mercoledì 29 luglio 2015

EMILIO GENTILE E I DUE COLPI DI SARAJEVO

Ancora Grande guerra. Negli ultimi due anni le pubblicazioni sull’argomento si sono moltiplicate e avvicendate sui banchi delle librerie con una velocità incredibile. Il gufo ignorante ha dedicato molto spazio ai libri che in qualche modo orbitano intorno al primo conflitto mondiale, ma ovviamente non ha potuto, e non era nelle sue intenzioni, seguirli tutti. Però vale la pena parlare di questo libro di Emilio Gentile dal lungo titolo Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo, per almeno due motivi. Uno, non abbiamo visto, nella nostra piccola rassegna, il libro di uno storico di professione, ma solo narrativa e memorialistica. Due, il punto di vista dello storico Gentile va oltre il quadro normalmente condiviso su quelle che furono le ragioni del conflitto.

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Le premesse al conflitto che normalmente troviamo su qualsiasi manuale possono essere sintetizzate così. Crescente sentimento nazionalista e mire imperialiste di alcuni Stati europei. Contrasto franco-prussiano ereditato dal vecchio conflitto che lascia aperta la questione dell’Alsazia e della Lorena. Contrasto anglo-tedesco dovuto alla corsa verso un primato industriale. Contrasto anglo-turco dovuto al desidero dell’Inghilterra di controllare lo Stretto dei Dardanelli che immette nel Mar di Marmara e apre a potenziali commerci con l’oriente. Contrasto russo-austriaco dovuto alle mire della Russia di controllare i Balcani, e in particolar modo i cugini serbi. A questi possiamo aggiungere un certo disagio dell’Italia che pur essendo alleata dell’Austria desidera il riscatto delle terre a nazionalità italiana. Stupisce, dopo queste premesse che l’Europa sia in pace da quarant’anni. In realtà le crisi marocchine, le guerre balcaniche e lo stesso intervento italiano in Libia, azioni belliche che precedono il grande conflitto, sembrano proprio esserne le prove generali; spie d’allarme che verranno ignorate, lasciando che tutto inevitabilmente collassi nell’inutile strage.

Cimitero di guerra austriaco
Ma è proprio a questo punto che interviene lo studio di Emilio Gentile. Come egli stesso dichiara nell’introduzione: Il racconto si svolge secondo un punto di vista che esclude la necessità inevitabile degli eventi e attribuisce agli individui la responsabilità delle loro decisioni, ma considera anche che su ogni decisione influiscono forze, circostanze, contingenze, necessità che sfuggono al controllo della ragione e della previsione del singolo individuo. È un punto di vista che non esclude il caso dalle vicende umane.

Scudo da trincea
In un’epoca in cui gli attentati a principi e regnanti erano abbastanza frequenti, l’uccisione dell’arciduca e della sua consorte, che pure suscitò sdegno e costernazione, non influenzò più di tanto la politica dell'Imperatore austriaco che non aveva mai ben digerito il matrimonio morganatico del nipote. Sempre secondo Gentile, il giorno prima dell’attentato il Foreign Office prendeva atto delle intenzioni della Germania di stabilire buone relazioni con l’Inghilterra. Atti di distensione si notavano anche tra Francia e Germania in relazione alla controversa questione dell’Alsazia e della Lorena che rimaneva confinata ai soli circoli nazionalisti. Per non parlare della possibilità di conservazione della pace data dalle parentele dei regnanti. Il re d’Inghilterra Giorgio V e Guglielmo II erano nipoti della regina Vittoria, morta nel 1901 dopo oltre sessanta anni di regno. La regina inglese era anche nonna della moglie dello Zar di Russia, a sua volta cugino di Giorgio V per parte di madre.  Le nozze della figlia di Guglielmo II furono occasione di incontro e cordiali colloqui tra cugini. Anche lo stesso Francesco Giuseppe, da parte sua, non sembrava propenso a scatenare una guerra europea per punire la Serbia, dal momento che il suo stesso impero vacillava sotto le spinte di diversi movimenti irredentisti.

Forte austriaco
Eppure molta gioventù considerava il periodo di pace una sorta di periodo decadente. Molti movimenti culturali, tra cui il Futurismo, vedevano nella guerra una sorta di redenzione, di riscatto sociale e morale. La guerra era considerata un fenomeno ricorrente dell’umanità, una sorta di azione divina a cui l’uomo non può che sottomettersi (B. Croce). A questo background sociale si aggiunge la determinazione di alcuni uomini come il generale Conrad von Hötzendorf, Capo di Stato Maggiore dell’esercito austriaco, che da tempo sosteneva l’idea di una guerra preventiva contro la Serbia per bloccarne le mire espansionistiche, e di una guerra preventiva contro l’Italia per riprendere i territori persi con le guerre risorgimentali. In realtà quest’ultima era dettata anche da interessi personali, in quanto una vittoria sull’Italia gli avrebbe, a suo dire, consentito di abbattere tutti gli ostacoli che gli impedivano di sposare la sua amante, moglie di un ricco industriale.

Postazione di cecchino
Il goffo e fortunoso attentato di Sarajevo, mirabilmente descritto nei particolari nello studio di Gentile, mette in moto un meccanismo di responsabilità dirette di singoli individui che unite al patriottismo, al senso dell’onore, alla fedeltà alla propria dinastia, prevalsero su pacifismo e internazionalismo. La partenza di milioni di soldati avvenne senza una reale opposizione. Andare in guerra era considerato una delle possibili eventualità che un uomo può incontrare nel corso della sua vita. L’opposizione dei pacifisti fu minima, e le donne diedero il loro contributo sostituendo gli uomini nelle fabbriche. Il libro continua descrivendo la varie fasi del conflitto, non solo dal punto di vista militare ma anche e soprattutto dal punto di vista sociale.  Emilio Gentile ci restituisce il costume e la mentalità di un'epoca che ha decretato la sua stessa fine, ed è questo il pregio più evidente di questo saggio.

Sacrario
Non posso però, a chiusura di questa nota, non ricordare l’opposizione alla guerra di scrittori come Leonhard Frank che pagò personalmente per le sue idee. Un altro pensiero va a tutti quei soldati che fraternizzarono al fronte e a quanti che per questo furono fucilati. Ancora non possiamo non ricordare tutti quelli che si fecero uccidere senza mai capire perché. Le ragioni profonde di una guerra spesso sfuggono al cittadino, perché si annidano in interessi economici che lui non controlla. Interviene poi la propaganda a vendere motivi di odio e a giustificare il conflitto. Questa, credo, sia una costante storica di tutte le guerre.
© Maurizio Ceccarani 2015
BIBLIOGRAFIA
Gentile Emilio, Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo, Roma-Bari, Laterza, 2014
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