domenica 18 gennaio 2015

RUMIZ E IL FRONTE DIMENTICATO

Verso maggio di questo 2015, giornali e televisione prenderanno probabilmente a ricordare l’entrata in guerra degli italiani. Ma quando gli Italiani passarono il Piave, altri Italiani, con la divisa sbagliata, erano già in guerra da un anno e combattevano contro quelli che scegliemmo come alleati. In Come cavalli che dormono in piedi (Feltrinelli 2014), Palo Rumiz parte da una foto del nonno ritratto in montura austriaca per compiere un viaggio-pellegrinaggio nei luoghi dove si è consumato uno dei più grandi massacri di uomini e cavalli, tra i tanti verificatisi nel corso della Grande guerra. Un massacro che sembra essere dimenticato. Episodi grandiosi come la battaglia di Verdun, o la tragedia di Caporetto, o episodi particolari ma emblematici come l’affondamento del Lusitania, o il volo su Vienna tendono a superare, nella memoria collettiva, la tragedia del fronte orientale. Negli stessi libri di storia la guerra che si consumò su questo fronte viene velocemente oscurata e assorbita dalla rivoluzione bolscevica. E così si stempera tra le pagine la sofferenza vissuta su una strisca di terra che andava dal Golfo di Riga al Mar Nero attraversando, e… dividendo, un’Europa incendiata da aspirazioni imperialistiche, egemonie politiche, contrasti economici, primati industriali e, non ultime, posizioni culturali e identitarie.

www.lafeltrinelli.it
Il tema del viaggio è spesso presente nei libri di Rumiz. Naturalmente non stiamo parlando del passatempo di un dandy, ma di uno scrupoloso appassionato reporter che vive in prima persona quello che racconta. Rumiz viaggia lentamente, in treno, a contatto con persone e cose, su ferrovie secondarie che sembrano perdersi nelle grandi pianure europee e nelle fitte nebbie della memoria. Si lascia guidare da persone singolari che condividono con lui la necessità di restare a contatto con la storia, e di illuminare la notte di quei morti dimenticati con la tenera luce di un lumino; condividono con lui la necessità di rendere omaggio a chi è stato cancellato, a chi è riuscito a salvare almeno un nome su una pietra, su un pezzo di legno, su una croce, e a chi ha perso anche quello, in una fossa comune, o in un cimitero di campagna spazzato via dalle ruspe post-rivoluzionarie dei Russi. Il viaggio lungo la  linea del fronte muove dalla Galizia, teatro della sanguinosa battaglia di Leopoli, per proseguire lungo le pianure polacche, tra un’infinità di fiumi che scorrono pigri tra luoghi bellissimi diventati dal ’14 al ‘17 qualcosa di molto simile all’inferno. Su un fronte di tremila chilometri sferzato da venti gelidi, dove gli stessi eserciti avevano difficoltà  a incontrarsi, milioni di uomini trovarono la morte insieme ai loro cavalli.

“La Galizia è un cimitero di cavalli. Fosse comuni dappertutto, voragini come crateri di vulcano. In Ucraina, Slovacchia, Polonia, Ungheria. Qui le patate crescono su ossa di cavalli. Pensa a queste bestie sottratte ai loro pascoli, requisite in tutta Europa, dall’Irlanda all’Anatolia. Il lamento dei cavalli feriti è uno degli incubi del fronte. Qualcosa di ancora più sconvolgente della parola “mamma” sulla bocca dei morenti. La notte, specialmente, quando tace il cannone. È allora che il buio si popola di ombre senza pace ed è impossibile dormire. Gli animali inciampano nelle budella, annaspano con la spina dorsale rotta, e i fanti escono come pazzi dalle trincee, rischiando la morte pur di porre fine a quelle sofferenze con un colpo di pistola.”

Trieste - Piazza dell'Unità d'Italia
L’atmosfera del racconto di Rumiz è notturna, non gotica ma elegiaca, fatta di ombre, voci e silenzi. Sono i fantasmi che rivivono sui campi di battaglia, sono gli esseri che hanno subito una sorta di damnatio memoriae. Gli Italiani hanno rimosso il fatto che su quel fronte combattessero altri Italiani con la divisa sbagliata, affinché non venisse intaccato il prestigio della vittoria. I Russi hanno rimosso memoria e cadaveri, perché presi dalla loro rivoluzione. Ma anche i Tedeschi e gli Austriaci, come sconfitti, hanno messo una lastra tombale sulla grandezza perduta. Cercheranno questi ultimi un riscatto con un’altra guerra venti anni dopo. Eppure è importante parlare con i morti: fa capire meglio il presente. Fa capire meglio perché dopo cento anni l’Europa presenta di nuovo un’incrinatura proprio sulla stessa linea di quel fronte. I deboli lumini posti sulle tombe non squarciano le tenebre, ma suggeriscono immagini, fisionomie, fanno affiorare nomi, storie e antiche questioni. Ma nell'oscurità dei cimiteri le nazionalità e le divise si confondono. La morte accomuna e cancella la ragione di ogni contrasto, tacita ogni odio.

Trieste - Piazza dell'Unità d'Italia
Il fronte orientale, più degli altri, dà modo di parlare dell’identità nazionale. La grande macedonia di popoli e religioni che fu l’Impero austroungarico accoglieva anche triestini, adriatici in generale, trentini, e parte dei veneti. Il gufo ignorante ha già sfiorato questo tema nel post del 7 ottobre 2014. In particolare parlando del romanzo di Vegliani La frontiera. Una delle cause dell’oblio della tragedia del fronte orientale è stata proprio il non voler riconoscere le diverse identità che una stessa nazione può avere, il vergognarsi, a seconda dei casi delle diverse possibili cittadinanze, o delle diverse possibili nazionalità. Da parte dei cittadini del regno sabaudo, gli Italiani che stavano dall’altra parte, quelli con la divisa sbagliata, erano dei traditori. Da parte dei Tedeschi e degli Austriaci sempre gli stessi erano persone di cui non fidarsi e a cui attribuire tutti i fallimenti della macchina da guerra austroungarica. È questa, per esempio, la storia del 97° reggimento,  formato da Italiani, Sloveni e Croati che è passato alla memoria come una massa di disertori, assenteisti e vigliacchi e su cui sono stati scaricati gli insuccessi militari degli Austriaci, ma che a un più attento esame storico risulta pluridecorato e dignitosamente andato al massacro in onore del proprio governo e del proprio Imperatore. Almeno nella memoria sarebbe bello accettare le diversità e non guardare il mondo solo da un’angolazione. A questo proposito, per concludere, cito questo passo che potrebbe indurre al sorriso ma che è carico di tenerezza e di drammaticità nello stesso tempo e ci dovrebbe far capire come il gioco della guerra sia il più assurdo che l’uomo potesse inventare.

Il 24 maggio del ’15 la cavalleria italiana passa il confine austriaco dalle parti di Cervignano e chiede a un vecchio seduto sulla porta di casa: “Scusi, buon uomo, dov’è il nemico?”. E il buon uomo, tranquillo, risponde: “Veramente, signor ufficiale, il nemico siete voi”. Oppure: negli stessi giorni c’è un assalto italiano un forte della Val d’Astico, a ovest di Asiago, e un sergente che sa il tedesco urla col megafono di arrendersi alla guarnigione. Qualcosa tipo “Nachgeben sofort!” o giù di lì. Al che uno degli assediati grida: “Me dispias, se avanzé sbarem. Ma perché parlel todesc, sior sergente? El varda che parlem italian anca noi”.



BIBLIOGRAFIA
Vegliani Franco La frontiera, Palermo, Sellerio, 1988
Rumiz Paolo Come cavalli che dormono in piedi, Milano, Feltrinelli, 2014

FILMOGRAFIA
La frontiera, di Franco Giraldi, Italia, 1996

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2 commenti:

  1. Leggo con particolare interesse questo post, ulteriore conferma all'antica idea di un insegnamento della storia con pluralità di fonti. Grazie.

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  2. Grazie per l'attenzione. Mi chiedo come sarà l'insegnamento della storia dopo l'ennesima futura riforma.

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