domenica 22 febbraio 2015

NO SOVIET PARTY (PAGINE DI SCRITTORI OSTINATI E CONTRARI)

Prima dello scoppio della Grande guerra, l'arretrato sistema produttivo della Russia non riusciva a soddisfare il fabbisogno nazionale di grano. I grandi proprietari terrieri trovavano più redditizio esportare il raccolto e dei circa 160 milioni di abitanti solo un'esigua minoranza viveva agiatamente o poteva permettersi uno stile di vita diverso dalla miseria. La situazione si aggravò ulteriormente con l’impegno della Russia sul fronte orientale, impegno che, oltre a procurare la nota mattanza, fece precipitare il paese nella fame e nella disperazione. Ce n’è abbastanza per giustificare e capire, per quanto sanguinosa, una rivoluzione.

Mosca - Cattedrale di San Basilio
Poi, nel ’22, nacque l’URSS che, con un regime totalitario, avviò la ripresa economica del paese; riorganizzò una sterminata landa di terra difficile e inospitale in strutture sociali e politiche; diede dignità, scuole e ospedali a villaggi persi nella steppa; unificò sotto una sola bandiera etnie dimenticate nelle pianure asiatiche; ricompattò un territorio in cui, andando da ovest e est, bisogna rimettere l’orologio per undici volte.  Nel giro di venti anni quello che era il paese più arretrato d’Europa diventa la seconda potenza mondiale, sconfigge il nazismo e pone un argine all’imperialismo americano.
I frutti del sistema economico comunista sono ben studiati e delineati  da Eric Hobsbawm nel suo famoso saggio Il secolo breve. Hobsbawn mette a confronto i risultati raggiunti dall’URSS con quelli deludenti della crisi che ha colpito il sistema capitalistico tra le due guerre.

Il trauma della Grande crisi venne accentuato dal fatto che l’unico paese che aveva clamorosamente rotto con il capitalismo, cioè l’Unione Sovietica, sembrava esserne immune. Mentre nel resto del mondo, o almeno nei paesi occidentali del capitalismo liberale, vi era la stagnazione economica, l’URSS era impegnata in un processo rapidissimo di industrializzazione massiccia attraverso i suoi piani quinquennali. Dal 1929 al 1940 la produzione industriale sovietica triplicò come minimo. Salì dal 5% della produzione manifatturiera mondiale nel 1029 al 18% nel 1938, mentre durante lo stesso periodo le quote degli USA, della Gran Bretagna e della Francia, considerate insieme, calarono dal 59% al 52% del totale. Fatto ancor più importante, in URSS non c’era disoccupazione. Questi risultati, ben più dell’arretratezza e dell’inefficienza dell’economia sovietica o della spietata brutalità della collettivizzazione e della repressione imposte da Stalin, impressionarono gli osservatori stranieri di tutte le ideologie e durante il periodo 1930-35 Mosca fu visitata da varie personalità interessate a conoscere la nuova economia e società sovietica. (Traduzione di Brunello Lotti).

Dopo il secondo conflitto l’URSS dividerà ideologicamente l’occidente. Tra gli anni Cinquanta e Settanta in molti hanno visto l’Unione Sovietica come un modello politico a cui tendere, o come la realizzazione dell’utopia socialista. Dopo il ’91 molte di quelle persone hanno rivisto alcune posizioni, rinunciando all’ideologia e conservando magari un’idea più moderata o, se vogliamo, più occidentale di socialismo. Molti altri, forse nostalgici, o troppo romantici, o semplicemente per convinzione politica non lo hanno fatto. Ecco, questi ultimi potrebbero incredibilmente soffrire nella lettura di alcuni dei libri più antisovietici che mi siano capitati tra le mani. Quel successo industriale, quell’acquisita potenza sul piano internazionale ebbero un prezzo altissimo di vite, di sofferenze, di rinuncia alla libertà. Il gufo ignorante si occupa prevalentemente di libri e oggi vuole dare la parola a quegli autori che mostrarono la loro contrarietà al regime, che ne denunciarono gli abusi e subirono le conseguenze del loro gesto, e ad autori che, pur non essendo direttamente coinvolti, ebbero la capacità di raccontare  storie che quel regime hanno in qualche modo stigmatizzato. Si tratta di letteratura di una qualità straordinaria che, comunque la si pensi sull’Unione Sovietica, non può essere ignorata o semplicemente liquidata come faziosa. La rassegna che segue vuole essere solo il suggerimento di un percorso di letture con molte lacune, alcune involontarie altre volute. Mancano infatti i dissidenti più famosi come Pasternak e Solženicyn, che meriterebbero un’attenzione a parte.

Mosca - Memoriale della Vittoria - Viale degli anni della guerra
VASILIJ GROSSMAN: VITA E DESTINO.  Molti dei politici perseguitati dal regime, prima di cadere in disgrazia, a questi avevano aderito e per questi si erano prodigati: la vicenda di Bucharin insegna. La stessa cosa è capitata a diversi autori, come per esempio Vasilij Grossman. Egli non solo aderisce al regime, ma segue le vicende dell’Esercito dalla Battaglia di Stalingrado fino all’ingresso dei sovietici a Berlino, come corrispondente del quotidiano Stella rossa. La sua devozione per il regime è palesata anche dalla pubblicazione de Il popolo è immortale celebrativo del coraggio e dello spirito di abnegazione del popolo durante l’invasione tedesca e da diversi altri scritti. Il rapporto con il potere politico si incrina dopo le persecuzioni sugli ebrei messe in atto a partire dal ’49. Grossman è di origine ebrea, ha già scritto sui crimini commessi dai nazisti sulla popolazione civile russa e sugli ebrei in particolare: il dissidio è inevitabile finirà povero e inviso al regime. Negli anni Cinquanta si dedica alla scrittura di un’opera monumentale con cui raccontare tutto il male della guerra e dei regimi che l’hanno voluta: Vita e destino, appunto. Ma nel ’61 gli viene sequestrato il manoscritto e tutto ciò che possa in qualche modo contribuire a ricostruire l’opera. Fortunatamente due amici illuminati di Grossman, in possesso di copie del manoscritto, riuscirono a farne uscire clandestinamente un paio dall’Unione sovietica. Il libro verrà pubblicato per la prima volta in Svizzera.  Articolata e ricca di personaggi la storia si snoda tra le assurdità della guerra e le reazioni dei civili, ma propone anche un’indiretta analisi della complessa figura di Stalin, servendosi di una fitta rete di dialoghi di cui propongo un brevissimo ma indicativo passo.

«Il compagno Stalin ha due figli in guerra» disse il fratello della padrona di casa. «Jakov, il secondo, era a capo di un battaglione di artiglieria. Sarebbe il primo, a dire il vero, Vasilij è il minore, e lui il maggiore. Ma poveretto è stato fatto prigioniero».
E si zittì, consapevole di aver toccato un argomento di cui, a detta dei compagni più anziani era meglio non parlare.
Poi, per rompere il silenzio, aggiunse con noncuranza:
«Tra l’altro, i tedeschi non fanno che lanciare volantini fasulli con su scritto che Jakov, il figlio di Stalin, sta fornendo loro ogni sorta di informazioni.»
Il vuoto attorno a lui si fece ancora più fastidioso. Aveva appena dato voce a ciò di cui era bene evitare di parlare anche solo per scherzo, a ciò di cui si poteva solo tacere. Perché chi si indignava per i pettegolezzi su Stalin e la consorte sbagliava tanto quanto chi li diffondeva: bocca chiusa, punto e basta. (Traduzione di Claudia Zonghetti).

Mosca - Monumento ad Alessandro II e Cattedrale di Cristo Salvatore
VARLAM ŠALAMOV: I RACCONTI DELLA KOLYMA. La vita di Varlam Šalamov è tutto un entrare e uscire dai lager della Kolyma. Arrestato più volte per attività sovversiva e per le sue idee filotrockiste ha passato poco meno di un ventennio nei campi di lavoro, miniere per lo più, in condizioni di vita estreme che peseranno fortemente sulla sua salute. Pochi anni dopo la sua liberazione verrà riabilitato “per non aver commesso il fatto”. Gli ultimi miseri anni della sua vita saranno dedicati a lasciare una testimonianza della sua esperienza e a dare voce a quanti, accomunati dal famoso articolo diciotto, lasciarono nei campi di lavoro gli ultimi stenti della propria vita. I racconti di Šalamov circolarono in URSS, come quelli di molti dissidenti, sotto forma di manoscritti clandestini, i cosiddetti samizdat. In essi ricorrono come un tormento situazioni estreme: sperare che la temperatura dai soliti meno quaranta si alzi di qualche grado; rubare i vestiti a un morto per avere merce di scambio; seccare foglie di qualche pianta per farne un succedaneo del tabacco; lottare continuamente con i pidocchi; mercanteggiare con i sorveglianti per un boccone in più; cadere stremati dopo un numero esagerato di ore di lavoro; alleanze; rivalità; atti generosi e vendette; lavorare senza attrezzi adatti in un territorio impossibile; convivere ogni giorno con la morte dei compagni, aspettando che arrivi la tua a liberarti. Dal racconto Rancio secco propongo queste poche righe che descrivono dove può condurre la disperazione quotidiana che alberga in quel luogo.

Ivan Ivanovič non fece altre domande. Si impiccò durante la notte a dieci passi dall’isba, all’inforcatura di un albero, senza corda: non m’era ancora capitato di vedere dei suicidi come questo. Lo trovò Savel’ev, lo vide dal sentiero e si mise a urlare. Il capogruppo, subito accorso, ci ordinò di non toccare il corpo fino all’arrivo del comando operativo, e ci fece affrettare.
Fedja Ščapov e io ci preparammo alla partenza in preda a un grande turbamento: Ivan Ivanovič aveva delle ottime pezze da piedi ancora intatte, dei sacchetti, un asciugamano, una canotta di ricambio in tela di cotone che aveva già spidocchiato, degli stivali imbottiti rattoppati, e sul tavolaccio era stesa la sua giubba. Dopo una breve consultazione tenemmo per noi tutte queste cose. Savel’ev non prese parte alla divisione delle vesti del morto, continuava ad andare e venire intorno al cadavere di Ivan Ivanovič. Nel mondo libero un cadavere provoca sempre e ovunque un torbido interesse, attira come una calamita. Nel lager questo non succede: la quotidianità dei morti, l’ottundimento dei sentimenti privano di qualsiasi interesse un corpo senza vita. Ma la morte di Ivan Ivanovič aveva colpito Savel’ev smuovendo certe pieghe recondite della sua anima, spingendolo a prendere certe decisioni. (Traduzione di Marco Binni).

Mosca - Piazza Rossa
OSIP ĖMIL'EVIČ MANDEL'ŠTAM: POESIE. Osip Mandel'štam è stato uno dei più grandi poeti della prima metà del Novecento, sicuramente tra i maggiori esponenti della corrente antisimbolista dell’acmeismo. Di origine ebraica, convertito poi al Cristianesimo metodista, studiò a Parigi e viaggiò molto, conoscendo la crème dei poeti e degli intellettuali dell’epoca. Filorivoluzionario della prima ora si entusiasmò per la rivoluzione di febbraio, meno per quella di ottobre, che guardò con un certo sospetto pur aderendo al bolscevismo. Accusato ingiustamente di plagio, per un errore del suo editore, si difese strenuamente, ma da allora le sue opere saranno duramente attaccate dalla Pravda. Critico nei confronti della figura di Stalin e intellettuale scomodo per il suo anticonformismo, fu arrestato e condannato a un periodo di confino. Con  la recrudescenza delle purghe staliniane fu di nuovo arrestato e inviato nei gulag siberiani. Morì a Vladivostok in un campo di transito prima di arrivare alla sua destinazione finale e fu riabilitato solo con la Perestrojka di Gorbačëv. Propongo la lettura di una delle più famose poesie di  Mandel'štam in cui si allude probabilmente alle pianure innevate intorno alla città del suo confino: Voronež. Mi piace immaginare che la neve abbia consolato gli occhi del poeta fino al suo giorno estremo, nelle estreme lande della Russia orientale. 

A tu per tu, il gelo in volto fisso:
lui fissa il nulla, e io fisso dal nulla.
Stirata, pieghettata senza grinze,
respirante miracolo, pianura.

E in povertà bianco-amido, il sole strizza gli occhi –
il suo strizzare è tranquillo, placato.
Foreste a dieci cifre: simili a quelle… E crocchia
– pane fresco – la neve dentro il mio sguardo, intatta.

16 gennaio 1937
(Traduzione di Remo Faccani).

Mosca - Memoriale della Vittoria
RYSZARD KAPUŚCIŃSKI: IMPERIUM. Giornalista e instancabile viaggiatore Kapuściński è nato in una cittadina polacca che ora è in territorio bielorusso: Pinsk. Nel suo articolato report sull’Unione Sovietica Kapuściński parte proprio dalla sua città natale, per tornare ad essa dopo un lungo itinerario spazio temporale lungo gli undici fusi orari del subcontinente sovietico. In questo viaggio, che poi è la somma di diversi viaggi, l’autore spazia dalla descrizione delle condizioni delle popolazioni locali, alla storia dei territori, non mancando numerosi riferimenti letterari legati alla materia trattata. Il suo racconto è minuzioso, carico di ironia, ma mai di cinismo. Il brano proposto è la descrizione della frontiera che si incontrava nel ’58 provenendo da Pechino presso la cittadina di  confine Zabajkalsk.

Reticolati. La prima cosa che si vede sono i reticolati. Spuntano fuori dalla neve, quasi ci si innalzano sopra a linee, a mucchi, a siepi. Aggrovigliati nelle combinazioni più bislacche, in nodi, in matasse, in architetture che uniscono cielo a terra, i reticolati spuntano da ogni lembo di campo gelato, sullo sfondo del paesaggio candido e dell’orizzonte glaciale. A prima vista questo sbarramento aggressivo irto di spine, disteso lungo la frontiera, suggerisce un’idea incongrua e surrealista: chi può mai volere andare oltre, se a perdita d’occhio non si vedono né una strada né un’anima viva, ma solo un deserto di neve alta due metri che non ti permette di fare un passo? Eppure quei reticolati qualcosa riescono a dirtelo, ti mandano un messaggio. Dicono: “Attento, qui si oltrepassa il limite di un altro mondo. Da qui non c’è uscita, non si scappa. Sei nel mondo della serietà morale, del comando e dell’obbedienza. Impara ad ascoltare, a essere umile, a occupare meno posto possibile con la tua persona. Fa’ quel che ti compete. Taci. Non porre domande”. 
(Traduzione di Vera Verdiani).

Mosca - Memoriale della Vittoria
 VIKTOR EROFEEV: IL BUON STALIN. Dai toni più pacati, indubbiamente meno tragico dei precedenti, ma non per questo meno pungente, è il libro di Viktor Erofeev: Il Buon Stalin. Figlio di Valdimir, un alto funzionario dell’apparato statale molto vicino a Stalin, Viktor trascorre l’infanzia e l’adolescenza nel privilegio e nel lusso. La sua famiglia è protetta dal regime, gode di favori inimmaginabili per gli altri cittadini: autista, agi di ogni tipo e soprattutto passaporto diplomatico che permette di fare viaggi all’estero impensabili per il resto dei russi. In queste condizioni, dirà Viktor Erofeev, era facile amare Stalin. Forse proprio la possibilità di “vedere” laddove gli altri non potevano arrivare, o semplicemente una gioventù alternativa, porteranno Viktor a collaborare con l’antologia underground Metropole. L’antologia verrà giudicata dal regime pericolosa e sovversiva. In virtù della posizione del padre, che vede sfumare la possibilità di diventare viceministro degli esteri, verrà chiesta almeno una ritrattazione che Viktor non scriverà mai, rendendosi responsabile del fallimento della carriera del padre. Il libro, basato sulla vera storia della famiglia Erofeev, e in particolare sul rapporto tra padre e figlio, mette in luce tutte le contraddizioni di un regime che, sin dagli anni Settanta, fanno presagire la fine dell’utopia.

Mio padre non mi ha certo dato un’educazione da dissidente, una cosa del genere non se la sarebbe sognata neppure in un incubo, ma mi ha fatto vedere il mondo, e questo è bastato. Io non sono mai diventato un sovietico. La situazione in casa si faceva sempre più schizofrenica e paradossale. Mio padre ed io eravamo entrambi idealisti, difendevamo le nostre opinioni in maniera simile, e proprio questo ci divise. Sul piano umano ci volevamo bene senza riserve, ma il conflitto ideologico con gli anni crebbe fino a sfociare in una guerra fredda non dichiarata. (Traduzione di Luciana Montagnani).

ANYA VON BREMZEN: L’ARTE DELLA CUCINA SOVIETICA. L’antisovietismo della von Bremzen è (e mai come nel suo è proprio il caso di dirlo) viscerale. Si tratta di un sentimento che l’autrice mutua dalla madre, una donna di origine ebrea, grande esperta di cucina, che nauseata dello stile di vita sovietico riesce a rifugiare negli Sati Uniti nel 1974 e lì a mettere a frutto la sua scienza culinaria. La piccola Anya in realtà  ha solo una decina di anni quando approda nel nuovo mondo. Ma il rancore verso il regime le viene trasmesso dalla madre, attraverso i ricordi della vita intensa di una famiglia complicata. Il libro attraverso la descrizione di dieci piatti della cucina di varie parti dell’Unione Sovietica, ripercorre la storia della famiglia e di un secolo di storia del suo paese. Con una scrittura disinvolta e confidenziale, la von Bremzen racconta i retroscena del regime in modo ironico e spesso sarcastico, non mancano punte di acido a volte addolcite da una qualche nostalgia per il tempo trascorso. Tra una ricetta e l’altra la scrittrice mette a nudo aspetti dello stalinismo che spesso sono sfuggiti alla critica ufficiale. Come la sorte di Gelja, la bambina che regalò un mazzo di fiori a Stalin e che, fotografata in braccio a questi, divenne il simbolo di tutti i bambini sovietici.

Il compagno Stalin vegliava su di lei e sulla sua famiglia, mamma non aveva dubbi. Eppure sentiva come una cappa pesante sopra di sé. La vita, sospettava, non era «bella in tutto e per tutto». Anziché di grande felicità sovietica il cuore di mia mamma era spesso colmo di toska, una parola che non ha un equivalente nella nostra nuova lingua: «A livello più profondo e penoso, - spiega Vladimir Nabokov, - la toska è una sensazione di grande angustia spirituale… A livelli meno morbosi è un sordo dolore dell’anima». (…) un anno dopo quel mazzo di fiori al Cremlino il padre di Gelja Markizova fu accusato di complotto contro Stalin e giustiziato, una delle innumerevoli vittime del Genio dell’umanità – tra i dodici e i venti milioni, a seconda delle stime. Anche la madre di Gelja morì. La bimba-immagine della felice infanzia stalinista fu deportata e allevata in un orfanatrofio. (Traduzione di Duccio Sacchi).

Mosca - Piazza Rossa - Magazzini Gum
  MARTIN LOUIS AMIS: LA CASA DEGLI INCONTRI. Figlio di un esponente del partito comunista inglese che ha poi rinnegato la sua fede passando a giustificare ogni azione americana, Martin Amis è un grande studioso della storia sovietica. In Koba il terribile del 2003 fa un’attenta analisi su i fenomeni che hanno portato un dittatore sanguinario come Stalin ad essere amato. Questo libro oltre ad essere una messa in chiaro dei conti con la memoria del padre è anche una dolorosa frustata a quella parte di occidente che faceva finta di non sapere o che giustificava in qualche modo l’ideologia sovietica. L’esperienza di Koba il terribile confluisce in un vero e proprio romanzo che è La casa degli incontri. Sullo sfondo degli orrori, della violenza e delle vessazioni della vita del gulag, si snoda la vicenda di due fratelli internati molto diversi tra loro e innamorati della stessa donna.  Nel gulag di Norlag vi era uno chalet riservato agli incontri con le mogli. Queste, dopo un’odissea di permessi e un viaggio di settimane, potevano incontrare i propri mariti nell’intimità dei quella casetta. Il paradosso dell’intimità familiare si scontra con la crudeltà dei trattamenti cui erano sottoposti i detenuti, al punto che la stessa attenzione di fornire un “servizio” al detenuto si trasforma a sua volta in una vessazione. Gli incontri, in quelle circostanze sono drammatici e dolorosi e non fanno che spezzare l’esile filo che tiene il condannato ancora legato alla vita normale.

Cercavano di essere sanguigni; ma avevano il sangue annacquato. Quest’uomo ce l’ha scritto in faccia, ce l’ha scritto sul corpo che non ci è riuscito: la bocca sghemba, la molle fiacchezza delle membra. Quest’uomo sostiene di esserci riuscito: ti sbatte contro il muro e ti racconta con un bisbiglio minaccioso, guardando oltre e al di là della tua persona, che cosa lei ha fatto a lui e che cosa lui ha fatto a lei. E anche i loro cuori erano privi di difese. Quest’uomo si è sentito dire che il suo matrimonio è finito e che i suoi figli sono affidati alle cure dello Stato: per un pelo non deciderà di scavalcare il filo spinato. (…) Vedevi l’accumulo dei problemi che ti aspettavano in libertà. Si aggiravano tutti in punta di piedi in torno a quegli uomini e al loro manto di solitudine. (Traduzione di Giovanna Granato).

CRISTINA COMENCINI: L’ILLUSIONE DEL BENE. Finiamo questa incompleta rassegna di scrittori che hanno in qualche modo testimoniato le assurdità di un regime sovietico con una scrittrice italiana. Attenta intellettuale dell’area progressista, in L’illusione del bene, la Comencini affronta un tema che mi sta particolarmente a cuore e a cui ho anche accennato in apertura. Cioè la difficoltà, di chi nell’utopia del socialismo reale vi ha creduto, ad ammettere le atrocità del regime e il fallimento del sistema. Non è cosa da poco: le convinzioni politiche, come quelle religiose, si radicano nell’individuo, ne diventano parte, ragione di vita e vanno comunque rispettate. Di fronte all’evidenza dei fatti si fa fatica a credere, si deve lavorare su se stessi per accettare. La disillusione è una delle ferite peggiori che possano essere inferte dalla storia a chi dell’impegno civile e politico ha fatto militanza. La storia è quella di un giornalista che ha creduto nell’utopia comunista e che non riesce a capire e ad accettare il fallimento della medesima. Fallito l’ideale, fallito il matrimonio, epurato dal posto di lavoro in televisione dopo la vittoria della destra, Mario si arrangia con interviste e articoli per la radio, conosce Sonja, una pianista russa da cui viene incuriosito e affascinato. Dall’amicizia con Sonja nasce il desiderio di capire di più, in particolare della storia di Irina, madre della pianista. Mario intraprende una ricerca che lo porterà a scoprire la sorte riservata, negli anni Settanta e Ottanta, verso il tramonto del regime, ai dissidenti e a tutti coloro comunque ritenuti pericolosi. Si tratta degli internamenti psichiatrici, che in qualche modo hanno sostituito, almeno in parte, le deportazioni in Siberia. Questo è uno stralcio della cartella clinica che la fonte trovata da Mario, un certo Péter Rady, archivista e traduttore, legge a Mario rivelandogli la dura verità.

“ ‘Irina Arens soffre di uno stato ipomaniacale con disinibizione e pseudointraprendenza’, la diagnosi è firmata da uno psichiatra. Ricoverata nell’ospedale psichiatrico speciale di San Pietroburgo nel 1982, le vengono somministrati neurolettici. Rilasciata nel 1984, è affidata alla madre. Ricoverata di nuovo l’anno dopo per sindrome delirante, comportamento socialmente pericoloso, propensione all’abuso di alcolici. Passa un altro anno in ospedale, le permettono ogni tanto di andare a casa, sempre sotto la tutela della madre. Alla fine del 1986 è dichiarata in peggioramento, si diradano le visite alla figlia. Nel 1987 è trasferita nell’ospedale psichiatrico speciale di Alma Ata, oggi Almaty, in Kazakistan… A più o meno quattromila chilometri dalla sua famiglia.”

Opporsi al regime significava essere pazzi, socialmente pericolosi. Chi veniva sottoposto a trattamento con neurolettici, se mai usciva dall’ospedale, non era più lo stesso, vedeva cancellata la sua capacità di raziocinio, vedeva spenta ogni capacità di agire; perdeva ogni punto di riferimento, la consapevolezza di una propria identità. Un trattamento del genere era più subdolo della deportazione in Siberia, ma otteneva più o meno gli stessi effetti.

Nel 1991 la Russia ha cambiato status, ma è ancora una democrazia incompiuta. Lo smembramento delle repubbliche ex sovietiche ha causato conflitti e morti. L’imperialismo americano non ha più un argine, e con la crisi ucraina si rischia una guerra nel cuore dell’Europa. Sono stati alterati gli equilibri geopolitici che hanno garantito sessant’anni di pace al vecchio continente. Le domande che si presentano sono tante e questo articolo non vuole e non ha gli strumenti per rispondere ma è bene che ogni uomo libero rifletta, con serenità, sull’eredità che la storia del Novecento ci ha lasciato.
© Maurizio Ceccarani 2015
Mosca - Giardino di Alessandro - Tomba del Milite Ignoto
BIBLIOGRAFIA

Hobsbawm Eric Il secolo breve, Milano, Rizzoli, 1996
Kapuściński Ryszard  Imperium, Milano, Feltrinelli, 2000
Amis Martin Koba il terribile, Torino, Einaudi, 2003
Comencini Cristina: L’illusione del bene, Milano, Feltrinelli, 2007
Amis Martin La casa degli incontri, Torino, Einaudi, 2008
Erofeev Viktor Il buon Stalin, Torino, Einaudi, 2008
Grossman Vasilij Vita e destino, Milano, Adelphi, 2008
Mandel'štam Osip Ottanta poesie, Torino, Einaudi, 2009
Šalamov Varlam I racconti della Kolyma, Milano, Adelphi, 2009
Hobsbawm Eric Come cambiare il mondo, Milano, Rizzoli, 2011
Von Bremzen Anya L’arte della cucina sovietica, Torino, Einaudi, 2014

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