lunedì 4 luglio 2016

TRILOBITI di Breece D'J Pancake

Ci sono autori che passano alla storia per una sola opera, anche se non è l’unica cosa che hanno scritto. Penso a Salinger, Melville, Manzoni. Breece D’J Pancake ha scritto uno solo libro, e solo quello può consegnare alla storia. Anzi ad assemblare i dodici brucianti racconti che compongono Trilobiti non è stato neanche lui, ma la pubblicazione è frutto di un lavoro editoriale. D’J Pancake si è ucciso prima di compiere 27 anni, quando stava già pensando a un romanzo.  Ma non è intenzione di questo blog indagare sui percorsi mentali ed emotivi che portano un uomo a una scelta del genere. Noi non possiamo che accettarla e rispettarla. Possiamo però considerare i dodici racconti, dodici romanzi in miniatura, o meglio dodici possibili romanzi. Un racconto, normalmente descrive una porzione spazio-temporale ben definita; i racconti di D’J Pancake vanno oltre, si inoltrano in un metatempo che coinvolge generazioni ed ere geologiche e in poche pagine narrano la saga di una famiglia, la tragedia di una vita, la disperazione collettiva di un luogo distrattamente abbandonato anche da Dio.
 
Immagine Pixabay
I racconti sono ambientati nel West Virginia, una landa desolata dove le pianure languono lasciate a se stesse, dove vagano minatori di miniere abbandonate, dove la noia è spesso affogata nell’alcol. Una terra di prostitute bambine, di serpenti neri che si annidano in ogni angolo recondito, di ruggine che attacca attrezzi da lavoro, piantagioni, ricordi. È una terra, questa, da cui devi fuggire per salvarti, ma più spesso si salva chi resta, perché almeno non perde il suo passato. I personaggi di questi racconti sembrano non averlo proprio un passato, eppure esso riemerge con costanti e rapidi flashback. Quello che sembrava sepolto tra i sedimenti del fiume, quello che sembrava fossilizzato come un trilobite, riemerge, a ogni oggetto, a ogni luogo, a ogni situazione. Gli oggetti danno vita ai ricordi, o meglio, sono i personaggi a dare vita agli oggetti, a rianimarli dal loro stato fossile. Il passato sembra non esistere, eppure c’è, ed è vivo nella memoria di chi resta, ma è un passato di sordo dolore, trascorso nell’indifferenza dell’universo, stratificato e imprigionato nelle rocce.

Anche le tazze mi mettono i brividi. Le guardo appese ai ganci accanto alla vetrina. Con i nomi stampati sopra, unte e coperte di polvere. Sono quattro, una è di papà, ma mica ho i brividi per quello. La più pulita è quella di Jim. È pulita perché la usa ancora, ma sta appesa insieme alle altre. Lo vedo dalla finestra che attraversa la strada. L’artrite gli stritola le articolazioni. Penso che manca ancora tanto prima che crepo, ma Jim è vecchio e mi vengono i brividi, a vedere la sua tazza appesa lì. (Traduzione di Cristiana Mannella).
Immagine Pixabay
 Nella prosa di Breece D’J Pancake c’è condensata tutta la tradizione narrativa americana, dal senso del sacro di Melville e di Faulkner, alla prosa minimalista di Hemingway, dalla lotta per la sopravvivenza di Steinbeck, alla durezza dei deserti di McCarthy. Una sintesi di stili dovuta forse proprio alla tradizione americana dei corsi superioni di scrittura che, se hanno un po’ omologato la maniera di scrivere dei giovani talenti, hanno anche consegnato alla storia pagine di altissima prosa e di rara poesia.
© Maurizio Ceccarani 2016
 D’J Pancake Breece, Trilobiti, Roma, Edizioni minimum fax, 2016

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