martedì 15 marzo 2016

MORIRE IN PRIMAVERA di Ralf Rothmann

La generazione degli scrittori che, oltre a raccontarla,  la seconda guerra mondiale l’hanno fatta, o l’hanno in qualche modo vissuta, si va lentamente spegnendo. Eppure c’è ancora chi, pur non essendo stato coinvolto anagraficamente dal conflitto, sente il bisogno di scrivere di quella guerra, di una tragedia conosciuta indirettamente. Una guerra che ha il primato su tutte le altre guerre di aver prodotto oltre cinquanta milioni di morti, che ha visto l’olocausto più grande di tutti gli olocausti consumatisi nella storia dell’uomo, che si è conclusa con l’assurdità della bomba atomica, proiettando un ombra di morte anziché di pace sugli anni a venire. Insomma, una guerra che ha messo a nudo la ferocia primordiale dell’umanità non può essere legata a una generazione, ma è transgenerazionale. E lo è non solo per il debito peso della memoria, quella memoria dei fatti che resta nei libri e dovrebbe influenzare le scelte politiche del dopo, ma anche perché resta un senso di peccato sociale, una sorta di sporco addosso difficile da pulire; perché chi l’ha fatta quella guerra ha trasmesso un gene morale indefinibile alle generazioni future, una qualche essenza oscura che sui libri di storia non c’è. Allora c’è bisogno di purificarsi, di raccontare, indagare, ricordare ciò che sfugge alle sintesi storiche. Perché è nei libri di storia che trovi i fatti, ma la memoria dei sentimenti, che sono quell’essenza oscura, la memoria del dolore gratuito dissipato sulla pelle della gente, è nel romanzo che puoi ritrovarla. E raccontarli quei sentimenti, scavare nell’animo fino a farsi male, dare memoria al dolore è catarsi.

Immagine Pixabay
Quella raccontata da Ralf Rothmann nel suo Morire in primavera è la storia di due ragazzi di diciassette anni che lavorano come mungitori in una fattoria della Germania del Nord. Siamo nel ’45 e la vita di Walter e Fiete, questi i loro nomi, si stempera tra vacche da mungere, lettiere da rigovernare, letame da spalare. È una vita misera, ma il loro lavoro è importante proprio perché la nazione è in guerra, e fornire alimenti è necessario quanto sparare. D’altra parte Walter aveva già dimostrato di essere un pessimo tiratore nella Gioventù Hitleriana. Era impossibile che lo chiamassero sotto le armi, era indubbiamente più utile lì, a strizzare i capezzoli delle vacche, tra il fango, l’odore forte dell’urina delle bestie, tra preziosi secchi di latte da preservare dalle contaminazioni del lerciume di quel posto. È un lavoro  che egli svolge con perizia e con passione; è un lavoro pesante che a volte merita un’interruzione, una piccola distrazione, anche per riprendere il discorso con qualche ragazza. Una piccola festa offerta da Mark Hundstedt il grasso referente locale del Reichsnährstand è un’occasione per passare una serata diversa e bere un po’ di birra offerta gratis. I due giovani non sanno che è un tranello delle Waffen-SS per reclutare giovani “volontari”. Messi alle strette tra apologia del corpo militare e intimidazione i due non potranno sottrarsi all’arruolamento.

Elaborazione da immagine Pixabay
La Germania è stretta nella manovra a tenaglia. I Russi sono già sull’Oder e da Ovest stanno avanzando gli Alleati. I due ragazzi vengono spediti in Ungheria dove si combatte ormai con i mezzi scassati di quello che fu un grande e ben armato esercito. I feriti non troppo gravi vengono rispediti al fronte dopo cure sommarie. La superiorità schiacciante del nemico viene combattuta ormai con la retorica del coraggio e dell’onore. Lo squallore della guerra si mostra in tutta la sua crudezza in una campagna che cerca faticosamente di uscire dall’inverno, tra morti sparsi nel fango, relitti trivellati di colpi ed esecuzioni sommarie di civili presunti partigiani. Walter in quegli ultimi giorni di guerra perderà il padre, di cui cercherà inutilmente la tomba, e Fiete, il più ribelle e intellettuale dei due sarà ferito al fronte. Il libro inizia con Walter che malato e vecchio ormai in punto di morte rompe il suo mutismo, sollecitato dal figlio a farsi raccontare quei giorni di primavera. Ma se quello che ha visto è raccapricciante, quello che Walter ha dovuto fare va al di là di ogni cosa moralmente accettabile per un uomo, anche in tempo di guerra; è un fardello troppo pesante per non essere condiviso con le generazioni successive. Una dimensione di questo ce lo danno proprio le parole di Fiete che racconta di come il padre medico cercò di dare una spiegazione a un suo sogno ricorrente in cui veniva fucilato. Prigioniero nella Prima Guerra Mondiale il padre di Fiete venne ripetutamente fucilato per finta, per derisione. E così spiega il sogno del figlio.

Le cellule del nostro corpo hanno memoria, anche quelle dei semi e delle uova, e quindi viene trasmessa. Se ti feriscono nell’animo o nel corpo, avrà un effetto anche sui tuoi discendenti. Le offese, le botte o le pallottole che ti colpiscono feriscono anche i tuoi bambini non ancora nati, per così dire. E in seguito, per quanto crescano protetti con amore, avranno una paura boia di essere offesi, picchiati o fucilati. Almeno nel subcosciente, nei sogni. (Traduzione di Riccardo Cravero).

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La Germania ha avuto il coraggio di processare se stessa nel 1963 a Francoforte, e ancora oggi scrittori come Rothmann contribuiscono a metabolizzare il male fatto e subìto. In Italia, dopo la veloce stagione del Neorealismo, peraltro spesso inquinata da elementi di retorica, sembra tutto sfumare. Il clamore del cosiddetto armadio della vergogna si è presto spento, e molti Italiani non sanno neanche di cosa si tratta. I crimini di guerra perpetrati dagli Italiani in Africa, in Slovenia e altro non trovano posto nei testi scolastici. C’è una frase nella Bibbia che il giovane Walter, un po’ ignorante, ma non per questo privo di intuito e sensibilità, sottolinea con il solco di un’unghia: Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti. Ramingo e fuggiasco sarai sulla terra. La sono andata a cercare questa frase nella Bibbia. È al capitolo cinque del Libro di Mosè, versetto 37. È ciò che Dio dice a Caino dopo che questi ha ucciso il fratello.
© Maurizio Ceccarani 2016

Rothmann Ralf, Morire in primavera, (traduzione di Riccardo Cravero), Vicenza, Neri Pozza, 2016

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