domenica 21 giugno 2015

PHIL KLAY: FINE MISSIONE

Ancora un libro che parla di guerra. Forse perché si vis pacem para bellum, o forse perché la guerra è un grosso amplificatore delle generosità e delle meschinerie degli uomini; o semplicemente perché è la metafora più diretta del destino tragico dell’uomo, l’allegoria dell’assurdità dell’esistenza, il condensato dei dolori fisici e non che l’uomo affronta, sopporta, a volte supera, prima di soccombere comunque, come un titano minore, vinto ma non sconfitto. Questa volta l’autore si chiama Phil Klay e il titolo del libro è Fine missione.

www.einaudi.it
Ufficiale dei Marines in Iraq, Klay ha raccolto la sua esperienza e le testimonianze di molti commilitoni, e le ha condensate in dodici racconti, dodici storie di guerra molte delle quali parlano del ritorno a casa; racconti in cui la guerra è ricordo e sembra ormai alle spalle, ma in realtà è ancora sulla pelle, e nella testa del soldato. Tutto è narrato in prima persona, ma l’io narrante cambia di volta in volta e ci permette di vedere le diverse sfaccettature della guerra: dalla paura di finire dilaniati da uno IED, al sesso consumato nei bordelli, all’uso tattico del denaro, alle ferite e alle mutilazioni spaventose con cui alcuni ritornano. Il titolo originale, Redeployment, sta ad indicare, più che la fine di una missione, una ridistribuzione logistica del contingente. Per il marine che torna a casa la guerra non è finita. Si apre per lui un insidioso, doloroso home front fatto di ricordi, di incubi, di rimorsi, di spiegazioni da dare, da domande stupide cui rispondere, fatte da chi non c'era e non può capire. Si prospetta per lui un difficile percorso di guerra che si chiama reinserimento, un percorso in cui continua a sentirsi scollato da una realtà che si ostina a definirsi normale.

Da Storie di guerra
       È così pieno di cicatrici e grinze che non so mai se è felice, triste, incazzato o cosa. Non ha capelli e neppure le orecchie, e così, anche se sono passati tre anni da quando è rimasto ferito, preferisco ancora evitare di guardargli la testa. Ma quando parli con un uomo lo guardi negli occhi, così mi costringo a tenere lo sguardo fisso nel suo.
-        Io non racconto storie di guerra, - dice, e beve un sorso dal suo bicchiere d’acqua.
-        Be’ quando arriveranno Jessie e Sarah ti toccherà farlo.
Fa una risatina nervosa e si indica la faccia. – Cosa c’è da dire?
(Traduzione di Silvia Pareschi)

 Prima di tornare a casa i soldati devono passare per un programma di “decompressione”che dovrebbe permettere loro di reinserirsi nella vita civile. Ma in realtà il marine tra i civili continua a sentirsi diverso, scopre di essere altro. Alcuni hanno detto che i personaggi di questo libro non sono eroi, e in realtà tutti e dodici i racconti sono una tirata antiretorica sulla guerra. Ma dell’eroismo lo si può percepire proprio nell’affrontare il ritorno: dalla continua ricerca di una giustificazione per aver ucciso un adolescente, alla difficoltà di riprendere i rapporti con una donna, al raffronto involontario dei corpi dei morti con quello dei vivi.

Da Dopo l’azione.
        Man mano che mi avvicinavo a Timhead, riuscivo a vedere un’area sempre più grande dietro il muro dell’edificio. Entrambi eravamo pronti a far fuoco. Dall’altra parte c’era una donna in nero, senza velo, china sopra un ragazzino di tredici o quattordici anni tutto insanguinato.
-        Porca vacca, - ho detto. Accanto a lui c’era un AK.
Timhead non ha detto niente.
-        L’hai beccato, - ho detto.
Timhead ha risposto: - No. No, non è vero.
Invece era vero.
(Traduzione di Silvia Pareschi)

Da Corpi.
        Mi sono rilassato anch’io, e tutti gli spigoli del mio corpo si sono persi nel suo. Nei suoi fianchi, nelle sue gambe nei suoi capelli, nella sua nuca. I capelli profumavano di agrumi, la nuca odorava leggermente di sudore. Volevo baciarla lì, dove avrei sentito il gusto del sale.
      Certe volte, dopo aver maneggiato i cadaveri, mi prendevo la pelle fra le dita e tiravo, pensando: Io sono questo, sono questo e nient’altro. Ma non è sempre così terribile.
(Traduzione di Silvia Pareschi)

I racconti, tradotti mirabilmente da Silvia Pareschi, a seconda del tema e della voce narrante, sono scritti in stili leggermente diversi, anche se prevale su tutti una prosa fortemente paratattica e un uso ostentato di acronimi del gergo militare. I soldati parlano così, inutile stare a tradurre. Solo  in coda, l’autore mette un dizionarietto che serve a decifrare le sigle di cui è disseminato il libro, dare spiegazioni di volta in volta avrebbe significato uccidere l’atmosfera creata da una scrittura ricca di tensione e dal ritmo incalzante.

Da OIF.
       L’EOD disinnescava le bombe. Il SSTP curava i feriti. Il PRP trattava i cadaveri. Gli o8 sparavano DPICM. La MAW forniva CAS. Gli o3 pattugliavano le MSR. Io e PFC gestivamo i soldi.
(Traduzione di Silvia Pareschi)
      
Alcuni dei temi trattati da Klay li abbiamo visti sia in Kyle che in Lilin. Parlo del dramma di uccidere un bambino, oppure del contatto con i cadaveri, oppure del Disturbo Post-Traumatico da stress e del difficile reinserimento nella vita civile. Da ognuno di questi autori emerge un aspetto. In Kyle abbiamo la consapevolezza e la necessità di compiere un lavoro. In Lilin si percepisce un senso di fatalità della guerra che non ti permette di essere quello che vorresti e ti fa odiare, mostrandoti il tuo dark side. In Klay ritroviamo tutti questi temi velati da un senso profondo di malinconia, di amaro distacco ironico, di un cedere all’assurdità del destino, come il dover sparare al proprio cane malato, così come sparavi ai cani in guerra perché non mangiassero i cadaveri. Anche il racconto che lo sfigurato di Storie di guerra è quasi costretto a rendere a Sarah, per un gruppo di scrittura terapeutica, una sorta di versione ufficiale del suo dramma, trasuda tanto di speranza, quanto di un’ironia ai confini con il sarcasmo. A questo punto il dubbio se credere a quelle parole si insinua nel lettore, e sviluppa in lui un senso di vicinanza con lo sfortunato personaggio.

         Giudicare chi sono, se un povero reduce sfigurato che se l’è andata a cercare, […] o l’uomo più fortunato del mondo, circondato da affetto e premure in quello che è senza dubbio il periodo peggiore della mia vita, è solo questione di punti di vista. L’amarezza non ha lati positivi, e allora perché amareggiarsi? Forse mi sono sacrificato per il mio paese più di tanta gente, però mi sono sacrificato molto, molto meno di tanti altri. Ho dei buoni amici. Ho tutti i miei arti. Ho il mio cervello e la mia anima e speranze per il futuro. Quanto dovrei essere stupido, per non accettare questi doni con la gioia che meritano?
(Traduzione di Silvia Pareschi)

Klay, con Fine missione, entra a pieno titolo nel club dei grandi scrittori di guerra. Non sfigura a fianco dei vari Hemingway, Celine, Remarque, Rigoni Stern. Egli porta la fiction a livello di testimonianza. In un’epoca in cui il racconto della realtà è spesso di seconda o di terza mano, perché mutuato dai media, è questo un pregio che dà valore e nobilita la sua scrittura.
© Maurizio Ceccarani 2015

Nessun commento:

Posta un commento