martedì 25 novembre 2014

IL CIMITERO ACATTOLICO DI ROMA (parole nel vento)


Questa volta Il gufo ignorante vuole parlare di un luogo, anziché di un libro. Ma per un suo vizio intrinseco ha scelto un posto che, in qualche modo, mantiene un legame con le parole. Nel cimitero acattolico di Roma le parole le senti nell’aria. Le parole dei grandi che vi sono sepolti sciamano tra gli alberi e si confondono con le voci di persone meno note, e addirittura con quelle di sconosciuti malcapitati, suicidi e prostitute che per primi vennero sepolti nello sterrato presso la Piramide Cestia.


Qui, fuori le mura della città santa, era possibile trovare riposo eterno per i non graditi al Vaticano. Morti imbarazzanti, sepolti di notte, quasi di nascosto, senza che una pietra o una croce segnalasse i loro resti. A questi si aggiungevano atei e fedeli di altre confessioni. È stato necessario molto tempo perché il luogo assumesse la dignità di cimitero. Ma per la storia rimandiamo ad altre fonti.


Quello che ci interessa è entrare in empatia con il luogo, percepire le voci che vibrano allo stormire delle fronde, lasciarci andare al languore del prato erboso che ricopre ciò che di mortale resta e suggerisce memoria, ricordo. Il dolore lacerante del distacco, tra le pietre di questo giardino, si fonde con la serenità della storia, che non è rassegnazione, ma consapevolezza. In un unico grande abbraccio famosi scrittori, politici, artisti di ogni tipo confondono le loro ossa con chi alla storia non è passato, con chi è stato disprezzato da una società miope e codina.

E allora ecco che la voce dei grandi fa eco e dà forza a quella degli ultimi, ne comunica sentimenti, emozioni, moniti al viandante che non resta indifferente di fronte a una pietra con un nome, a chi, direbbe Foscolo, è sensibile al sospiro che dal tumulo a noi manda Natura.



Dal prato assolato, su cui disegna geometrie l’ombra della piramide, ai vialetti angusti e umidi, affollati di pietre e sculture, non si incontrano fantasmi di gotica memoria, ma tracce di un passato che, a dispetto del tempo, ha ancora tanto da dire. È per questo che Il gufo ignorante vuole lasciare la parola ad alcune di quelle voci, solo alcune di quelle che ha raccolto. Così, in modo confuso, senza associare le tombe ai pensieri di chi vi è sepolto. Perché è così che capita appena un po’ di vento passa tra i rami. Allora ti arriva il profumo degli alberi e la memoria risveglia parole. Voci lontane si sovrappongono le une alle altre e, mentre calpesti i vialetti lungo i quali si assiepano pietre tombali, tremi all’idea che anche tu, creatura periferica dell’universo, appartieni alla Storia.
©Maurizio Ceccarani 2014


KEATS
Se n’è andato il giorno, con tutte le sue dolcezze

Se n’è andato il giorno, con tutte le sue dolcezze!
Voce dolce e dolci labbra, mano soffice e più soffice seno,
Caldo respiro, bisbiglio lieve, tenero semitono,
Occhi lucenti, forma perfetta, vita piena di languore:
Svanì con tutti i suoi sbocciati fascini il fiore,
Svanì l’apparsa visione della bellezza,
E la sua forma svanì, dalle mie braccia;
Svanita è la voce, il calore, la bianchezza, il paradiso –
Svaniti prima del tempo, al calar della sera,
Quando l’oscura festa, notturna e santa,
Dell’amore dalle tende profumate inizia a tessere
L’ordito della tenebra densa per il piacere nascosto;
Ma poiché durante il giorno ho letto il messale dell’amore,
Mi lascerà dormire, lui, vedendo che digiuno e prego.
(Keats, Poesie, a cura di Silvano Sabatini –
 Milano, Mondadori, 1996 p. 301)


SHELLEY
Frammento: Amor Aeternus

Ricchezze e signorie scompaiono nella massa
del grande mare del giusto e dell’ingiusto umano,
quando è la volta che il nostro possesso scada:
ma l’amore, anche se mal diretto, è tra quelle
cose che sono immortali, e sorpassano
tutta quella fragile materia che saremo – o siamo stati.
(Shelley, Poesie, a cura di Roberto Sanesi –
traduzione di Francesca Romana Paci –
 Milano, Mondadori, 2001)


GREGORY CORSO
CIAO

È disastroso essere un cervo ferito.
Sono il più ferito, lupi incalzano,
e ho anche i miei difetti.
La mia carne è artigliata dall’Inevitabile Uncino!
Da bambino vedevo molte cose che non volevo essere.
Sono la persona che non volevo essere?
La persona-che-parla-da-sola?
La persona-presa-in-giro-dai-vicini?
Sono colui che, sui gradini di un museo, dorme coricato su un fianco?
Porto l’abito di un fallito?
Sono lo svitato?
Nella grandiosa serenata delle cose
          sono il brano più cancellato?
(Gregory Corso, Poesie
cura e traduzione di MassimoBacigalupo –
Roma, Newton Compton editori, 2007)


ANTONIO GRAMSCI

Carissimo Delio,
mi sento un po’ stanco e non posso scriverti molto. Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che ti interessa nella scuola. Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così? Ti abbraccio.
                                                                                                                     Antonio
(Antonio Gramsci, Lettere dal carcere - a cura di Paolo Spriano - Torino, Einaudi, 1971)

                                       
ANTONIO LABRIOLA

Assidua, costante, passionata vuol essere la partecipazione degli operai alla vita politica; non solo perché questa è opportuna palestra di socialità, ma anche per premere d’ogni parte su la pubblica finanza, e renderla atta a soddisfare i più generali bisogni dei meno abbienti.
(Dalla conferenza tenuta a Roma il 20 giugno 1889 in Antonio Labriola, Scritti politici – a cura di Valentino Gerratana - Bari, Laterza, 1970)


WILHELM FRIEDRICH WAIBLINGER
VIII

Se sperpero? Scuoti la testa, minacci con il dito;
Amico, tieniti stretto saggiamente, tu dici, il denaro.
Ma lasciami sperperare, lasciami pagare! Per me baratto
vita eterna in cambio di tal metallo morto.
Da: Wilhelm Waiblinger, Bilder aus Neapel. Hundert Gedichte
(“Immagini da Napoli. Cento poesie”). Traduzione di Anna Maria Curci


LUCE D’ERAMO
Rientrai in camera da pranzo e mi sedetti al tavolo, lasciando aperta la porta a vetri sul giardino. Cominciai a scrivere una poesia, aspirando a tratti gli effluvi che giungevano da fuori. Ricordo i primi versi:
Io sono un faro nella notte
che insegue il breve spazio del suo raggio
attraverso chilometri di tempo.

Una scarica di colpi battuti alla porta mi sbalzò bruscamente fuori dai miei rovelli letterari, sussultai, erano le 23.30.
“Lucia, aprimi!” un’emozionata voce femminile. “Ho visto la luce accesa, aprimi, sono Graziella”.
Corsi alla porta, alzai la sbarra di ferro, girai la grossa chiave nella vecchia serratura, mentre la mia amica seguitava a picchiare il battente con frenetica esultanza.
“Ma che, sei matta?” recriminai quando mi fu davanti: “Lo sai che ore sono?”.
“È caduto il fascismo!” gridò Graziella abbracciandomi e facendomi fare una giravolta. “Evviva la libertà!”.
(Luce d’Eramo, Il 25 luglio, Roma, Elliot-Lit Edizioni, 2013)

DARIO BELLEZZA
Il sonno è una piccola morte
richiede commossa pazienza –
attenderlo è sperare
in una resurrezione antica:

io aspetto la morte
per dormire poche ore
nel caldo di un letto
intrecciato ad un corpo
infelice e sterile, il mio:
non siamo eterni
e questo cadavere intrigante
presto supereremo.
(Dario Bellezza, da L’avversario
 in Quaranta poesie,
Milano, Mondadori, 1996.)


CARLO EMILIO GADDA
Ma per piani aridi e illuni o nell’aggrovigliata paura delle giungle immense udrà forse taluno di là da ogni voce dei viventi come segui il torbido fiume delle generazioni a devolversi e penserà che sciabordi contro sue prode le rame e li steli dalle selve divelti; e verdastre con quattro piffari all’aria, le carogne pallonate de’ più fetidi malvagi animali, quali furono in vita e saran pecore, jene, sanguinolenti sciacalli, saltabeccanti scimie , asini con cine de’ lioni e gran baffi: e il branco lurido e tronfio arriverà nelli approdi lutulenti a travolgersi, dove è soltanto la vanità buia della morte.
(C.E. Gadda, La meccanica, Milano, Garzanti, 1970 – Vedi anche www.carloemiliogadda.it)



JUAN RODOLFO WILCOCK
Viaggio Notturno

Per un mondo dove tutto è morto,
dove mai più ritornerà la luce,
il mio spirito traversa
l’eternità.

Ed è come un viale dove chiamano
le foglie scure e isolate,
nel vento solitario
abbandonate.

Oh se tornasse al luogo
della propria materia nel cielo,
dove ondeggiare in sogno,
ormai confuso!
(J.R. Wilcock, da Poesie spagnole,
 in Poesie, Milano, Adelphi, 1980 –
Versione dell’autore)


WILLIAM WETMORE STORY
Human Life
We are pursued by Fate; nothing on earth
Flowers into satisfaction; on the skirt
Of all temptation, hidden yet alert,
Hangs disappointment ready to spring forth
And jar with discord the clear song of mirth;
Even our best pleasure has the sting of hurt,
And prayers and tears are futile to avert
The Nemesis that haunts us from our birth.
Oh! what avail our struggles, who are caught
In Fate's inextricable web! In vain
Through the dark future our exhausted thought
Seeks for a resting-place secure from pain;
Our Present crumbles 'neath us while we laugh,
Our Past has but a sigh for epitaph.
Dal sito www.sonnets.org



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