giovedì 6 novembre 2014

LEONHARD FRANK E LA GUERRA ALLA GUERRA

Lo scorso 7 ottobre Il gufo ignorante ha dedicato una lunga nota di lettura a sei romanzi che in qualche modo avevano come oggetto o ambientazione la Grande guerra. Atto dovuto, reso con piacere perché tirare giù dagli scaffali vecchi libri impolverati spesso emoziona di più che aprirne uno che sa di stampa fresca ma che non sai se ti deluderà. All’epoca dell’ultimo post non avevo ancora in mano L’uomo è buono di Leonhard Frank, altrimenti sarebbe senz’altro finito ad allungare la lista di libri sulla prima guerra mondiale. Per fortuna non è andata così, perché L’uomo è buono merita una sua collocazione a parte. Non dico privilegiata, ma almeno di evidenza, proprio per la sua peculiarità. Tra i libri di narrativa che orbitano intorno alla tragedia che sconvolse l’Europa agli inizi del secolo scorso è il più politico. È quello che meno somiglia a una testimonianza di guerra (poche trincee, poche granate, poche manovre), ma sedicimila chilometri di cadaveri sono tutti lì tra le sue pagine. È un potente j’accuse non tanto contro la guerra, in quanto entità astratta, quanto contro quella società che l’ha prodotta, che l’ha resa concreta realtà. L’uomo è buono è il coraggio del disertore, è la provocazione dell’antinazionalista, è l’angoscia espressa dall’urlo di Munch, è il grido di dolore di chi ha perso il bene più prezioso, è la rabbia contro il conformismo e la rassegnazione. Ma procediamo con ordine.

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Leonhard Frank nasce nel 1882 a Würzburg da un famiglia molto povera. Nel corso della sua vita, difficile e travagliata, matura a sue spese una visione della società in cui la classe dominante umilia e strumentalizza quella più povera. Il suo anarchismo rivoluzionario culmina in un episodio che segna la sua vita. Nel 1915 schiaffeggia un giornalista che stava esultando per l’affondamento del Lusitania. L’episodio, marcato come atto di antipatriottismo, sarà perseguito delle autorità e Frank sarà costretto a riparare in Svizzera. I suoi interessi artistici oscillano tra la pittura e la scrittura, ma è in quest’ultima che concentrerà le sue fatiche nella seconda parte della sua vita. Influenzato della psicanalisi e dall’espressionismo, non si legherà mai a una corrente preconfezionata, ma le leggerà e interpreterà tutte con spirito critico. Per ogni altra notizia rimandiamo all’accurata nota biografica presente nel libro che ci propone Del Vecchio Editore. In esso sono raccolte, per la traduzione e la cura di Paola Del Zoppo, due opere di Frank: L’origine del male e L’uomo è buono.


L’origine del male non parla della guerra ma, se la guerra è un male, è in questa novella che possiamo capirne l’origine. La storia è quella di Anton Seiler, povero e poeta, che torna nel paese natio per regolare i conti con il suo maestro. Questi, con i suoi metodi sadici e umilianti ha marchiato a vita il suo allievo e forse spinto al suicidio la di lui sorella. Seiler vorrebbe solo parlare con il maestro, costringerlo a fargli chiedere scusa ma, una volta a casa dell’insegnante, assiste a un’altra scena di umiliazione profonda inflitta a un alunno, lì presente, povero e sprovveduto. Perde il controllo e uccide il maestro. Nel processo che seguirà  verrà accusato di aver compiuto il gesto con lo scopo di rubare dei soldi. Inutili saranno i tentativi dell’imputato di spiegare il vero motivo del suo gesto. La novella è impregnata delle teorie psicanalitiche di Otto Gross, per il quale è la società che rende l’uomo un potenziale inconsapevole assassino. Come fa notare Paola Del Zoppo nella sua postfazione, la società a cui si riferiscono Gross e Frank e è quella che forgia i suoi cittadini come perfetti sudditi, attraverso continue mortificazioni: dalle punizioni paterne, all’educazione religiosa, agli insulti della vita militare, alle umiliazioni in ambito scolastico. Tutto questo serve a formare il perfetto Untertan. E possiamo aggiungere che solo un perfetto Untertan può rispondere, senza fare domande, al comando di uccidere. Esattamente questo serviva al momento della mobilitazione per la guerra.
Il povero Seiler non riuscirà a farsi credere. Verrà condannato per un crimine commesso per un motivo troppo lontano dal vero. Frank non risparmia al lettore i momenti terribili prima dell’esecuzione e l’esecuzione stessa, la cui modalità è tra le più cruente. Ma questa è un’altra battaglia del pacifista ante litteram: quella contro la pena di morte.


Se con L’origine del male possiamo capire come la società forma il suddito perfetto, con la raccolta di racconti L’uomo è buono siamo in piena zona di guerra e veniamo messi di fronte a tutte le contraddizioni che essa genera. Veniamo messi di fronte alla tragedia di chi vede la propria vita stravolta da un evento che non ha voluto e di cui non capisce la ragione. Questa zona di guerra è molto particolare rispetto ad altri libri sul primo conflitto mondiale. Fatto salvo l’ultimo racconto (I mutilati di guerra), la linea del fronte si sposta tra le mura domestiche, negli armadi che conservano le povere cose di chi non c’è più, tra i negozi dove, tra avventore e commerciante, si scaldano le polemiche sul conflitto, negli obitori dove giacciono i corpi dei suicidi, di chi questa guerra non l’ha accettata, non l’ha voluta vivere. In altre parole dal fronte del fuoco si passa all’homefront del dolore, della rabbia, della voglia di ribellione. I personaggi che popolano questa guerra parallela sono persone comuni, per lo più di quella classe sociale povera e sempre pronta a pagare. Una classe sociale che ha subito l’imposizione di una discutibile retorica della Patria e che è stufa di sentire espressioni come campo dell’onore o altare della Patria.
Il padre, La vedova di guerra, La madre, Gli sposi sono combattenti di una guerra interna, ideologica, che non risparmia loro rischi e punizioni, ma che hanno la forza e il coraggio della disperazione. Arringano la folla, accusano, imbarazzano le autorità, creano sdegno in chi nella guerra ci crede. Se mio figlio non spara, pensa la madre, sarà fucilato, e io morirò di dolore. Se spara ci sarà un’altra madre come me che soffrirà lo strazio della perdita. Questa è l’unica logica della guerra, non esistono altre scuse, non esistono ragioni.
Con l’ultimo racconto I mutilati di guerra ci caliamo nella realtà del fronte vero e proprio. Così come ci ha descritto nei particolari più raccapriccianti l’esecuzione di Seiler, Frank ci introduce nella cucina del macellaio, una sorta di ospedale da campo degno della più moderna pulp fiction. Ecco come si fanno a pezzi gli esseri umani, come le loro braccia, gambe, mani vengono accatastate in mucchi maleodoranti. Ecco come il sangue versato per la Patria viaggia da una barella all’altra in tinozze improvvisate, dove galleggiano isole di pus.
Come chi è rimasto a casa ha visto allontanarsi per sempre il proprio caro, così il mutilato vede allontanarsi per sempre una parte di sé. Quella gamba che lo ha accompagnato per vent’anni ora è lì, confusa con altri arti in un ammasso orribile di pezzi d’uomo. Oltre al dolore e alla mortificazione si fa strada lo spettro di un futuro di stenti, di una vita vuota e senza lavoro.
L’uomo è buono è un libro su cui dovrebbero studiare le nuove generazioni. È un libro che potrebbe far riflettere una società distratta e miope che si lascia guidare da pazzi in malafede. È un libro di portata eversiva che mi ha fatto pensare ad un altro grande, contemporaneo di Frank, che pure ha pagato per le sue idee pacifiste: il britannico Bertrand Russell. Ironia del destino che due grandi pacifisti stessero sui fronti opposti della stessa guerra.
©Maurizio Ceccarani 2014


3 commenti:

  1. Una lettura, molto accurata ed efficace, di un libro sul quale sì, dovrebbero studiare le nuove generazioni e che tutti noi dovremmo riflettere. Eversivo, sovversivo, nel senso più fecondo di entrambi i termini, perché invita a pensare: «Solo chi pensa può portare la pace». Grazie, Maurizio.

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    1. Grazie a te Anna Maria. Incredibile dover parlare di pace come eversione. Purtroppo è così. Per fortuna ancora esistono persone come Frank di cui noi non possiamo non diffondere il pensiero.

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    2. "e sul quale" tutti noi dovremmo riflettere (chiedo scusa per il refuso)

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