lunedì 19 settembre 2016

NAPOLI A PAROLE

A parlare di Napoli sbagli sempre. Cadere nei luoghi comuni è dietro l’angolo. Napoli terra di camorra; Napoli mare e sole; Napoli pizza,  mandolino e belle canzoni; Napoli gente generosa del sud; Napoli morta di fatica; Napoli disoccupata;  Napoli perla dell’Illuminismo italiano; Napoli ignorante e plebea; Napoli negra; Napoli americana; Napoli munnezza; Napoli photoshoppata; Napoli fermata metro di via Toledo; Napoli Città della Scienza (bruciata); Napoli eterna promessa, speranza tradita. Napoli è tutto questo e altro ancora; non la si esaurisce con una definizione, con un’etichetta. La natura di questa città è metamorfica; forse proprio per questo si sente il bisogno di fotografarla in un atto, in un gesto che la immobilizzi, per capirla, per vederla meglio e, inconsapevolmente, condannarla ad essere qualcosa che non è. Napoli è una città difficile, ma proprio per questo facile da amare. Propongo qui un percorso di lettura che possa in qualche modo disegnare un bozzetto di questa città. Un percorso è fatto di scelte e pertanto di rinunce. Ci sarebbero decine di altri titoli da proporre la cui ricerca riservo al lettore.
Napoli - Riviera di Chiaia
Curzio Malaparte. Cominciamo con uno scrittore molto discusso, inviso a parecchi suoi colleghi (tra i quali primeggia Raffaele La Capria), ovvero Curzio Malaparte. Nel suo La Pelle lo scrittore, volontario dell’Esercito Cobelligerante Italiano e Ufficiale di collegamento del Corpo Italiano di Liberazione con gli Alleati, mette in luce la contraddizione dello status degli Italiani. Essi infatti si trovavano ad accogliere come liberatori i loro nemici e a unirsi a questi indossando divise recuperate dai soldati morti proprio per mano degli Italiani stessi. La divise erano state opportunamente ritinte per fa scomparire le macchie di sangue. L’onore di essere tra i primi liberati, dice Malaparte, tocca proprio ai suoi poveri napoletani, che però non si sentono né vinti, né liberati. Quasi su Napoli aleggiasse una qualche specie di sortilegio, la consapevolezza che nulla può cambiare; una sorta di maledizione che solo lo spirito partenopeo può fronteggiare. L’iter narrativo de La Pelle non si esaurisce con Napoli, ma in questa città sviluppa le sue pagine più belle. Pagine di una crudezza esagerata, molto criticata, ma che sola può rendere una devastazione che supera i limiti temporali della guerra e  che sembra un’eredità di secoli, destinata a proiettarsi nel futuro. Il realismo di Malaparte, nella sua estremizzazione, non diventa surrealismo, bensì iperrealismo. Propongo di seguito una delle pagine meno “forti” del libro ma che, per un certo suo lirismo, traccia un profilo della città doloroso e compassionevole.  

Soffiava dal mare il chiaro vento di greco, e un odor fresco di sale tagliava l’aria fetida dei vicoli. Pareva di udir trascorrere sui tetti e sulle terrazze quel fremito di foglie, quel lungo nitrito di puledri, quell’innumerevole riso di fanciulle, quei mille suoni giovani e felici che corrono sulla cresta del grecale. Il vento entrava nei panni, appesi ad asciugare alle funi tese attraverso i vicoli, come una vela. S’alzava da ogni parte uno strepito d’ali di colombe, un frullo di quaglie nel grano.
Seduta sulla soglia dei tugurii, la gente ci guardava in silenzio, seguendoci a lungo con gli occhi: erano bambini quasi nudi, erano vecchi bianchi e trasparenti come funghi di cantina, erano donne dal ventre gonfio, dallo smunto viso del color della cenere, ragazze pallide e scarne dal seno sfiorito, dai fianchi magri. Tutto intorno a noi era uno sfavillar d’occhi nella verde penombra, un ridere muto, un baglior di denti, un gestire silenzioso: quei gesti fendevano quella luce d’acqua sporca, quella spettrale luce d’acquario che è la luce dei vicoli di Napoli al tramonto. La gente ci guardava in silenzio, spalancando e chiudendo la bocca come fanno i pesci. (Malaparte Curzio, La pelle).
Anna Maria Ortese. Altra scrittrice amata e odiata per il realismo e la crudezza con cui racconta Napoli è Anna Maria Ortese. Il mare non bagna Napoli, uscito nel 53’ con una presentazione di Vittorini, fu visto come un libro contro Napoli. Una città stremata dalla guerra, e che pensava alla ricostruzione, non accettava di vedere la sua squallida realtà, pur vissuta quotidianamente, rappresentata nella freddezza oggettiva della pagina. I racconti e i reportage del libro della Ortese imbarazzano, per motivi diversi da quelli di Malaparte, ma più o meno nella stessa misura, perché riconducono a verità che per pudore si vogliono celare. L’autrice confessa, nella prefazione alla nuova edizione del libro, uscita più di quarant’anni dopo per i tipi di Adelphi, che il Mare fu motivo di un lungo esilio da Napoli, una ferita mai completamente rimarginata. Potremmo aggiungere che fu il libro giusto pubblicato nel momento sbagliato, forse profetico, visto che ancora oggi non possiamo evitare, parlando di questa città, la parola emergenza. Un’idea della situazione di alcune zone della città negli anni cinquanta la danno le pagine con cui la Ortese ci parla della sua visita al III e IV Granili, un enorme edificio che ospitava cinquecentosettanta famiglie per un totale di circa tremila persone tra sfollati, senza casa e disperati di ogni genere.

C’era in questa stanza, e precisamente il 258 B, un odore persistente di feci, raccolte in vasi nascosti, lo stesso che riscoprimmo in quasi tutti questi locali. Dovevano, questi vasi, trovarsi dietro i tramezzi fatti di carta da imballaggio o brandelli di coperte, che dividevano l’ambiente, a non più di un metro dal suolo, in due o tre alloggi. La donna mi aveva guardato le mani, con un occhio nero, reso losco dallo strabismo, e visto ch’erano vuote aveva mostrato un’aria delusa. Le dame dell’aristocrazia napoletana mandano di tanto in tanto qualche pacco, lo straniero che giunge qui a mani vuote non può essere considerato che un nemico o un pazzo. Lo capii solo lentamente.
«Questa signora» disse la Lo Savio «è venuta a vedere come state. Vi può essere utile. Raccontate, raccontate, figlia mia».
Quel cattivo sguardo strabico mi cadde ancora addosso, scendendomi nel collo come un liquido viscido. Poi, vincendo il peso e la stanchezza della enorme carne che l’ammantava, la De Angelis Maria disse con una voce lamentosa, sgradevole, come se fosse carica di schifo, ma anche annebbiata da un forte sonno: «Avutàteve…».
A piede di un materasso disteso per terra, c’erano delle croste di pane, e in mezzo a queste, muovendosi appena, come polverosa lanugine, tre lunghi topi di chiavica rodevano il pane. (Anna Maria Ortese, Il mare non bagna Napoli).
Napoli - Cimitero delle Fontanelle
Raffaele La Capria. Ma cambiamo genere. Con Raffaele La Capria entriamo in un’altra Napoli. Ci allontaniamo dai tuguri e ci inoltriamo nelle stanze della buona borghesia. Con Ferito a morte ci lasciamo cullare dal dolce far niente di giovani che frequentano il Circolo Nautico e il bar Middleton, in una sorta di sospensione temporale, immersi nell’azzurro di una magnifica giornata. Sono pagine dove sembra non accada nulla d’importante, ma dove invece si consumano esistenze inconsapevoli, dove la vita sfugge mentre si sta facendo un’altra cosa. Salvo poi rendersi conto che la grande occasione è persa, che la spigola che stavamo cacciando è stata mancata dalla fiocina e indisturbata si è allontanata perdendosi nel blu profondo del mare a largo di Palazzo Donn’Anna. Ferito a morte è un libro di flussi di coscienza, espressi in una magistrale prosa non priva di sperimentalismi, che narra di un ceto sociale ben diverso da quelli trattati nelle precedenti citazioni. Non è un caso che lo stesso La Capria abbia espresso il suo dissenso e la sua lontananza estetica da Malaparte (La Capria, Malaparte in Esercizi superficiali, Milano, Mondadori, 2012), rifiutando proprio quegli aspetti più estremi e morbosi che invece fanno de La pelle un libro unico. Se per molti commentatori i personaggi di Ferito a morte sono proprio il modello di quel ceto sociale che non ha saputo vincere la scommessa del dopoguerra partenopeo, è pur vero che La Capria restituisce alla città, e alla napoletanità, una dimensione esistenziale che supera il problema della sopravvivenza. In particolare pacifica il rapporto uomo-paesaggio; restituisce all’ambiente quella funzione magica e forse anche un po’ anestetica che spesso serve da balsamo a lenire i dolori.

Nel dormiveglia Massimo si gira e si rigira tra le lenzuola mentre il sogno si dilegua dimenticato. Prima impercettibili, quasi pensati, e man mano più precisi, gli arrivano ad intervalli regolari i colpi del maglio. Le palafitte che avanzano dalla spiaggia, sul mare, fin sotto il palazzo. I due uomini sulle traverse, che prendono fiato, gli pare di sentirli, di vederli, e dopo un oooh! dal profondo del petto, coi muscoli della schiena contratti, guizzanti sottopelle, sollevano a quattro braccia il maglio pesante. Sospeso un attimo sulle teste, nel cielo un attimo come un rito, poi toc! sul palo. La punta aguzza penetra nella sabbia a dunette del fondo, ogni colpo è una pietra che cade nel lago azzurro del mattino. I cerchi si allargano confusi con quell’oooh sospirato, annunciano ogni anno che l’estate è venuta. Può dire dalle vibrazioni di quei colpi nell’aria com’è fuori il tempo, e sente la grande giornata ferma sulla città, il palazzo che naviga nel mare, la luce che preme sulla finestra e scoppia dalle fessure delle imposte. Apre gli occhi. Oscilla sulla parete bianca il grafico d’oro, trasmette irrequieto senza soste il messaggio: è una bella giornata – bella giornata. (Raffaele La Capria: Ferito a morte).
Erri De Luca. Anche se è più facile incontrarlo su una via di roccia delle Dolomiti che ai Quartieri spagnoli, Erri De Luca ha un cuore indubbiamente napoletano e ha saputo interpretare in modo personalissimo questa città, rendendola scenario tenero e drammatico di molte delle sue storie. Nel suo romanzo d’esordio, Non ora, non qui, Napoli diventa flusso di memoria. Si tratta di una Napoli che sta cambiando in fretta, che cerca un riscatto nel dopoguerra; una Napoli caotica che non si riconosce più nel popolo dei vicoli, né nella cartolina del Golfo. Nel breve romanzo i tempi narrativi si incrociano, la memoria segue i suoi percorsi in una città che se da un lato risveglia ricordi e alimenta appartenenza, dall’altro allontana e si allontana, incomprensibile, dolorosa, difficile da decriptare. La prosa di De Luca conferisce a Napoli una funzione letteraria nuova e una dignità diversa: moderna. Napoli è una condizione dell’animo, teatro di pensieri e azioni che solo lì hanno possibilità e senso di esistere.

Una cosa vedevo accadere nella città, non era solo il disagio di una piccola persona confusa dal non essere più un bambino. La conoscevo dal vicolo per una città immobile, messa a strati, stipata. Conoscevo la febbre di sempre, di quelli che non vogliono più essere poveri. Ma aveva preso a correre a fior di pelle un’incitazione nuova, un richiamo a sbrigarsi. Senza nessuna occasione apparente ferveva nei poveri un’urgenza. Non altro potevo vedere, se non l’applicarsi di un consiglio misterioso e raccolto da tutti: abbiate fretta. Sui marciapiedi non si cedeva il passo, non ci si toglieva il berretto, non si sfuggiva il poliziotto. I poveri avevano smesso le buone maniere della pazienza e della paura, vestivano meglio. Nel mio vicolo le donne erano strilli. Non le capivo quando la collera saliva dalle viscere su per la gola agli occhi. Intendevo invece i loro gridi per chiamarsi a distanza e mi piaceva la cantilena di un nome gridato dal selciato fino all’ultimo piano, nomi di molte lettere preceduti da un titolo e proseguiti in un diminutivo: donna Cuncetti – naa. Poi, stabilitasi la comunicazione sopra il frastuono, seguiva un dialetto secco di sillabe avare e notizie brevi. (Erri De Luca: Non ora, non qui).
Napoli - Fermata metro di Via Toledo
Andrej Longo. Anche la città di Andrej Longo è moderna, anzi direi che a leggere L’altra madre ti sembra di essere appena sceso a Napoli Centrale e di cominciare a passeggiare per la città. Quello che si vede, e che si sente (la prosa di Longo è una magistrale fusione di italiano e dialetto) è esattamente ciò che vedi e che senti camminando per Napoli. Ma la quotidianità è spesso attraversata da vicende assurde e dolorose che accadono per fatalità o per necessità, vicende di microcriminalità e macrodisperazione. Uno scippo finito male mette in moto una macchina narrativa in grado di mostrarci il doloroso percorso di sentimenti ed emozioni che ci consegnano personaggi di grande spessore umano, degni proprio di questa particolare città. Per conoscere meglio questo romanzo rimando al post del 6 giugno 2016 (L’altra Madre di Andrej Longo)

 Genny, intanto, schizza tra due macchine, sorpassa un autobus sulla destra e continua a manetta.
 «Vai, che ce l’ammo quasi fatta» grida Salvatore.
 Bell’e buono però si sente una sirena
 Ma cher’è ‘sta sirena?
 Si volta un momento a guardare.
 E che sfaccimma. Questi mò ci fanno. Ce amma ‘nventà quaccosa.
 «Ci sta una scalinata qua dietro» dice Salvatore. «Sò cinque sei gradini, tu sì capace».
 Genny fa cenno di sì.
 «Allora vot’a destra. E speramm’a Maronna!»
 Genny s’infila dalla parte che ha detto l’amico.
 È ‘na sradella stretta con le macchine parcheggiate a come viene. Genny se la fa senza rallentare. Ma dietro la polizia non li molla. Prova pure a superarli, ma lo spazio non è abbastanza.
 Una curva a sinistra e di colpo la strada comincia a scendere .
 E là, in fondo alla discesa, ecco le scale che s’avvicinano.
 Genny accelera ancora. Salvatore si stringe a lui con tutte e due le braccia. Chiude pure gli occhi per non guardare.
 Lo scooter si stacca da terra.
 Per un momento pare proprio che vola.
 Poi di colpo atterra sulla strada. Fa ‘na mezza sbandata e sembra finire in faccia a muro. Ma Genny mette un piede a terra, fa un poco di controsterzo e lo controlla. E poi subito riprende la corsa. (Andrej Longo: L’altra madre).
Prima di chiudere questo post, e consapevole delle esclusione inevitabile di tanti altri talenti che hanno raccontato Napoli, voglio proporre due liriche, una di un poeta diciamo “antico”, l’altra di un cantautore moderno. Si tratta di Salvatore Di Giacomo e Pino Daniele. Il primo ci dà un’immagine classica di Napoli, un’immagine amata e ancora cercata, un’immagine che pure racconta un aspetto della città. L’altro, benvoluto e riconosciuto interprete della Napoli contemporanea, ce ne consegna un’immagine disincantata e disillusa. Quale sia la vera Napoli è forse da ricercare in una dissolvenza incrociata di questi due testi poetici.
© Maurizio Ceccarani 2016

Salvatore Di Giacomo
Pianefforte ‘e notte

Foto di sfondo © Maurizio Ceccarani 2016


Pino Daniele
Chi tene ‘o mare

Foto di sfondo © Maurizio Ceccarani 2016

BIBLIOGRAFIA
Malaparte Curzio, La pelle, Roma – Milano, Aria d’Italia, 1949
Di Giacomo Salvatore, Pianneforte 'e notte in Poesie e Prose, a cura di E. Croce e L. Orsini,   Milano,  Mondadori, 1977
La Capria Raffaele, Ferito a morte, Milano, Mondadori, 1984
De Luca Erri, Non ora, non qui, Milano, Feltrinelli, 1989
Ortese Anna Maria, Il mare non bagna Napoli, Milano, Adelphi, 1994
Longo Andrej, L’altra madre, Milano, Adelphi, 2016

La canzone di Pino Daniele Chi tene 'o mare è nell'album Concerto 2002, BMG Ricordi s.p.a.

2 commenti:

  1. E' un post che mi è particolarmente piaciuto. Forse perché richiama alla mia mente gli anni beati della mia infanzia e della mia adolescenza, ma soprattutto i momenti trascorsi a Napoli con persone che amo...
    Vinni

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    1. Mi fa piacere che il post sia piaciuto. Anche io ho passato momenti piacevoli a Napoli, insieme a persone che mi hanno aiutato a conoscere questa adorabile ma complicata città.

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