mercoledì 18 maggio 2016

MY MOBY DICK di William Humphrey

Esistono pescatori che scrivono e scrittori che vanno a pesca. I primi producono per lo più testi di dubbio gusto letterario, ma essenziali per l’apprendimento dell’arte della pesca. I secondi danno vita a grandi o piccoli capolavori. My Moby Dick di William Humphrey forse non è un capolavoro, ma di certo è un piccolo gioiello che svela gli aspetti esistenziali dell’andare a pesca e lega insieme, con riferimenti e allusioni, tutta quella narrativa di alto profilo che per un motivo o per l’altro si è trovata a parlare di azioni di pesca; o di caccia, visto che non si può escludere Moby Dick, dal momento che è lo stesso Melville a chiamare fish la sua balena .

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Novello Ismaele, Humphrey esordisce con Chiamatemi Bill. Da questa chiara allusione inizia un agile racconto, pieno di tenerezza ed ironia, sui motivi per cui uno, per esorcizzare malesseri e malinconie, decide di andare a pesca. Ristabilire un equilibrio interiore, resettare il rapporto con gli altri e con la natura: a questo serve la pesca. Un giorno, sulla riva del torrente Shadow Brook, Bill vede dei ragazzini pescare piccoli pesci da frittura; nel guardare meglio con un binocolo, scopre che in acqua c’è un trota maestosa, di più di un metro di lunghezza. Al suo avvicinarsi i ragazzi scappano e lasciano sulla riva pesci moribondi a cui erano stati cavati gli occhi. Ancora indignato per l'atto sadico e gratuito a cui ha assistito, Bill si incanta a guardare quel mostro meraviglioso che nuota indisturbato vicino alla riva. Scopre che è cieco da un occhio. La coincidenza dell’atto vandalico con la menomazione del pesce, il trovarsi da solo davanti a un prodigio, nel posto più improbabile, un torrente che corre a lato di una strada trafficata e per di più in prossimità di un ponte, sono circostanze che fanno sentire Bill un prescelto. Quella trota gigantesca, quella meraviglia della natura, quella sua unicità diventeranno l'oggetto di un irrefrenabile desiderio. Le sue energie da quel momento saranno tutte spese per la cattura di quella che, confidenzialmente, chiamerà la Monocola.
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Ma una bestia del genere, per prenderla, bisogna essere perfetti. Comincia quindi una sorta di educazione di Bill fatta di manuali, di studio, di attrezzatura, ma soprattutto di osservazione. Osserverà le abitudini della sua preda per giorni, approfittando della sua parziale cecità, e la preda, dal canto suo, con i suoi comportamenti, istruirà il suo predatore su come essere uccisa. Non si può però uccidere una regina se non con una nobile arma. Quest’arma è la tecnica di pesca più difficile: la pesca alla mosca secca. Un’arte, una disciplina fine a se stessa, una sorta di religione, una pratica talmente raffinata che lo scopo per cui la si esercita passa quasi in secondo piano. 
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Nella sua recensione del ’78, passata poi a prefazione dell’attuale edizione Elliot, Raymond Carver dice “Quelli grossi scappano sempre” e fa riferimento alla grande trota che perde Nick Adams in Il grande fiume dai due cuori, alle grosse trote perse dai fratelli Norman e Paul in In mezzo scorre il fiume di Norman Maclean e, perché no? all’archetipo di tutti i pesci Moby Dick. La letteratura è piena di big fish che si fanno beffa degli uomini. Così è anche per il nostro Bill che, dopo aver sapientemente insidiato la sua trota gigantesca, riesce a prenderla all’amo. Ma è un attimo: questa, con un guizzo vigoroso e spettacolare che incanta lo stesso pescatore, riesce a liberarsi e a sparire nelle acque del torrente. Bill non torna deluso dalla pesca, ma cambiato, appagato di aver avuto un avversario tanto grande, e non solo di dimensioni; torna onorato di essere stato scelto dal destino per vivere un’avventura dello spirito oltre che sportiva. 
L’atto della pesca ristabilisce equilibri. Nick Adams nel Grande fiume dai due cuori ha un dolore. Non sappiamo bene quale, ma a poca distanza dal fiume c’è una città distrutta da un incendio e, a frammenti, nella sua mente affiorano ricordi. Sappiamo però che è felice. Il fiume lo avvolge con le sue acque fredde come in un battesimo purificatore, e il pesce grosso che sfugge non è che qualcosa che non possiamo fermare. Il fiume simbolico che scorre tra due fratelli così diversi, come Norman e Paul Maclean di In mezzo scorre il fiume, nella realtà li tiene paradossalmente uniti nel rito religioso della pesca. Quasi sempre l’andare a pesca è una sorta di richiamo irresistibile, una sorta di Call of the Wild o forse meglio un Call of Mistery. Achab non resiste alla sfida del mistero incarnato da Moby Dick, ma non ha la saggezza di lasciarlo andare; per questo andrà via con lui pagando un caro prezzo. Quasi sempre è il pescatore ad essere pescato. Dice il nostro Bill: “I racconti di pesca si concludono sempre con il pesce che riesce a farla franca. Questo no. Questo, caro lettore, è il racconto di un pescatore che è riuscito a farla franca. Infatti, la Monocola mi ha cambiato profondamente.”(Traduzione di Franca Pece). Uscire cambiati dall’incontro con il Big Fish significa essere stati a un passo da qualcosa più grande di noi, qualcosa che vorremmo possedere ma che siamo consapevoli che non potrà mai appartenerci. È nel saper perdere le cose, nel rinunciare al desiderio, che si ristabilisce l’equilibrio. In fondo, anche nel mito biblico, è un Big Fish a pescare Giona e a restituirlo profondamente cambiato, piegato a un volere più grande di lui.
© Maurizio Ceccarani 2016

BIBLIOGRAFIA
Melville Herman, Moby Dick, Milano, Mondadori, 1986
Hemingway Ernest, Il grande fiume dai due cuori, in I quarantanove racconti, Milano, Mondadori 1988
Maclean Norman, In mezzo scorre il fiume, Milano, Adelphi, 1993
Humphrey William, My Moby Dick, Roma, Elliot Edizioni s.r.l., edizione ebook, 2015 

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