domenica 8 novembre 2015

ESSERE NICOLAI LILIN (ovvero i boschi di Kolima)

Il 13 giugno del 2014 appariva il primo post del Gufo ignorante, esso era interamente dedicato all’opera di Nicolai Lilin e si intitolava Le guerre di Kolima. All’epoca dedicai un certo impegno a contraddire quei critici che si erano fossilizzati sullo stabilire se certe vicende fossero state vissute realmente dell’autore, oppure solo millantate. Allora come oggi sostengo che è l’ultimo dei problemi e che il romanzo gode di una sua sfera di autonomia che gli consente di rivelare verità che nessun report potrà mai mostrare. Il dualismo Lilin - Kolima, in altre parole, è un falso problema tirato fuori da un giornalismo povero di argomenti di spessore culturale che punta al sensazionalismo, ignorando il valore esistenziale delle vicende narrate.

 Ne Il Serpente di Dio, Lilin abbandona l’uso di stile céliniano della prima persona e si promuove narratore onnisciente in terza persona. In effetti la scelta si addice alla storia, anche se io personalmente non la trovo un’evoluzione come in molti l’hanno salutata. Bensì semplicemente il modo più adeguato per trattare la materia del romanzo in questione. In altre parole se in un ipotetico prossimo romanzo Lilin decidesse di tornare alla prima persona, la cosa non mi dispiacerebbe e non la vedrei come un’involuzione. Pochi giorni fa, a complicare il lavoro degli “etichettatori”, è uscito Un tappeto di boschi selvaggi, una sorta di album di famiglia in cui Lilin raccoglie storie e immagini della sua vita.

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A guardarlo bene questo libro ha tutte la caratteristiche della strenna natalizia: dorso in tela, copertina rigida, grande formato, grafica elegante, anche l’editore non è quello che ha pubblicato fin qui i libri di Lilin. Sicuramente i guru del purismo letterario storceranno il naso, dal momento che non si tratta di un romanzo né di una vera e propria autobiografia. Ma allora che cosa è questo mostro a tre teste che parla di Lilin? Questo libro non vuole essere un traguardo, non ha l’ambizione di rivelare o confermare qualcosa. Questo non è un diario né un’autobiografia. È semplicemente il racconto delle esperienze che hanno formato il mio modo di vivere e di vedere il mondo. In queste pagine si trovano più domande che risposte, perché più di ogni altra cosa mi sento un osservatore, che con curiosità registra quel che gli accade attorno. Questo ci dice l’autore nella sua prefazione. In realtà il libro è qualcosa di molto più complesso e articolato. Si tratta di storie o di frammenti di vita espressi sotto forma di ricordo o attraverso immagini che ripercorrono buona parte del secolo scorso fino al presente. Le immagini a compendio dello scritto non sono una novità nei libri di Lilin, ma questa volta assumono un ruolo importante e ci accompagnano in un viaggio attraverso la storia, la cultura, le tradizioni (criminali e non), della Moldavia, della Transnistria, della Russia, dell’Unione Sovietica, della Siberia. In questo percorso si snodano anche le vicende della famiglia di Lilin come tessere di un mosaico incompleto, raccontato a macchie di colore come un quadro impressionista. In molti dei frammenti riconosciamo lo spunto che ha generato pagine di romanzo,  altri frammenti restano invece isolati, solitari momenti di vita non agganciabili a una storia articolata, ma troppo belli per essere ignorati, per non dare loro la dignità della memoria. Si passa così dalla vita difficile e singolare dei nonni a quella tormentata del genitori, all’infanzia e alla maturità non certo ordinarie dello scrittore, alla tragedia della guerra e alle ferite non solo materiali, e difficilmente cicatrizzabili,  lasciate dell’esperienza militare. Il tutto in un contesto documentato che ci cala in una realtà spaziotemporale molto lontana dalle nostre domestiche questioni. Il libro ci racconta vite irregolari, storie di uomini e donne che, travolti della vita e della Storia, a volte hanno saputo tenere il timone fermo, altre volte si sono persi. Ma soprattutto emerge la necessità, nella furia degli eventi che hanno caratterizzato la recente storia dell’Est europeo, di mantenere un’identità legata ai sentimenti e alle persone più che ai luoghi. 

Non ho nostalgia di un luogo. In questo senso credo di essere il prodotto di quello che avrebbero voluto i comunisti: una società cosmopolita. Quel che mi porto nel cuore riguarda più che altro le persone, il modo di vivere e condividere. Se dovessi dire cos’era la mia patria, comunque, direi: l’Unione Sovietica. Anche se non eravamo sempre d’accordo con le decisioni del partito comunista, io mi sentivo a casa, prima che tutto franasse. Per noi essere russi voleva dire appartenere a questo grande pianeta: tagiki, kazaki, uzbeki, bielorussi, moldavi, ucraini, armeni, georgiani, dagestani, ceceni, baltici, ebrei, bulgari, ungheresi, cechi e slovacchi erano nostri fratelli, parte del nostro mondo. Però un po’ mi manca il fiume. Per questo mi piace il Veneto: la sua pianura mi ricorda la Transnistria.

Decorazione di una vecchia scatola da lavoro russa.
Lilin sgrana i suoi ricordi con un tono che oscilla tra l’ironia e l’elegia, ma sempre con grande rispetto e umiltà, a cui si aggiunge una venatura di tenerezza. Essi forniscono un quadro volutamente incompleto e spezzettato che lascia al lettore la porta aperta a ipotesi e immaginazione nel ricostruire gli spazi vuoti, il non detto. In fondo ciò che possiamo presumere, ciò che si trova tra gli interstizi oscuri del ricordo, può essere meravigliosa materia di romanzo. 
© Maurizio Ceccarani 2015

Lilin Nicolai, Un tappeto di boschi selvaggi – Il mondo in un cuore siberiano, Milano, Rcs libri, 2015

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