domenica 10 maggio 2015

MASSIMO ZAMBONI E L'ECO DELLA RESISTENZA

Parliamo di un’eco, l’eco di uno sparo, uno sparo di guerra, di guerra civile, una guerra chiamata Resistenza. Il gufo ignorante si è già occupato di un paio di titoli legati alla Resistenza. Uomini e comandanti di Giulio Questi e Guerra alle donne di Michela Ponzani. Tutti e due trattano la Resistenza in modo molto particolare, lontano dalla retorica che vuole la letteratura come pifferaio della rivoluzione. Anzi direi che questi libri cercano un modo nuovo per trasmetterne la memoria: privo di celebrazioni, scarno, più vicino a quello che realmente è stato quel periodo doloroso, senza nulla togliere al valore civile e politico che ha rappresentato. Ora che il 25 aprile è passato, che gli antifascisti hanno celebrato il loro legittimo orgoglio e instancabili fascistelli, com’è d’uso, hanno cercato di rovinare la festa, ora che è sfumato l’ultimo bella ciao e che i classici della Resistenza, che si erano frettolosamente assiepati sugli scaffali delle librerie, stanno lasciando il posto alle novità primavera estate, ora sembra giusto il momento per parlare di un altro libro che la Resistenza la racconta da lontano, anzi ne racconta un’eco.

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Si tratta appunto de L’eco di uno sparo, di Massimo Zamboni. L’autore è stato animatore del gruppo musicale CCCP, uno dei gruppi rock degli anni degli anni Ottanta più politicamente orientati, con un gran carattere e uno stile che ha fatto da modello a diversi altri gruppi punk. La storia è quella di un nonno di Zamboni, fascista squadrista, con incarichi nell’apparato del partito che in qualche modo ne facevano un uomo in vista. Ulisse, questo il nome del nostro, secondo nome di Zamboni, viene ucciso in un agguato nel ’44 da un commando gappista. A 17 anni di distanza, l’uccisore di Ulisse viene a sua volta ucciso da un suo compagno che aveva partecipato a quell’agguato. Detta così la storia può essere sia la trama di un thriller, sia una squallida storia di regolamento di conti. In realtà Zamboni compie una ricerca accurata e dolorosa negli archivi parrocchiali, nei documenti degli Istituti storici, tra i testimoni sopravvissuti e quant’altro, per ricostruire la storia della sua famiglia: un viaggio a ritroso che cerca di far luce su qualcosa che l’autore sente addosso, una sorta di eredità impercettibile, di legame ancestrale che al contempo unisce alla memoria e ne prende le distanze. La storia della famiglia di Zamboni, che si intreccia con quella di molti protagonisti della resistenza emiliana, tra cui i fratelli Cervi, è la storia di una famiglia benestante, con notevoli interessi commerciali che, come tale, si schiera dalla parte sbagliata. Fino a farsi del male l’autore scava nel passato, tra quelli che sono stati i giorni più oscuri dei suoi avi e della guerra di Resistenza; indaga soprattutto tra quegli eventi che, nella bassa emiliana, seguirono al 25 aprile. Si tratta di regolamenti di conti, di eliminazioni spontanee o pianificate, di gelosie, di vendette, di impossibilità a guardare al nuovo corso riconsegnando le armi, dimenticando, perdonando. Ma la storia di questa fase della Resistenza non la si può lasciare alla memoria di chi l’ha vissuta. Tocca ai nipoti raccontare, dice Zamboni, sottraendo ai genitori un compito che non avrebbero potuto svolgere con giustezza; tocca a noi questo scegliere e tralasciare, sapendo che ogni nostra parola o azione avvicinerà la pace o il male che devono arrivare. La guerra civile che è seguita all’8 settembre ha lasciato tra gli Italiani una ferita non ancora cicatrizzata. Se mai sarà possibile una pacificazione, la strada da percorrere è questa. Ricordare che il sangue degli oppressi scorre di colore uguale al sangue degli oppressori, mescolandosi ripetutamente… Resta a noi onorarne le differenze.
 
Il memoir di Zamboni non è soltanto uno straordinario documento storico, frutto di accurate ricerche, ma è anche una dichiarazione d’amore a una terra e ai suoi abitanti. Terra di sangue e di conquiste, di lavoro e di piacere, terra umida di nebbia e di vino, terra dalle fredde mattinate e calda nei cuori. La gente emiliana, che sia fascista o comunista, è descritta con l’affetto del compatriota, l’affetto di chi, laddove non può condividere le idee politiche, condivide i costumi, le abitudini, la lingua, il cibo, la cultura regionale. Scritto in una prosa veloce ma ad alto peso specifico, carica di poesia senza mai cedere al lirismo, L’eco di uno sparo ci racconta soprattutto l’esistenza degli sconosciuti a cui è dedicato il libro, sconosciuti che popolano la nostra vita e i nostri passati individuali, sconosciuti che orgogliosamente lasciano la loro traccia nella città dei morti, tra le tombe che chiudono il libro in un silenzio solenne accompagnato dallo struggente tributo della natura.

Le foglie dei platani d’intorno tremano assieme per la primavera. Addirittura un merlo maschio – in stato di ebbrezza alcolica – si inventa usignolo, e prende a salmodiare sulle tombe più alte, e mai smette di modificare il canto. A tutto il resto manca il movimento, ed è causa di gioia.

Massimo Zamboni, L’eco di uno sparo, Torino, Einaudi, 2015

© Maurizio Ceccarani 2015

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