lunedì 19 ottobre 2015

L'ATLANTIDE DI PIERRE BENOIT (pagine e polvere #1)

Con il sottotitolo “pagine e polvere” Il gufo ignorante, con scadenza rigorosamente irregolare, inizia una serie di post dedicati a vecchi titoli che hanno in qualche modo significato qualcosa nelle letture dei non più giovani o, se preferite, dei diversamente giovani, visto che la lettura può essere considerata una sorta di elisir di lunga giovinezza. Si tratta di titoli a volte dimenticati, a volte passati inosservati, a volte ristampati perché di successo, ma dei quali ci appassiona di più la vecchia copertina.

Roma -  Murales sulla via Ostiense
Parliamo oggi di un libro che ho molto amato e che da ragazzo ho letto più volte. Un libro di avventura, semplice fantastica avventura: L’Atlantide di Pierre Benoit. Di Atlantide, ne parla Crizia nei dialoghi di Platone. Essa è vista come un’isola, in cui vive una raffinata civiltà, a largo delle Colonne d’Ercole. L’isola, che rappresenta una categoria politica ben precisa, utile al discorso che sviluppa il filosofo, subirà l’immane tragedia di sprofondare nell’oceano. Sulla fine di Atlantide ci sono numerose versioni e altrettante ne sono fiorite nei secoli sulla sua ipotetica ubicazione. Quello che importa è che Atlantide è uno di quei luoghi necessari all’immaginario collettivo come l’Eden, l’Eldoardo, l’Ultima Thule, l’Isola di Salomone o come  ipotetici mondi ipogei immaginati nei secoli da Virgilio a Dante a Verne. Essa è un posto altro, un universo parallelo dove esiste una realtà altra che comunque mantiene legami con l’aldiqua, un luogo del desiderio o del timore, un sogno, un mito, un’utopia o una metafora utile a capire il reale. Per Pierre Benoit Atlantide non sprofondò nell’oceano, venne bensì circondata da terre emerse, trovandosi così isolata tra queste in un posto inaccessibile: il massiccio dell’Hoggar, in pieno Sahara, nel Sud dell’Algeria.

Nella seconda metà del XIX secolo si sviluppa un fortunato filone di genere avventuroso, basato sul viaggio, di cui incontrastato maestro è Jules Verne. Nella sua ricchissima produzione di Viaggi straordinari ne spicca uno, Viaggio al centro della Terra, in cui si possono trovare le origini del moderno mito del mondo perduto. Questa fantasia letteraria si svilupperà in diversi romanzi che daranno luogo a numerose riduzioni cinematografiche. È in questo filone che possiamo inserire L’Atlantide di Pierre Benoit. Nel romanzo un personaggio narrante di primo livello il tenente Ferrières affida a un narratore di secondo livello il capitano di Saint-Avit il racconto dell’avventura vissuta da Saint-Avit stesso con il capitano Morhange. I due, durante un’escursione di studio di carattere scientifico e militare, trovano in una grotta dell’ Hoggar una strana iscrizione che decifrata rivela il nome di Antinea. Dopo aver salvato un tuareg dalle acque impetuose di un torrente formatosi a causa di una pioggia straordinaria, si ritroveranno ad essere accompagnati da questi alla ricerca di altre iscrizioni. Ma il tuareg drogherà i due militari che si risveglieranno nel palazzo della regina che porta quel nome. È questa una donna bellissima, circondata da ancelle e servitori, colta e intelligente, vestita di veli che ne suggeriscono la conturbante sessualità. Ella governa il chiuso mondo di Atlantide e, stando a quanto dicono i curiosi personaggi che popolano la meravigliosa magione in cui vive, sembra essere l’ultima nipote di Nettuno. Antinea è una collezionista di amanti e gli uomini, che le vengono procurati dal tuareg, si innamorano di lei fino a morirne. Essi muoiono d’amore o a causa dell’amore e vengono poi tramutati in statue di oricalco, il prezioso metallo che si trova solo ad Atlantide.

www.garzantilibri.it
Benoit venne accusato di plagio per una certa somiglianza della trama a quella de La donna eterna di H. Rider Haggard, autore, tra l’altro di uno dei più famosi romanzi del filone mondi perduti: Le miniere di re Salomone. In realtà oltre al tema comune del mondo perduto sia l’Antinea di Benoit che l’Ayesha di Rider Haggard sembrerebbero ispirate alla figura della mitica regina berbera Tin Hinan, archetipo di donna che per presenza, comportamenti e importanza sociale rimanderebbe una cultura preislamica, mentre i personaggi di Benoit si muovono nell’Algeria colonizzata dei primi del ‘900. Anche se vi sono innegabili somiglianze, i due romanzi sono molto diversi. Con numerosi personaggi e ramificazioni narrative, quello di Rider Haggard prende l’aspetto di un vero e proprio feuilleton, anche in virtù del fatto che venne pubblicato a puntate sulla rivista The Graphic. L’agilità e una buona tensione narrativa sono invece le caratteristiche della narrazione di Benoit. Nel suo romanzo il mistero si dipana tra eleganti dialoghi arricchiti da numerosi riferimenti storici e bibliografici, molti dei quali autentici, che vanno mirabilmente a confondersi con elementi inventati, creando così una solida base di credibilità a una storia di grande fantasia. Particolarmente interessante e curiosa è, per esempio, l’etimologia che Benoit inventa per il nome di Antinea che, composto da monosillabi greci e grafemi tifinar porterebbe al significato di la nuova Atlante. L’origine greca del nome è fondamentale per giustificare  la discendenza da Nettuno (chiamato così nel romanzo anziché Poseidone).

Antinea! Ogni volta che l’ho riveduta, mi son domandato se l’avessi allora ben guardata, turbato com’ero, tanto mi pareva ogni volta più bella. Più bella! Povera parola, povera lingua! Ma è davvero colpa della lingua o di coloro che sciupano quella parola? (Traduzione di Dario Albani)

Antinea colleziona amanti, ma non si è mai innamorata di nessuno. Nessuno tranne del capitano Morhange che però, uomo di grandi principi morali e con aspirazioni religiose, la respinge. Completamente ammaliato dalla mitica regina, il Capitano di Saint-Avit (allora tenente) diventa strumento della crudele vendetta di Antinea e uccide Morhange. Solo dopo essersi ripreso da uno stato tra il confusionale e l’onirico Saint-Avit si renderà conto di ciò che ha fatto e affronterà una pericolosa drammatica fuga nel deserto.

Rose del deserto
Ma il destino di Saint-Avit non si è ancora compiuto. Nell’ultimo capitolo la narrazione ripassa al primo narratore, il tenete Ferrières a cui lo sventurato capitano ha consegnato i suoi segreti. Ambedue si stanno preparando per affrontare un lungo viaggio nel deserto, la loro guida sarà un tuareg ben noto a Saint-Avit.
© Maurizio Ceccarani 2015

Benoit Pierre, L'Atlantide, Milano, Garzanti, 1966

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