mercoledì 7 gennaio 2015

KYLE vs LILIN (OVVERO LA SOLITUDINE DEL CECCHINO)

(Il seguente articolo, per una sua intrinseca necessità, contiene spoiler relativamente al film di Clint Eastwood “American sniper”)

Locandina del film "American sniper" immagine da http://geektyrant.com/
Il lavoro del cecchino.
Quando i soldati partono per fare una guerra non sono tutti uguali. Ci sono quelli che vanno a fare la guerra e ci sono quelli che vanno a “uccidere”. Non che i primi non uccidano, ma i secondi lo fanno con una cura tutta particolare che, se non fossero in guerra, si potrebbero chiamare killer.  Parlo dei cecchini. Con un RPG si possono uccidere molte persone con un colpo solo, mentre un solo colpo sparato da un cecchino uccide una sola persona, ma quel colpo esce dall’anonimato del massacro; è un colpo firmato, è un colpo ad personam; lascia sicuramente una traccia latente in chi quel colpo ha esploso, ma salva la vita a chi in quel momento è protetto dal quel cecchino. A seconda dei casi il cecchino può essere visto come un angelo custode o come un assassino. Un’azione di assalto provoca vittime che restano senza volto, diventano numeri. Sparare per offendere e per difendersi è nella logica (perversa) del conflitto. Il cecchino combatte una guerra tutta sua, supporto fondamentale per il resto della truppa è addetto a un lavoro chirurgico, di precisione, che svolge in solitudine. Spesso passa ore e ore in appostamento, conosce bene il freddo, il caldo, il sonno, la noia, la fame, la sete. Si mimetizza con l’ambiente, diventa roccia, muro, albero, finestra; crea false postazioni, si sposta invisibile, la sua mente matematica valuta potenza, distanza, vento. Il suo fucile è il prolungamento naturale del suo braccio, il suo occhio è il cannocchiale da puntamento, la sua chance una sola: uccidere. Se il cecchino manca il bersaglio è scoperto, è solo, è vulnerabile.

Le armi.
La parola cecchino ha un’origine tutta italiana, viene da Cecco Beppe. Gli italiani indicavano con il nomignolo dato all’imperatore Francesco Giuseppe i temibili tiratori scelti dell’esercito austriaco. Poi il nome si è esteso a indicare il tiratore scelto in generale. Di questo tipo di soldato ci si è serviti da quando la tecnologia ha reso le armi in grado di colpire a grandi distanze. Uno dei primi fucili utilizzati dall’esercito italiano per questo uso è stato il Mannlicher Carcano modello 91 (dove 91 sta per 1891). Sebbene dismesso da tempo, questo fucile equipaggiato con un cannocchiale da puntamento, ha sparato almeno alcuni dei proiettili che hanno colpito J. F. Kennedy.

Mannlicher Carcano 91 con puntatore ottico - Immagine da http://guns-pictures.drippic.com/
Dalla prima guerra mondiale i cecchini non hanno smesso di lavorare. Ricordiamo il duro assedio di Stalingrado, combattuto casa per casa con un grande uso di tiratori scelti (ben descritto nel film Il nemico alle porte) e, in epoche più recenti, la guerra in Cecenia o il sanguinoso assedio di Sarajevo. Ogni guerra porta i nomi terribili di canne color antracite trattate antiriflesso o verde mimetico, accompagnati per lo più da sigle criptiche che ne dichiarano il grado di tecnologia. Spesso queste armi hanno lo stesso nome di chi le ha progettate, sono nomi che dànno i brividi: Karabiner 43, Tokarev SVT 40 e i famosi Mauser k 98 sniper e Mosin Nagant 91/30 sniper, solo per parlare del conflitto russo-tedesco; poi ricordiamo lo Zastava M76 usato dai Serbi a Sarajevo, e ancora il VSS Vintorez e l’SVD Dragonov usati nel conflitto in Cecenia. Come non citare infine il .300 Win Mag bolt action, usato dagli americani e reso celebre proprio dal libro di Kyle. Ma l’elenco è approssimativo e incompleto: la tecnologia si evolve, l’elettronica supporta la meccanica, la certezza di uccidere diventa assoluta.

Il .300 Win Mag bolt action - Immagine da http://www.ww2incolor.com/
Chris Kyle.
A questa premessa così poco letteraria, ma a mio avviso necessaria per inquadrare l’ambiente e il contesto in cui ci muoviamo, ne aggiungo un’altra. Non ritengo appropriato confrontare dal punto di vista letterario il libro di Kyle a quelli di Lilin. Sono generi diversi, ognuno con la sua dignità e il suo ambito di pubblico. Il confronto è solo un pretesto per parlare di una delle attività cui l’uomo si dedica spesso: la guerra. Il gufo ignorante volentieri cerca questo genere di libri, perché è spinto dalla curiosità di capire cosa scatta nella mente degli uomini nelle circostanze estreme a cui la guerra li costringe.
Ma veniamo al libro di Chris Kyle. Si tratta di un’autobiografia realizzata con la collaborazione di Jim De Felice e Scott McEwen. Chris è un giovane texano allevato nei valori cristiani di Dio, patria, famiglia e nella convinzione che il più forte debba proteggere i più deboli della famiglia e forse prima di tutto della patria. Dopo una breve ma formativa esperienza di cowboy, riesce a entrare nei SEAL, corpo tra i più specializzati della Marina degli Stati Uniti. L’acronimo sta per sea, air, land che sono i tre ambienti in cui vengono utilizzati questi soldati. Chris riesce a superare la dura selezione e a realizzare il suo sogno. Proteggere il suo Paese. I quattro turni di guerra in Iraq a cui partecipa lo sottopongono a stress tremendi, lo avvicinano all’abbraccio della morte numerose volte. Le situazioni estreme, le decisioni prese in tutta solitudine e in frazioni di secondi, la preoccupazione costante di proteggere i suoi soldati sono la normalità per il SEAL Kyle. Ma Chris riesce a superare tutte le difficoltà con il grande amore per il suo Paese e per il suo lavoro. A Chris piace uccidere perché sa di uccidere i “cattivi”, quelli che possono essere una minaccia per l’America e per i suoi soldati. La passione di Chris per i SEAL lo porta spesso a confrontarsi con la famiglia, che pure ama, ma che forse viene dopo la patria. Il libro di Kyle è l’onesta sincera biografia, scritta con una certa dose di ironia, di un uomo dai valori semplici che ha sacrificato molto, e consapevolmente, della sua vita alla causa della sua Nazione. Il libro è una dichiarazione ufficiale d’amore agli Stati Uniti e al popolo americano. E al di là di qualche battuta di spirito, non va minimamente a intaccare quelle che sono le versioni ufficiali dei fatti avvenuti. D’altra parte il libro, depurato da ogni elemento che avrebbe potuto costituire imbarazzo o rivelare segreti militari, ha ricevuto l’imprimatur del Dipartimento della Difesa. Quello che stupisce è la serenità e la determinazione di Chris nel porsi di fronte a tante uccisioni (fu probabilmente lo sniper più “prolifico” d’America).

Ma quando Dio valuterà il fardello dei miei peccati, in quel retrobottega, o in qualunque altro posto, credo che nessuna delle uccisioni che ho compiuto in guerra ne farà parte. Tutti coloro che ho ucciso erano malvagi, e avevo un valido motivo per ogni colpo che ho messo a segno. Tutti quanti meritavano di morire.
Ciò che rimpiango sono le persone che non sono riuscito a salvare: i Marine, i soldati, i miei compagni.
Non ho dimenticato la loro morte, e mi fa soffrire aver mancato al mio dovere di proteggerli. (Traduzione di Crimi S.; Tasso L.; Zucca G.).

Il DPTS.
Molti soldati tornano dalle zone di guerra con il cosiddetto Disturbo Post-Traumatico da Stress (DPTS)  o Post-Traumatic Stress Disorder (PTSD), detto anche Combat Stress Reaction. Anche Kyle non è immune da fenomeni dovuti alla stanchezza, alla esagerata emissione di adrenalina. Ma la sua più grossa preoccupazione è che lontano dal combattimento non può proteggere i suoi commilitoni. Anche quando si creeranno le condizioni per un suo ritiro Chris vorrà rimanere accanto ai reduci, agli invalidi, a tutti coloro che tornati dalla guerra si aggirano spaesati, spesso dimenticati dallo stesso Stato che hanno servito.
Nella nota biografica che apre il libro è detto chiaramente come è morto Chris Kyle. Ucciso da un reduce affetto da PTSD, proprio una di quelle persone che, anche in tempo di pace, il nostro milite cercava di proteggere e di aiutare. Il film di Clint Eastwood tratto dal libro, non solo si prende ampie libertà rispetto al racconto originale, ma va oltre e racconta anche la fine di Kyle e il suggestivo addio che l’America dà al suo eroe. Si tratta di un film che, pur nella spettacolarità della fiction, rispetta però tutto il senso della vita di Kyle, soldato esemplare, a cui in questo modo il regista ha voluto rendere omaggio. Quello che è incredibile, e che merita una riflessione, è come la nemesi storica passi sopra agli uomini, sopra alle loro grandezze, alle loro fragilità, alle loro glorie e ai loro misfatti, come sconvolga destini e progetti, senza che nessuno possa farci niente.

www.einaudi.it
Nicolai Lilin.
Nel secondo libro della Trilogia siberiana, Caduta libera, l’alter ego di Lilin, Kolima, si trova ad essere arruolato nei corpi speciali dell’Esercito russo e a combattere in Cecenia come cecchino. A differenza di Kyle, Kolima è più riluttante nei confronti di questo incarico, non lo vede come una sua realizzazione, si trova a farlo perché spara bene e l’esercito ha bisogno del suo lavoro. (Per Lilin vedi anche il post del 13 giugno 2014: Le guerre di Kolima). Ma anche qui, come nel libro di Kyle, il motore che spinge a premere il grilletto e che tacita la coscienza è l’odio. In un’azione di protezione del resto del plotone, dopo aver studiato la situazione, Kolima si rende conto che il cecchino a cui deve mirare è un tizio biondo, con tutta probabilità un mercenario non caucasico, tra l’altro anche sprovveduto perché non ha neanche organizzato una falsa posizione.

Ho calcolato la distanza, era vicinissimo. Stavo quasi per sparargli, quando mi sono accorto che stava parlando con qualcuno. Allora ho aspettato un momento, e nel mirino è apparsa una ragazza giovane, con dei lunghi capelli biondi nascosti sotto un cappellino militare. Sembrava una di quelle pornostar americane che si fanno fotografare mezze nude abbracciate a delle armi. Mi era venuto uno schifo totale a vedere due giovani che venivano qua per soldi ad ammazzare i nostri ragazzi. Ho aspettato che fossero più vicini. Lei gli ha detto qualcosa sorridendo, lui si è alzato un attimo e le ha accarezzato il viso prima di baciarla. Qui ho fatto il primo sparo.
Ho mirato sotto la testa di lui, proprio all’altezza del mento. Quando si fa così, di solito la pallottola finisce dritta nella tempia.
Il meccanismo del fucile ha fatto il suo giro, il bossolo vuoto è finito sul pavimento (…). Il cecchino era sparito, sul muro dietro di lui c’era solo un segno rosso.
La ragazza è rimasta per un momento ferma, poi con stupidità ha cercato di chiudere la finestra, ma io avevo già la sua faccia dentro il mirino. È stato un attimo, lungo appena mezzo respiro, e ho colpito anche lei.

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Nemmeno Kolima sarà immune da DPTS; una volta congedato porterà segni pesanti sulla sua coscienza: disorientamento, difficoltà a rientrare nella normalità, a riconoscere il mondo come consorzio di individui anziché come schieramenti di uomini contro. Si chiuderà in casa, con le sue armi spiando l’esterno con una gran voglia di sparare. Tutto questo è descritto nella prima parte del terzo volume della Trilogia: Il respiro del buio.

Mi sono accorto che avevo l’inspiegabile impulso di sparare a tutti quelli che incontravo per strada: muovermi come in un videogioco da quattro soldi scaricando il fucile contro i passanti, i clienti dei bar, i commessi, i passeggeri degli autobus. Vedevo attorno a me un unico fiume insignificante di materia umana marcia, persone già morte che continuavano a camminare, respirare, costruire, procreare, e intanto avanzavano nel loro stato di decomposizione fisico-mentale. Mi sentivo solo.

Odio & politica.
Tra i disastri della guerra c’è anche e forse primo tra tutti l’induzione all’odio. L'odio accomuna i personaggi così diversi che abbiamo descritto, dà loro la forza di compiere azioni gravi, che lasciano tracce incancellabili. Ma c’è da chiederci, questo odio quanto sia indotto, pilotato e coltivato dalle persone che le guerre le decidono e poi lasciano che siano altri a combatterle. Riprendiamo ancora una frase di Khris Kyle che ci sembra poter aprire una riflessione in merito. Quando il soldato americano si trova di fronte a dei dimostranti che protestano contro la guerra e accusano i militari in partenza di essere degli assassini, questo è il suo pensiero.

Protestavano contro le persone sbagliate. Non avevamo votato noi al Congresso, non avevamo votato noi per andare in guerra.
Mi ero arruolato per proteggere il paese, e non sceglievo io le guerre. Certo, mi piace combattere, ma non scelgo io le battaglie. Siete voi che mi mandate là. (Traduzione di Crimi S.; Tasso L.; Zucca G.).

La filosofia semplice di un soldato può trasformarsi in una macchina da guerra tremenda in mano a chi ha responsabilità politiche. Non bisogna dimenticare però che in una democrazia questa responsabilità è condivisa, almeno in parte, con i cittadini.
© Maurizio Ceccarani 2015

Locandina del film "Il nemico alle porte" immagine da http://www.comingsoon.it/

BIBLIOGRAFIA
 
Lilin Nicolai Caduta libera, Torino, Einaudi, 2010.
Lilin Nicolai Il respiro del buio, Torino, Einaudi, 2011.
Kyle Chris; McEwan Scott; De Felice Jim American sniper, Milano, Mondadori, 2014.

FILMOGRAFIA
American sniper, di Clint Eastwood, USA, 2014
Il nemico alle porte, di Jean-Jacques Annaud, USA, UK, Germania, Irlanda, 2001
Green zone, di Paul Greengrass, USA, 2010.

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