert Hencke, durante un volo verso l’America centrale, ma il Super-Constellation su cui volano è costretto a un atterraggio di fortuna nel deserto e, durante la lunga e noiosa attesa dei soccorsi, scopre che Herbert è fratello di Joachim, suo vecchio amico. Trovandosi in un momento di pausa dal lavoro, decide di accompagnare Herbert da Joachim che conduce una piantagione nella giungla guatemalteca. Dopo un viaggio avventuroso, finalmente i due trovano Joachim che si è impiccato a un filo di ferro senza che se ne comprendano le ragioni. Joachim è stato sposato con Hanna, passato amore di Walter. Essendo Joachim medico, Walter prima di lasciarsi con Hanna, l’aveva raccomandata a lui per farla abortire del figlio frutto della loro relazione. Sarà su una nave diretta in Europa che Walter conosce una ragazza di nome Elisabeth, da lui chiamata Sabeth. La ragazza è giovanissima e dopo una schermaglia giocosa in cui si misurano la freschezza di lei e lo stupore di lui, si instaura tra i due una relazione amorosa che culmina in un viaggio in Italia e in Grecia. Walter, in quel momento, non sa che Sabeth è sua figlia, perché Hanna prima di sposarsi con Joachim non ha abortito.  La tragedia si consuma in Grecia. Sabeth viene morsa da un serpente sulla spiaggia, mentre Walter sta facendo nudo il bagno. Alle grida della ragazza lui si precipita per soccorrerla, ma la ragazza in stato confusionale lo respinge, cade, e batte la testa. Morirà qualche giorno dopo in ospedale, non per il morso, ma per la ferita alla testa non diagnosticata. A questo punto ricompare Hanna.
Sfinge (Immagine Pixabay)
Ma con la trama è meglio fermarci qui, perché c’è già abbastanza materiale per riflettere. Sembra evidente che ci troviamo di fronte a una tragedia, (in fondo Max Frisch è più noto come drammaturgo che romanziere), e in particolare una tragedia greca. Vuoi perché culmina proprio in Grecia, vuoi perché il mito di Edipo fa da padrone.  Ma non c’è coup de théâtre, l’io narrante ci dice quasi subito che Sabeth è sua figlia, anche se ovviamente questa conoscenza è retrospettiva. Infatti il sottotitolo del romanzo è Un resoconto, una sorta di meditazione per capire come è potuto succedere un fatto così assurdo, e per cercare una qualche ragione di innocenza. Quella di Edipo è una tragedia del destino, egli si congiunge carnalmente alla madre perché non sa, anche se, a ben vedere, una specie di attrazione fatale, di bisogno di ricongiungimento, proprio perché è stato abbandonato e rifiutato, potrebbe essere valutata come componente di questo destino. Per Walter Faber, che incarna una sorta di Edipo rovesciato, le cose stanno diversamente. È importante prima di tutto tracciare meglio la personalità di questo straordinario personaggio. Egli ha una visione razionale della realtà, ma non è assolutamente un cinico, per lui c’è un posto per ogni cosa e ogni cosa deve stare al suo posto. Prova un certo disgusto per il miscuglio di vita e di morte che gli si presenta nel corso della sua avventura nella giungla, una natura dionisiaca invadente e incontrollabile. In fondo si è laureato con una tesi sull'importanza del Diavoletto di Maxwell, teoria che cita spesso nel corso della narrazione. La teoria del fisico scozzese, se confermata, porterebbe a contraddire il secondo principio della termodinamica, in particolare porterebbe a un controllo dell’entropia, ovvero del disordine cui tendono i tutti i sistemi. Ma è solo un’ipotesi, una teoria, un esperimento mentale. Quello di Faber è il sogno di un mondo ordinato, apollineo, che viene sconvolto dall'ingresso del caos, dall'imprevedibile, da ciò che statisticamente ha una probabilità bassissima di accadere. Se la colpa di Edipo è il non sapere, quella di Walter Faber è il pensare di sapere, ovvero la presunzione di dare un ordine alla realtà. Egli non forza la relazione con Sabeth, ma vi scivola ineluttabilmente. Sembra essere più la ragazza ad avere quell'attrazione fatale che dà una mano al destino: in fondo è vissuta senza padre o meglio con Joachim, con cui aveva un buon rapporto sì, ma dal quale è stata sempre tenuta a distanza: Joachim voleva un figlio suo da Hanna. C’è un però che rende diverso Faber da Edipo: durante lo sviluppo della relazione con Sabeth, egli viene a sapere che la ragazza è figlia di Hanna ma, convinto che Hanna abbia abortito, pensa che il padre sia Joachim.
Molecole (Immagine Pixabay)
 Forse sono un vigliacco. Non osavo dire o chiedere altro di Joachim. Facevo calcoli dentro di me (parlando nel frattempo più del solito, credo), ininterrottamente, finché il calcolo ottenne l’esito voluto: poteva essere soltanto figlia di Joachim! Non so come avessi calcolato; aggiustai le date fino a farlo quadrare, il calcolo in sé. In pizzeria, Sabeth si era allontanata un po’, mi divertii a verificarlo per iscritto. Quadrava; avevo scelto le date (la comunicazione di Hanna che aspettava un bambino e la mia partenza per Baghdad) in modo che funzionasse; solo la data di nascita di Sabeth era fissa, il resto si combinava a puntino, e finalmente mi sentii sollevato. (Traduzione di Margherita Carbonaro).

Questo è il peccato di Faber: la supposizione di poter ordinare la realtà, che è più o meno l’equivalente del Diavoletto di Maxwell che interviene sul disordine entropico del sistema. Edipo non sa, Faber crede di sapere.
Edizione del 1991 per la traduzione di Aloisio Rendi
Nella seconda parte del libro la prosa, dapprima agile e frammentata, raggiunge toni di mirabile lirismo. Il racconto diventa struggente. Riemerge, dai filmini girati durante il viaggio, il volto di Elisabeth, il suo sorriso, i suoi occhi, le sue mani. Si consuma tutto il disorientamento di Faber che ormai, nel dolore, scopre l’amore, di padre o di amante poco importa, si tratta di amore per un essere delizioso che ormai non c’è più, forse per colpa sua. La figura di Hanna domina sulle ultime pagine. L’ex compagna di Faber, la madre di Elisabeth, straziata dal dolore si scaglia in un primo momento contro l’ex amante, ma poi si rende conto che questi è l’unica persona con cui condividere il dolore e rilascia una confessione che in parte riscatta Faber. Hanna ha sempre considerato Elisabeth esclusivamente sua, le ha sempre negato un padre, e lo stesso Joachim, che desiderava un figlio da lei, è stato in qualche modo escluso: Hanna si è fatta sterilizzare. Elisabeth doveva essere solo figlia di Hanna, unica figlia di Hanna, senza un padre, neanche Faber poteva essere considerato tale, mai Hanna ha accennato a lui nell'allevare Elisabeth. Faber è padre di Elisabeth, ma non lo è moralmente. Questo non lenisce certo la sofferenza di quest’uomo che si avvia, ormai malato, verso un intervento chirurgico che non lascia presagire niente di buono e che è destinato, probabilmente, a ristabilire quell'ordine che il finale di ogni tragedia greca esige.
© Maurizio Ceccarani 2017
Edizione del 2017 per la traduzione di Margherita Carbonaro
 www.feltrinellieditore.it/
Max Frisch, Homo Faber - Un resoconto, traduzione di Margherita Carbonaro, Milano, Feltrinelli, 2017

2 commenti:

  1. Appena finito di leggere. Ho letto il post e ho capito che parlava di un film di cui avevo visto il trailer anni fa, ma del qual non ricordavo il nome. Mi aveva incuriosito la trama e qualche volta ho anche provato a cercarlo su internet, ma senza successo.
    Bellissimo il personaggio di Walter Faber.

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    1. Anche a me ha affascinato molto il personaggio. Purtroppo non sono riuscito a vedere il film, se lo trovo te lo faccio avere.

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