martedì 19 aprile 2016

PENSARE SELVAGGIO

ANIMALI. Si chiamava Daniza. Era un’orsa che liberamente frequentava il suo ambiente naturale: i boschi del Trentino. Nell’agosto del 2014, percependo un pericolo per i suoi cuccioli, ferì un cercatore di funghi che casualmente si era imbattuto in lei. Le ferite per l’uomo fortunatamente non furono gravi, ma quello che ne seguì fu la prova di come non ci si riesca più a confrontare con rispetto e intelligenza con la natura e con il mondo selvaggio che abbiamo la presunzione di esserci lasciati alle spalle. In realtà l’uomo, dal punto di vista della violenza, non ha rivali con il mondo selvaggio. Segue solo regole diverse che vanno al di là della semplice necessità di sopravvivenza, assumendo così un comportamento indecifrabile per gli esseri selvaggi. Il comportamento dell’orsa Daniza venne subito vagliato come pericoloso e pertanto ne venne decretato l’abbattimento. Dietro la reazione di animalisti e ambientalisti, la “condanna” venne tramutata in semplice cattura, ma, guarda caso, l’orsa non sopravvisse alla telenarcosi. Ora, è ovvio che ci dispiace per il cercatore di funghi, ma nel momento in cui ci si reca in un posto selvaggio non si può pensare di condividere le stesse regole della città. Ci si prende la responsabilità delle proprie azioni e ci si rende consapevoli che si è in un mondo altro accettando questa alterità. Anche il pet più umanizzato che rallegra le nostre abitazioni “pensa” selvaggio. Il tenero cagnolino che si addormenta sulle nostre ginocchia, quando incontra in strada un ipotetico rivale, ringhia e diventa una piccola belva, mettendoci in qualche modo in imbarazzo. E il caro gattino, che fa le fusa se lo accarezziamo sulla testa, quando ci offre con orgoglio il cadavere del canarino della vicina, non capisce perché lo sgridiamo. I meccanismi del comportamento selvaggio sono affascinanti e diversi autori hanno provato a raccontarli. Il gufo ignorante propone qui un percorso di lettura intorno all’idea di selvaggio tanto breve quanto incompleto, ma che può essere da stimolo per capire meglio un mondo da cui veniamo e che, in modo aberrante e contorto, è ancora dentro di noi.

Orso bruno - Immagine Pixabay
INSELVATICHIRE. Uno dei libri che meglio rappresenta il difficile rapporto tra esseri selvaggi e esseri umani è forse proprio Il richiamo della foresta di Jack London. In realtà già il titolo originale The Call of the Wild ci cala in una realtà in cui the Wild (con la maiuscola e l’articolo determinativo davanti), assume il rango di entità superiore, di un qualcosa che è più forte e che può richiamare a sé chi si allontana. Nel magnifico libro di London, il cane Buck, dalla vita comoda e noiosa della fattoria  in California passa, suo malgrado, a una vita fatta di maltrattamenti, fatica, lotta per la sopravvivenza e feroci crudeltà. Buck apprende così la legge della mazza e della zanna, imparando a difendersi e a uccidere. Passando da un padrone all’altro, perde fiducia negli umani per ritrovarla poi in Thornton, un cercatore d’oro che gli salverà la vita. La riconoscenza di Buck verso il suo nuovo padrone sarà totale, ma il destino che aspetta Thornton è un destino di morte. Il cane troverà il suo padrone ucciso da alcuni indiani e la sua vendetta contro di loro sarà di una ferocia inaudita. Dopo, privo ormai di ogni legame con gli uomini, a Buck non resterà che seguire un richiamo che da più giorni lo seduce, è quello di un branco di lupi al quale si unirà per diventarne il capo.

Immagine Pixabay
L’UOMO. Fin qui gli animali. L’inselvatichirsi di Buck tutto sommato ci sembra naturale. Ma è quando a inselvatichirsi sono gli uomini che cominciamo a farci delle domande. Passare dalla legge della città a quella della foresta, comportarsi in modo selvaggio, sembra essere per l’uomo molto più facile che percorrere la strada inversa. Robinson Crusoe impiega trent’anni per tornare alla civiltà, ma, soprattutto, lotta per trent’anni per non dimenticare la civiltà, anzi cerca di trasmetterla a Venerdì. Di contro, gli adolescenti del Signore delle Mosche si organizzano velocemente, per adattarsi alla situazione venutasi a creare con la caduta dell’aereo sull’isola. Rapidamente si formano gruppi equivalenti a tribù, si organizzano cacce, si creano leadership, si inventano riti con funzioni apotropaiche necessari ad allontanare le paure ancestrali che puntualmente riaffiorano nel confronto diretto con la natura e con l’ignoto. Ma quello che più spaventa è che riaffiora, proprio nell’adolescenza innocente, la necessità di uccidere. Golding sostiene che l’uomo produce male come le api producono il miele. Forse è vero, ma l’uomo non ha certo bisogno di inselvatichirsi per farlo. Il male non è propriamente legato alla condizione naturale, allo stato selvaggio. L’uomo sceglie. La belva no. Una belva è sempre innocente.

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FUGA DALLA CIVILTÀ. Se Robinson e i ragazzi del Signore delle Mosche, anche se con spirito diverso, sono costretti ad affrontare la vita selvaggia loro malgrado, c’è chi la vita selvaggia se la va a cercare. È il caso di Chris McCandless che nel 1990 decise di fuggire dal mondo civilizzato. Ovvero fuggire da una società di cui non condivideva più i principi, la falsità, l’ipocrisia, la finzione e l’artifizio assurti a sistema. La tragica storia di Chris, raccolta con amore e cura meticolosa da Jon Krakauer, porta per titolo “Into the Wild”, (titolo italiano “Nelle terre estreme”). Ancora una volta ci troviamo di fronte al termine difficilmente traducibile del Richiamo della foresta: The Wild. A sedurre Chris infatti fu un vero e proprio call of the Wild. Terminati gli studi, Chris fugge dalla sua famiglia, dona i risparmi in beneficenza, abbandona la sua auto, da fuoco agli ultimi soldi che aveva ancora nel portafoglio e inizia a vagabondare. Viaggerà facendo l’autostop per i posti più selvaggi dell’America, conoscerà varia umanità, avrà qualche noia con le polizie locali,  sopravviverà con espedienti e lavorando saltuariamente. Ma il grande salto avverrà forse proprio perché influenzato da uno dei suoi scrittori preferiti: Jack London. Nel 1992 passerà dallo Yukon all’Alaska seguendo lo Stampede Trail, una strada accidentata, mai terminata, che si trasforma in sentiero e si perde nei territori selvaggi a nord del Monte McKinley. Qui, usando come rifugio un vecchio autobus abbandonato in una radura vicino allo Stampede Trail, vivrà come ha sempre desiderato. Andrà a caccia, raccoglierà erbe e radici, esplorerà i dintorni in perfetta solitudine. Riuscirà a vivere in armonia con la natura, fino a essere natura stessa. Krakauer ha ricostruito gli ultimi anni dell’esistenza di Chris grazie ai diari che il giovane ha lasciato, a qualche fotografia e a alle testimonianza di quelli con cui si è incontrato nel suo lungo vagare. Dalle ultime pagine di diario si percepisce una certa necessità di condividere la sua felicità che può essere interpretata come un vago desiderio di tornare alla famiglia o forse solo alla civiltà. Ma ormai è troppo tardi, l’organismo indebolito e denutrito di Chris non resisterà all’ingestione di alcuni semi che invece di sfamarlo non faranno che aggravare il suo stato. Chris morirà avvolto nel sacco a pelo, nel suo autobus, conosciuto ora come Magic Bus. Solamente al suo ritrovamento, che avverrà diversi giorno dopo la sua morte, i genitori sapranno che fine ha fatto il loro ragazzo.

Monte McKinley - Immagine Pixabay
BUONI E CATTIVI. In un percorso di letture selvagge (per favore passatemi il termine) non si può ignorare Origine della disuguaglianza di Rousseau. In questo saggio, Rousseau sostiene che la disuguaglianza tra gli uomini nasce da un allontanamento dallo stato di natura. È proprio ciò che voleva contrastare Chriss McCandless, tornare allo stato di natura, farsi buon selvaggio poteva portare alla felicità. Se Into the Wild è permeato di pensiero roussoviano, la stessa cosa non si può dire del Signore delle mosche che, anzi, visto lo scontro che si scatena tra le due tribù, ricorda di più il bellum omnium contra omnes paventato da Hobbes.

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I FONDAMENTI DEL PENSIERO. Ma quanto l’uomo civile è lontano dal selvaggio? Vale la pena affrontare la lettura de Il pensiero selvaggio di Claude Lévi Strauss per scoprire che in fondo i selvaggi hanno le stesse strutture mentali degli uomini cosiddetti civilizzati. Da un profondo studio di miti, riti, strutture sociali e fenomeni culturali emerge che le civiltà primitive hanno gli stessi schemi logici delle civiltà più progredite. Lévi Strauss individua un metodo di classificazione della realtà basato su una sorta di codice binario costituito dalle opposizioni caldo-freddo, crudo-cotto, luce-buio, sinistra-destra. Queste strutture, atemporali e universali, sono comuni a tutti gli uomini. E proprio il funzionamento di questo meccanismo bipolare porta le civiltà primitive al tabu dell’incesto, elemento palesemente transculturale, che favorisce l’esogamia, ovvero l’apertura della società verso l’esterno e che garantisce la sopravvivenza del gruppo. Lévi Strauss sostiene inoltre che le società primitive, che a noi occidentali sembrano senza storia, e quindi selvagge, in realtà subiscono trasformazioni come le altre società, solo che resistono in modo diverso ai cambiamenti. Sono storicamente “fredde” a differenza di quelle evolute, storicamente “calde”.

Tornando alla nostra Daniza, possiamo tranquillamente ribadirne l’innocenza, perché essa, come tutte le belve ubbidisce alla legge naturale della sopravvivenza. Ma l’uomo no. Egli può scegliere tra bene e male. Resta da capire però in che misura le azioni legate al concetto di bene, e quindi di male, siano riconosciute in senso universale o siano esse ancorate al giudizio e alla cultura di una particolare società.
© Maurizio Ceccarani 2016

BIBLIOGRAFIA

Lévi-Strauss Claude, Il pensiero selvaggio, Milano, Il Saggiatore, 1964
Golding William, Il Signore delle Mosche, Milano, Mondadori, 1980
London Jack, Il richiamo della foresta, Milano, Mondadori, 2001
Krakauer Jon, Nelle terre estreme, Milano, Corbaccio, 2008
Defoe Daniel, Robinson Crusoe, Milano, Mondadori, 2013
Rousseau Jean-Jacques, Origine della disuguaglianza, Milano, Feltrinelli, 2013

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