giovedì 21 luglio 2016

SPY STORY LOVE STORY di Nicolai Lilin

Spy story love story è il secondo romanzo di Nicolai Lilin da quando l’autore moldavo-siberiano ha smesso i panni della prima persona. Ovvero da quando le sue storie sono chiaramente inquadrabili come fiction e non come pseudo-memorie. Il gufo ignorante ha recensito tutti i libri di Lilin, fin da Educazione siberiana, seguendo spesso la polemica sollevata da diversi critici sulla valenza autobiografica delle vicende narrate. In quelle occasioni sostenni più volte la legittimità di mescolare finzione e realtà e di usare vicende vissute in prima persona o da altri per rendere un quadro narrativo coerente, verosimile e accattivante. Chi volesse approfondire questo argomento può andare sui seguenti link Le guerre di Kolima (13/6/14); Kyle vs Lilin (ovvero la solitudine del cecchino) (7/1/15); Essere Nicolai Lilin (ovvero i boschi di Kolima) (8/11/15).

Dopo Il serpente di Dio, romanzo in terza persona in cui i ricordi e l’esperienza bellica di Lilin affrontano, nell’ambito della guerra caucasica, il problema culturale e religioso tra cristiani e musulmani, Spy story love story ci cala in un vero e proprio romanzo di genere. Uscito nei Coralli di Einaudi, con copertina morbida, ha tutto l’aspetto del libro da consumarsi avidamente sotto l’ombrellone.

Alëša è un killer di consumata esperienza al servizio di Rakov, uno spietato boss della criminalità organizzata russa. Rakov, ripulito in qualche modo il suo passato, si dedica ora alla politica, passando per un democratico in opposizione all’attuale presidente. Ma i metodi di Rakov non sono cambiati, ha ancora bisogno di Alëša. Questi però mostra segni di stanchezza, ha un disturbo ad un occhio che non prelude a niente di buono e vorrebbe andarsene dall’organizzazione.  Nella sua equivoca magnanimità, Rakov propone ad Alëša, un’ultima facile missione: uccidere una donna che involontariamente si è intromessa nei suoi affari. Dopo di che sarà libero di andare.

La figura di Alëša ha molti caratteri in comune con la figura di Kolima dei primi romanzi. Essa è tracciata su quelli che possiamo considerare i topos classici di Lilin: infanzia vissuta in un piccolo villaggio, appartenenza a bande criminali con un ferreo codice d’onore, scorribande lungo il fiume, lotta tra quartieri e così via. Alëša è diventato criminale per necessità, non aveva altra scelta se voleva sopravvivere. Ma ha un suo lato umano, un suo desiderio di vita normale che, non potendo altrimenti, si stempera e si esaurisce leggendo romanzi. È questo il suo punto debole, ma anche la sua grande forza, la marca che lo rende diverso. In realtà un criminale che legge romanzi è poco credibile, ma è pur vero che Alëša è anche il simbolo di un’etica criminale ormai superata, è un pezzo di passato che stride con il presente, è soprattutto il pretesto dell’autore per cercare il bene laddove meno lo si immagina: nel trritorio del diavolo, direbbe Flannery O’Connor. Non è un caso che Alëša si chiami proprio come uno dei fratelli Karamazov, il più autentico, il più casto, il più spirituale.

Immagine Pixabay (particolare)
Alëša non può uccidere una donna come gli è stato ordinato. Non l’ha mai fatto, va contro il suo codice morale (se di morale si può parlare). Questa contrddizione è il motore di tutta la vicenda che, dopo le prime pagine di presentazione, prende un ritmo serrato, da vero thriller, perché di thriller, più che di spy story si deve parlare. Lilin è l’iniziatore del genere thriller russo-siberiano che, nel corso del suo sviluppo non risparmia frecciate al vecchio Stato sovietico e a quello pseudo democratico odierno, dando alla storia uno spessore non comune.
© Maurizio Ceccarani 2016

Lilin Nicolai, Spy story love story, Torino, Einaudi, 2016

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