mercoledì 9 settembre 2015

PRAGA E LA MAGIA RITROVATA

C’è una fotografia che vendono nei negozi di souvenir di Praga in cui Ponte Carlo appare semideserto e in notturna, con le lanterne che diffondono la luce in una nebbiolina leggera. È esattamente così che vidi Praga per la prima volta nel 1964. Ero solo un ragazzino e ai miei occhi si apriva una scenografia che pensavo potesse esistere solo in qualche libro illustrato di favole nordiche, o in qualche film di cavalieri medievali. Il selciato di Malá Strana era lucido e la luce dei lampioni si spandeva sulla strada; su Hradčany incombeva la sagoma scura del Duomo e le luci del castello erano più fioche di quelle che ora lo illuminano come una star. Era quella una Praga dove era facile immaginare il fantasma di Kafka percorrere via Celetná, o  intravedere l’inquietante figura del Rabbino Löw aggirarsi furtivamente per Dvořákovo nábřeží con le mani piene di fango, o ancora percepire un’ombra dietro l’angolo del cimitero ebraico e attribuirla al Golem. Era quella una Praga in cui se vedevi un distinto signore uscire dal portone di via Siroká 5 potevi dire con una buona approssimazione che il nome di quel signore fosse Kaspar Utz, e se ti affacciavi sui tetti della città dalle balconate di Hradčany in un freddo giorno di inverno, tra le nuvole basse e i comignoli potevi scorgere la sagoma del Cavaliere del secchio librarsi tristemente verso il suo destino.


Da allora sono tornato a Praga numerose volte e ogni volta ho dovuto registrare la perdita di una delle mie fantasie, ogni volta che sono tornato ho dovuto cancellare un pezzetto di magia dalle passeggiate sul percorso canonico che va da Piazza San Venceslao a Hradčany, passando per Staré Město, via Karlova, Ponte Carlo e Malá Strana. Ora puoi trovare giovani senegalesi vestiti da marinaio americano che ti invitano a fare un giro sul battello, taroccatissime macchine “antiche” con cui puoi fare il giro della città a 1200 corone, puoi vedere la Vltava solcata da pedalò a forma di cigno, mentre a Piazza San Venceslao, dove Jan Palach mandò in cenere la sua gioventù, come gesto estremo contro il comunismo, trovi casinò, lap dance e chissà che altro. Se nauseato di tutto questo vai nella Città Vecchia a cercare una certa libreria di cui ricordavi l’atmosfera rarefatta, puoi trovarti di fronte a una thai massage room, dove turisti stremati da visite troppo culturali si consolano facendosi massaggiare la schiena con oli dal puzzo pungente, oppure si mettono in vetrina con i piedi in una vasca, dove graziosi pesciolini si cibano delle pellicine dei loro piedi affaticati. Le soldatesche in continue manovre, che ricorda Ripellino nel suo famoso Praga magica, sono state sostituite da fiumane di turisti distratti, impegnati in contorcimenti da selfie o vaganti come zombie in cerca di qualche stranezza; altri ancora con caschetto e zainetto sfrecciano su bighe elettriche e rischiano di travolgerti, non meno del cavallo impazzito di qualche armigero di medievale memoria.

Verso Malá Strana e Hradčany
Mi rincresce dirlo, ma se vogliamo ritrovare la magia di cui Praga, più delle altre città europee, si faceva vanto, non possiamo che immergerci nella lettura di alcuni libri che possono farci riappacificare con la città stessa e riconsegnarci il sogno che era, la sua storia, le sue fantasie, i suoi dolori, la sua umanità. Il gufo ignorante propone un percorso di letture che, chi vorrà, potrà intraprendere e magari, dopo, rivisitare la capitale boema con il filtro dei suoi scrittori davanti agli occhi.


Franz Kafka. Il primo scrittore praghese che viene in mente è senza dubbio Kafka. La lettura delle sue opere ci conduce per le strade della città boema senza mai farcela “vedere” chiaramente. Praga è onnipresente in Kafka e Kafka stesso è una sorta di personificazione della città, del suo spirito, della sua atmosfera. In realtà però i riferimenti a luoghi reali sono rarissimi. Praga, in Kafka, non è fondale, è uno status dell’essere, è condizione esistenziale. Per esempio ne Il castello la possibilità che il riferimento in metafora sia Hradčany è molto labile; più consistenti sono invece i riferimenti alla città ne Il processo, dove un paio di scene ci fanno chiaramente vedere alcuni scorci famosi. Una di queste scene è costituita dalla lunga sequenza intrisa di penombra e mistero ambientata nel Duomo, cioè quando K. aspetta l’italiano che sembra aver mancato l’appuntamento.

La prima cosa che K. vide, e in parte indovinò, fu un grande cavaliere coperto da una corazza, ritratto all’estremo margine del dipinto. Stava appoggiato alla spada, che aveva piantata davanti a sé nel terreno brullo: solo qua e là spuntava qualche filo d’erba. Sembrava intento a qualche avvenimento che gli si svolgeva davanti; era curioso che se ne stesse lì fermo senza avvicinarsi, forse aveva avuto ordine di stare in guardia. Era un pezzo che K. non aveva guardato pitture, e si soffermò a lungo a contemplare il cavaliere, pur dovendo strizzare spesso gli occhi perché non tollerava la luce verde della lampada. (…)

Oppure.

Non lontano da lui era il grande pulpito, sul cui tettuccio arrotondato erano disposte, quasi orizzontali, due croci dorate, nude, con le punte che s’incrociavano. L’esterno della transenna, e il passaggio al pilastro che reggeva il pulpito, era di fogliame verde da cui si affacciavano angeletti, gli uni in movimento, gli altri in riposo. K. si portò davanti al pulpito e lo esaminò da tutti i lati: la pietra era stata trattata in maniera abilissima, era come se le incavature tra le fronde e dietro ad esse avessero captato e trattenuto le tenebre; introdusse la mano in una di queste cavità e palpò la pietra con attenzione: fino allora non aveva mai sentito dire che là ci fosse un pulpito.
(Traduzione di Primo Levi)

Ma ben presto questa specie di visita guidata al Duomo sfumerà nell’angoscia e nell’assurdo. K. si sentirà chiamare per nome da un prete sconosciuto che però sembra ben conoscere la sua colpa e molto altro di lui.

Ponte Carlo
Milan Kundera.  Le atmosfere kafkiane e l’immagine che si è creata intorno a questo autore, secondo quanto sostiene Milan Kundera nei Testamenti traditi, sono frutto appunto di un grande tradimento. Quello di Max Brod nei confronti dell’amico che ha affidato a lui i suoi manoscritti. In realtà, sostiene Kundera, Kafka è molto lontano dall’immagine che ne ha dato Brod. La modernità dell’autore de Il castello sta nella grande ironia che compare sotto la crosta dell’atmosfera angosciosa, sta nell’uso strumentale della parodia e nell’attenzione ad evitare qualsiasi liricizzazione della prosa.

Ma Brod ha creato l’immagine di Kafka e quella della sua opera, e al tempo stesso ha creato la kafkologia. I kafkologi, pur attenti a prendere le distanze dal loro capostipite, non si avventurano mai fuori del territorio che quest’ultimo ha delimitato. Nonostante l’astronomica quantità di testi che ha prodotto, la kafkologia non fa che elaborare con infinite varianti un unico discorso, un’unica speculazione, e questa, ogni giorno più indipendente dall’opera di Kafka, si nutre ormai solo di se medesima.
(Traduzione dal francese di Ena Marchi)

D’altra parte non possiamo non tenere conto della tendenza all’ironia di un popolo intellettuale e mercantile come quello boemo, che ha generato uno scrittore anarcoide e pacifista come Jaroslav Hašek autore del Il buon soldato Sc'vèik che è la quintessenza del rifiuto del potere, è la dissacrazione del sistema. Quello stesso sistema che Kafka attacca con le armi del paradosso e di una amara ironia, da Hašek viene ridicolizzato con gli strumenti della satira e del grottesco.

Rimanendo in casa Kundera è d’obbligo segnalare le numerose descrizioni di Praga che si trovano nei romanzi di quest’altro signor K. boemo. Ne propongo un paio: questa è presa da L’insostenibile leggerezza dell’essere.  

Si appoggiò alla ringhiera e guardò giù. Era la periferia di Praga, la Vltava aveva già attraversato la città, lasciandosi alle spalle lo splendore di Hradčany e delle chiese, era come un’attrice dopo lo spettacolo, stanca e pensosa. Scorreva tra le rive sporche fiancheggiate da steccati e muri oltre i quali c’erano fabbriche e campi da gioco abbandonati.
(Traduzione di Antonio Barbato)

Quest’altro breve brano è preso invece da L’ignoranza e sembra premonire quello che è diventata la Praga turistica di oggi.

Appoggiata al parapetto, guarda in direzione del castello: le basterebbe un quarto d’ora per arrivarci. È lì che comincia la Praga delle cartoline, la Praga sulla quale la Storia in delirio ha impresso le sue molteplici stimmate, la Praga dei turisti e delle puttane, la Praga dei ristoranti cari al punto che i suoi amici cechi non possono metterci piede, la Praga che danza contorcendosi sotto i riflettori, la Praga di Gustaf. Dice a se stessa che non c’è luogo che le sia più estraneo di quella Praga.
(Traduzione di Giorgio Pinotti)

Il Vicolo d'oro
Gustav Meyrink. Impossibile, parlando di Praga non dedicare alcune righe a quello che è uno dei suoi simboli: il Golem. L’opera di Gustav Meyrink si rifà alla leggenda dell’androide creato dal famoso rabbino Löw che, sfidando la legge di Dio, si sostituì a Lui dando vita, con pratiche magiche, ad un essere modellato con il fango della Vltava e che rispondeva agli ordini del suo creatore. Inutile dire che il creatore perderà il controllo della sua creatura e che quest’ultima seminerà il terrore. Fin qui la leggenda. Il romanzo di Meyrink è un monumentale romanzo gotico con una narrazione che va dall’onirico al delirante, ma la cosa che più dà valore all’opera è che il Golem è ridotto a una presenza inquietante nella quale si possono facilmente riconoscere le paure, le insicurezze, le angosce della comunità ebraica dell’epoca. Riporto di seguito la particolarissima descrizione di un caseggiato di Praga che sembra avere una vita propria.

(…) E mi diedi a squadrare le maltinte case dirimpetto, accosciate, l’una accanto all’altra, sotto la pioggia come vecchie bestie indolenti.
   Che aria sinistra e diruita che avevano!
   Si presentavano così, costruite a casaccio, come a caso cresce la zizzania nei campi.
   Le avevano addossate – due o tre secoli fa – a una bassa muraglia gialla, unico avanzo di un antico e vasto edificio, così, alla bell’e meglio senza un qualsiasi piano d’insieme.-
   Là una mezza casa storta dalla fronte rientrante, - un’altra a ridosso: sporgente come un dente canino.
   Sotto il cielo piovorno sembravano immerse nel sonno, e nulla s’avvertiva della vita insidiosa ed ostile che da esse talvolta s’irradia quando la nebbia delle sere d’autunno s’addensa nelle strade e giova a dissimulare la loro mimica cauta e quasi impercettibile.
   Dal tempo immemorabile in cui ho fissato qui la mia dimora, s’è andata approfondendo in me l’impressione, incancellabile ormai, che vi siano per esse determinate ore, nel corso della notte o ai primissimi albori mattutini, durante le quali han luogo, concitati, i loro conciliaboli silenziosi ed arcani. E allora un tremito indistinto pervade i loro muri, inesplicabilmente; rumori corrono su per i tetti e giù per le grondaie – e noi li avvertiamo, incuranti, a sensi ottusi, senza indagarne le cause.
(Ascoltalibri Edizioni – Formato Kindle - Traduttore non menzionato)

Tomba del Rabbino Löw
Rimanendo nel quartiere ebraico e volendo approfondire l’altro tormentone di questa cultura, che è quello dei Protocolli dei Savi di Sion, possiamo leggere, se non lo abbiamo già fatto, il nostrano Umberto Eco che ne Il cimitero di Praga propone un’attenta, anche se in parte romanzata, ricostruzione della vicenda di uno dei falsi più clamorosi mai realizzati. Quello dei Protocolli, appunto, i quali avrebbero dovuto (e in parte ci sono riusciti) mettere in cattiva luce la comunità ebraica. Anche se il personaggio del notaio antisemita Simone Simonini è inventato, la storia raccontata da Eco è ricca di riferimenti storici frutto di un’attenta ricerca.    

Il vecchio cimitero ebraico
Bruce Chatwin. Se volete immergervi in un’autentica atmosfera praghese dovete leggere Utz di Bruce Chatwin. Lontano dalla sua Patagonia, un Chatwin squisitamente mitteleuropeo ci narra la storia di Kaspar Utz, un praghese di lingua tedesca discendente da una famiglia di piccola nobiltà che ha dedicato la sua vita a collezionare statuette Meissen. Utz, grazie alla sua abilità e a un carattere molto forte, è riuscito a far passare indenne la sua sterminata collezione attraverso il nazismo e il comunismo. È un uomo colto e raffinato, capace di astuzie ma anche dotato di profonda umanità e  perenne stupore di fronte alla bellezza. Il libro è ricco di dialoghi profondi sul senso dell’esistenza e di riferimenti alla cultura ebraica  e boema in genere. Spesso la figura del protagonista viene affiancata a quella del Rabbino Löw che diede vita al fango, mentre Utz, con la sua fantasia, dà vita ai personaggi della collezione. La vicenda si sviluppa in un arco di tempo che va dal 1967 al 1974, con diversi flashback, in una Praga che ancora non ha conosciuto lo scempio e la sciatteria turistica di oggi. Da Utz propongo questi due angoli di Praga.

Ormai si era fatta sera ed  eravamo seduti su una panchina del vecchio cimitero ebraico. I piccioni borbottavano sul tetto della sinagoga di Klaus. I raggi del sole, cadendo tra le foglie degli aceri, illuminavano spirali di moscerini e si posavano sulle lapidi muschiose che, ammassate l’una sull’altra, parevano scogli coperti dalle alghe quando c’è la bassa marea.
Alla nostra desta un gruppo di chassidìm americani – giovani pallidi e miopi con lo yarmulke in testa – stavano deponendo dei sassi sulla tomba del gran rabbino Loew. Si misero in posa per una fotografia, dando le spalle alla pietra tombale ornata di volute.
Utz mi disse che il ghetto originario – l’alveare fatto di passaggi segreti e stanze dimenticate così vividamente descritto da Meyrink – era stato rimpiazzato da condominii dopo le bonifiche dei bassifondi, avvenute negli anni tra il 1890 e il 1900. Le sinagoghe, il cimitero e il municipio della Città Vecchia erano praticamente gli unici monumenti sopravvissuti.

Oppure.

Era una serata molto calda e afosa, e le falene vorticavano intorno ai lampioni. Nella piazza della Città Vecchia folle di giovani si erano radunate ai piedi del monumenti di Jan Hus. Parevano freschi e pieni di vigore: i ragazzi col colletto della camicia aperto, le ragazze col vestito di cotone fuori moda.
Le stelle spuntarono da dietro le guglie della chiesa di Týn e, al suono di una musica d’organo, altra gente cominciò a sfilare sotto le arcate della Scuola di Teologia, di ritorno dalla messa. Mancava quasi un anno alla «primavera di Praga», eppure ricordo un’atmosfera di ottimismo. Ricordo che fui colto alla sprovvista quando Utz si voltò verso di me e scoprì i denti.
«Odio questa città» disse.
«La odia? E come può? Ha detto che era splendida».
«La odio. La odio!».
«Le cose miglioreranno» dissi. «Possono solo migliorare».
«Si sbaglia. Le cose non miglioreranno mai».
Mi strinse la mano e fece un breve inchino.
«Buonanotte, mio giovane amico» disse. «Ricordi quello che le ho detto. Ora la lascio, vado al bordello».
(Traduzione di Dario Mazzone)

Verso Nové Město
Angelo Maria Ripellino. Praga magica non è una guida turistica, eppure se ogni turista la leggesse prima di visitare la città boema forse non staremmo qui a parlare di scempio turistico. Praga magica è uno splendido accurato saggio sulla storia, la cultura, l’arte e i costumi di Praga scritto in forma di romanzo. Tutti i fantasmi di un territorio fondamentale per la storia dell’Europa rivivono nelle pagine del libro di Ripellino e popolano le strade della città. Dal Duomo al Golem, dalle suggestioni alchemiche di Rodolfo II all’indaffarato boia, dalle marionette agli scrittori e agli artisti, tutto ciò che ha reso “magica” la città vive nelle pagine del libro di Ripellino di cui propongo il famoso inizio. 

Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, Franz Kafka ritorna a via Celetná (Zeltnergasse) a casa sua, con bombetta, vestito di nero. Ancor oggi, ogni notte, Jaroslav Hašek, in qualche taverna, proclama ai compagni di gozzoviglia che il radicalismo è dannoso e che il sano progresso si può raggiungere solo nell’obbedienza. Praga vive ancora nel segno di questi due scrittori, che meglio di altri hanno espresso la sua condanna senza rimedio, e perciò il suo malessere, il suo malumore, i ripieghi della sua astuzia, la sua finzione, la sua ironia carceraria.
Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, Vítězslav Nezval ritorna dall’afa dei bar, delle bettole alla propria mansarda nel quartiere di Troja, attraversando la Vltava con una zàttera. Ancor oggi, ogni notte, alle cinque, i massicci cavalli dei birrai escono dalle rimesse di Smíchov. Ogni notte, alle cinque, si destano i gotici busti della galleria di sovrani, architetti, arcivescovi nel triforio di San Vito. Ancor oggi due zoppicanti soldati con le baionette inastate, al mattino, conducono Josef Švejk giú da Hradčany per il Ponte Carlo verso la Città Vecchia, e in senso contrario, ancor oggi, la notte, a lume di luna, due guitti lucidi e grassi, due manichini da panoptikum, due automi in finanziera e cilindro accompagnano per lo stesso ponte Josef K. verso la cava di Strahov al supplizio.

www.einaudi.it
La nostra passeggiata praghese termina qui, consapevoli di aver trascurato e omesso un’infinità di cose. A Praga ci si deve tornare, si deve lasciare sempre qualcosa di non visto o non fatto, perché possa costituire stimolo a un ritorno, a un approfondimento. Il gufo ignorante ha voluto solo suggerire qualche lettura di ambientazione praghese, ignorando molti altri autori come Havel e Hrabal che vengono però suggeriti in bibliografia. La cultura boema è ricca di artisti di ogni genere la cui opera non potrà mai essere offuscata da chi, a pieno diritto, cerca solo uno sfondo per il suo selfie. Anche se ad attraversare Ponte Carlo ci si pesta i piedi l’uno con l’altro, portando con noi le suggestioni di questi libri la magia resterà sicuramente intatta.
© Maurizio Ceccarani 2015

Vecchi codici nel Castello
BIBLIOGRAFIA

Ripellino Angelo Maria, Praga magica, Torino, Einaudi, 1973
Kundera Milan, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Milano, Adelphi, 1985
Kundera Milan, I testamenti traditi, Milano, Adelphi, 1994
Hrabal Bohumil, L’uragano di novembre, Roma, Edizioni e/o, 1998
Chatwin Bruce, Utz, Milano, Adelphi, 2001
Kundera Milan, L’ignoranza, Milano, Adelphi, 2001
Kafka Franz, Il processo, Torino, Einaudi, 2005
Havel Václav, Un uomo al castello, Treviso, Edizioni Santi Quaranta, 2007
Eco Umberto, Il cimitero di Praga, Milano, Bompiani, 2010
Hašek Jaroslav , Il buon soldato Sc'vèik, Milano, Feltrinelli, 2013
Kafka Franz, Il Castello, Torino, Einaudi, 2014
Meyrink Gustav, Il Golem, Formato Kindle, Ascoltalibri Edizioni, 2014



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