lunedì 27 marzo 2017

FAVOLE FUORILEGGE di Nicolai Lilin

La scrittura di Nicolai Lilin fu argomento del primo post di questo blog. Da allora Il gufo ignorante ha recensito tutte le opere che questo autore ha pubblicato. Abbiamo seguito la sua evoluzione dal romanzo autoreferente in prima persona alla narrazione in terza persona (Le guerre di Kolima 13/6/14), abbiamo visto come in qualche modo Lilin abbia fondato un genere che potremmo definire criminal siberiano (Kyle vs Lilin - ovvero la solitudine del cecchino 7/1/15; Spy story love story 21/7/16 . Abbiamo visto in Un tappeto di boschi selvaggi il suo album di ricordi che traccia un percorso biografico alla base delle tematiche a lui care (Essere Nicolai Lilin - ovvero i boschi di Kolima 8/11/15). Insomma Lilin pur riproponendo spesso quelli che sono elementi fondanti di una sua mitologia personale, ha cercato sempre di rinnovarsi. Egli è un artista multitasking: disegna coltelli per note fabbriche di lame, disegna ed esegue tatuaggi in stile criminale e, ultimamente si dedica al disegno di monili, inutile dirlo, sempre in tema criminale. Lilin si occupa anche di questioni sociali e politiche, ha condotto e conduce talk show televisivi su argomenti di politica internazionale. In altre parole ha saputo costruirsi addosso un personaggio dai tratti complessi ma non contraddittori, pertanto non ci stupisce che sia apparso un volumetto in cui ci racconta le favole della tradizione criminale siberiana. La cultura russa è prodiga di fiabe e favole, ne annovera di bellissime, tutte radicate nel substrato popolare e contadino che, ancora oggi, costituisce una nervatura socio economica importante dell’immensa provincia russa. Basti pensare a titoli famosi come Vassilissa la bella, La rana zarina, La favola del principe Ivan, ecc. A queste storie condivise dall’establishment culturale, si affiancano ora le storie conservate nella memoria di una famiglia criminale, con la stessa dignità di quelle classiche famose: perché la cultura popolare semplicemente è, e non può essere considerata né buona né cattiva.
 A questo punto si potrebbe fare una precisazione sull’opportunità di chiamare fiabe o favole quelle che Lilin ci racconta. In realtà lo stesso editore usa entrambi i termini e forse è giusto così. Per alcuni versi le brevi narrazioni di Lilin rispettano le caratteristiche della fiaba studiate da Propp. In un tempo sospeso e collocato molto lontano abbiamo antagonisti, aiutanti, oppositori, oggetti magici, personaggi fatati e demoniaci. Questi elementi però si fondono spesso con animali parlanti, con riferimenti geografici (per es. Il fiume Lena) e soprattutto con l’esigenza di trasmettere una morale, caratteristica questa più propria della favola. Ne risulta una narrazione che ha tutta la suspense e il carisma del racconto fiabesco, un racconto che viene da lontano, che ha le sue radici nella memoria ancestrale di un popolo, ma nello stesso tempo si propone come racconto gradevole e didatticamente motivato. Sì perché in fondo, in questi racconti in cui convivono Amba, il grande creatore e spirito della Siberia, che si manifesta sotto forma di tigre, e la Madonna giustiziera che vendica i criminali onesti, quello che più ci interessa è la morale. E la morale c’è, è lì, perfetta, limpida, e come sempre distingue i buoni dai cattivi.

Tigre dell'Amur, detta tigre siberiana. Immagine Pixabay
Nel caso di favole ad uso di piccoli criminali che crescono, la morale si direbbe rovesciata, ma fino a un certo punto. Se i cattivi, nell’accezione comune, sono i criminali, e se i criminali sono onesti, ci troviamo di fronte a una sorta di doppia negazione che restituisce un ruolo positivo a chi per antonomasia non lo ha mai avuto. Questi criminali sono onesti perché rispettano un rigido codice di comportamento; cosa che non fa altrettanto il potere, che le regole le stabilisce e le trasgredisce continuamente. I criminali assumono una loro aura di legittimità nel momento in cui lottano contro il potere, molto spesso rappresentato, in queste favole, da Zar lontani, ricchi, bizzarri, e arroganti che hanno in spregio lo stesso popolo che dovrebbero proteggere. La Siberia è terra di taighe e paludi, di fiumi e steppe ma è, soprattutto, terra sconfinata. Contesa nell’antichità da imperi nomadi, e definitivamente conquistata dai Russi tra il XVI e il XVII secolo, questa terra ha maturato una vocazione all’intolleranza nei confronti di ogni potere, una sorta di anarchia che trova le sue regole solo nelle leggi ferree della natura.

Se in queste favole siberiane, che hanno origine in tempi antichi, il potere da combattere è spesso identificato negli Zar e nei loro aguzzini, nei romanzi di Lilin, vedi Educazione siberiana e successivi, il potere è identificato nel regime sovietico e, soprattutto nella la polizia che di quel regime è la rappresentanza più vicina al cittadino. Nelle storie di ambientazione più recente invece il potere è identificato in una grande e oscura lobby a cavallo tra la finanza mondiale e organizzazioni di criminali, questa volta però disonesti. In altre parole anche se la realtà è rovesciata, anche se si parla di fuorilegge, è sempre chiaro chi sono i buoni e i cattivi. Chi segue la via della corruzione chi quella naturale del rispetto delle regole e del senso sacro della natura.
© Maurizio Ceccarani 2017
www.einaudi.it
Nicolai Lilin, Favole fuorilegge, Torino, Einaudi, 2017

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