sabato 23 maggio 2015

CERVARA DI ROMA (DI CERVARA PARLARONO LE STELLE)

Il gufo ignorante in questo periodo sente il richiamo della primavera; desidera scrollarsi di dosso la polvere dei libri e volare libero verso i parchi dove ancora la natura è un minimo tutelata. Sogna notti tiepide, boschi pieni di consimili, occhi gialli che picchiettano il buio, confusi ciangottii, flebili singulti, bubbolii lontani, schioccare di becchi tra l’umido dei rami.  Vicino Roma, il parco che più ama è quello dei Monti Simbruini. È lì che ha le sue amicizie, è lì che torna quando smette di leggere: perché non di soli libri si può vivere. La vita scorre selvaggia nel sangue e si addomestica nella lettura, ma un volo liberatorio ti riporta in pace col mondo, ti allontana dalle nefandezze degli uomini, dalla loro vita miope e meschina. E allora via dalla finestra, sopra le case, sopra le terrazze condominiali, sopra le antenne paraboliche, fino a guadagnare le borgate, la campagna, i colli in lontananza. Poco prima del parco, magnifica porta d’accesso, ecco Cervara con le sue tegole ocra bruciate dal sole, col suo puzzle di tetti impazziti. È stanco il nostro gufo, il posto merita una sosta, e la curiosità è un vizio del nostro amico pennuto…

…Si posa sui resti della Rocca, al fianco della Madonnina dalle mani spezzate che domina il paese. Il suo sguardo indugia tra i vicoli, accarezza muri scorticati e infinite volte ridipinti; conta mille e mille scale dalle pietre consumate; conta le finestre, quasi tutte chiuse, perché a trovarle le quattrocento anime di Cervara bisogna essere discreti, non bisogna disturbare…

…Se la rivede tutta la storia di quel posto. Prima delle case, sul monte della Cervaria (poco più di mille metri), prima ancora che questi si chiamasse così, è passato il vento profumato di primavere solitarie: solo fiori e canto di uccelli…

…Poi, dopo secoli di solitudine, uomini rudi provenienti da lontano hanno calpestato quell’erba, si sono battuti e insanguinati. Latini, Equi, Volsci, Ernici hanno conficcato le loro lance sui petti del nemico e sul terreno conquistato a consacrarne il possesso…

…Milioni di mani indurite dalla vanga hanno arato la collina, ne hanno rovesciato le zolle, hanno ripulito i fondi dai sassi perché non si scheggiasse la falce al momento della mietitura. Sudore e dolore da tributare ai signori. Signori lontani, sconosciuti, cui tutto era dovuto, che fossero conti o vescovi, volevano volevano volevano…

…La forza era nelle mani e la speranza nei cuori. Occhi volti al cielo ad invocarne l’aiuto. E la valle dell’Aniene che si popola di monasteri ed abbazie. Perché in un posto così è più facile che Dio ci sia, che magari lo incontri e ci puoi parlare…

Cervara di Roma - anni Novanta - processione per il Corpus Domini
…Poi le marmaglie in armi di Marco Sciarra a seminare terrore, a distruggere e rubare, a far fuggire donne e bambini, e a seminare il dubbio che rubare ai ricchi, in fondo in fondo, non è reato. Marmaglie spaventose, ma a volte anche un po’ amiche, che tra una razzia e l’altra cercavano uomini disperati da iniziare, da portare via con loro, perché a zappare la terra dei padroni ci lasci la schiena e le tasche restan vuote…

…Su e giù per quelle scale bimbi con le ginocchia sbucciate e senza scarpe, vestiti alla meglio, a giocare... a rincorrere animali; vecchie sedute accanto ai portoncini velati da un tenda, tutto il giorno lì a dar lezioni di storia, di storia quella vera, quella fatta sulla pelle della gente, quella che i libri non diranno mai…

…E poi donne, le più belle, a forma di anfora, portare sulla testa i pesi, scura la gonna e chiaro lo scialle; donne dal viso pulito sorridere con gli occhi al giovane impacciato di ritorno dai campi, lui la camicia sporca e sudata, ma lo sguardo fiero, forte del suo onore…

…Passarono le ruberie, passarono soldati e soldatesche, militi e milizie a marcare il territorio, ma la gente di Cervara mantenne il presidio. Difese la collina da ogni cattiveria, perché questo restasse luogo di pace. È vicino alle stelle che gli uomini imparano l’umiltà…

La cara figura di quest'uomo e delle sue colombe, dopo tanti anni, mi riporta sempre alla pace di Cervara

…Poi vennero gli artisti. Pure questi vennero da fuori, vestiti diversi, diverse le lingue. Tutti lì, a ritrarre le case, il groviglio dei vicoli, le donne alla fontana. E Cervara lasciò fare perché si sapesse la sua bellezza, perché andasse per il mondo...

Targa toponomastica opera di M. Rosati 
…E poi vennero altri artisti a dipingere sui muri di Cervara, immensa tavolozza, immane affresco di colori e fantasia. E Cervara lasciò fare. Perché un po’ di vanità non guasta, e rifarsi il trucco è degli esseri femminili, e il fascino di Cervara è tutto al femminile…

Targa toponomastica opera di A. Mecci
…E poi ancora altri artisti, a violentare le rocce, a tirar fuori forme nascoste nei sassi, a voler fare un tutt’uno dell’arte dell’uomo e della natura. E Cervara lasciò fare perché tutti vedessero che l’uomo può creare e non solo distruggere. Trapani e scalpelli turbarono il silenzio di quel posto, ed ora le pietre sono lì a ricordare il passaggio di torme rumorose, ma pacifiche e creative…

...Oggi Il vento a Cervara è lo stesso di tanto tempo fa, di quando l’uomo ancora non aveva calpestato l’erba della collina. È un vento profumato che passa tra le case, sfiora la Rocca, arruffa le piume del nostro gufo che ancora indugia a spiare un borgo che unisce cielo e terra...

...Questi uomini la pace se la sono guadagnata con secoli di lavoro e sofferenze, e ora, perla dei Monti Simbruini, il borgo elargisce bellezza e serenità a chi discretamente si aggira tra le case antiche, tra i sassi che hanno preso vita...

...Siamo al tramonto, e già dal bosco vengono versi che il nostro gufo riconosce familiari. Ecco, spiega le ali, ancora un volteggio nell’aria imbrunita e poi lascia che di Cervara parlino le stelle... 
© Maurizio Ceccarani 2015

   

2 commenti:

  1. Bisognerà tornare per scoprire una ad una queste pietre... che parlano

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