martedì 7 ottobre 2014

LA GRANDE GUERRA: SEI ROMANZI PER NON DIMENTICARE

Agli storici la memoria dei fatti, ai narratori la memoria dei sentimenti. Cento anni fa l’Europa si lasciava incendiare da interessi economici e da ciechi nazionalismi,  per approdare a quella che fu definita un’inutile strage. A distanza di un secolo, e dopo una seconda e ancora più devastante guerra, sembra che ancora qualcuno non sia contento e desideri ripetere l’esperienza.  Non vogliamo imbarcarci in uno sterile monologo contro la guerra, ma il Gufo ignorante non poteva perdere l’occasione di celebrare a modo suo la storica ricorrenza: cioè parlando di libri. La Grande guerra fu il primo grande evento di massa dell’era contemporanea. Furono mobilitati più di 18 milioni di uomini, vennero coinvolti 32 Stati, morirono circa 16 milioni di persone, vennero usate nuove armi e la tecnologia rivelò il suo aspetto più cupo. Tutto questo lo si trova in ogni libro di storia, ma quello che provarono quegli uomini in termini di paure, coraggio, esaltazioni, fatiche, smarrimenti, odio, amore, dolore, tristezza, cameratismo, pietà e tutto il repertorio di sentimenti e di emozioni che un essere umano può provare lo si può cercare nel racconto che di quegli anni funesti hanno fatto alcuni grandi scrittori, lettori e interpreti dell’animo umano. I romanzi e i racconti ambientati nel periodo della Grande guerra sono un numero difficilmente definibile. In questa nota di lettura, consapevole delle omissioni, voglio segnalare sei romanzi, un paio di racconti e qualche film in cui si condensano situazioni che hanno tragicamente caratterizzato quella guerra. Momenti tragici propri di tutte le guerre, che dovrebbero aver segnato un memoria comune che forse non è del tutto inutile rinfrescare.


Cominciamo da un classico. Uno dei libri che riguardano la prima guerra mondiale più letto e diffuso. Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque. Consigliato nelle scuole, immancabile lettura giovanile, materiale di base per numerosi film, il libro fonda la memoria di quell’evento bellico soprattutto nell’aspetto del logoramento della vita di trincea e della banalità della morte. Siamo sul fronte occidentale dalla parte dei Tedeschi. La narrazione ha il ritmo di un diario, infatti più che un romanzo in senso stretto questo può essere considerato un memoriale rielaborato che si nutre dell’esperienza autobiografica dell’autore. Oltre a descrivere la vita di trincea, tra fango, sporcizia e morte, Remarque dedica ampio spazio al modo in cui venivano reclutati giovani volontari tra i banchi dei licei, facendo leva sul sentimento patriottico dei ragazzi. Inutile dire che a questo reclutamento seguono delusioni e perplessità. Il sogno giovanile di vivere un’avventura e di difendere la patria, di fronte alla morte dei camerati e agli orrori della guerra, apre la porta al dubbio, a domande senza risposta. Il libro fu eliminato dalla circolazione  durante il nazismo proprio per la visione che dava della guerra, e lo stesso Remarque fu perseguitato dal regime. Volendo scegliere un brano da rileggere propongo una meravigliosa pagina in cui il protagonista Paul Bäumer nel corso di un combattimento si viene a trovare  nella stessa buca con il nemico. Dopo aver ferito a morte  il francese  con delle coltellate è costretto, dall’imperversare della battaglia, a passare interminabili ore con il moribondo. Sente i rantoli del nemico e lo vede spegnersi lentamente. Verso l’alba si fa strada la pietà verso quell’uomo dalla divisa diversa e vorrebbe prestare lui un qualche tardivo soccorso. Purtroppo non c’è niente da fare ma avviene qualcosa di grande. L’anonimo nemico acquista  nome e cognome e diventa una persona. La guerra non è più la stessa.

La sua uniforme è ancora a metà aperta. Il portafogli si trova facilmente. Ma esito a mettervi le mani. C’è dentro il libretto personale. Finché non so il suo nome potrò forse ancora dimenticare, il tempo cancellerà la sua immagine. Ma il suo nome è un chiodo che si pianterà in me non si potrà strappare mai più. E avrà il potere di rievocare ad ogni istante questa scena: tutto ritornerà e ricomparirà davanti a me.

Nell’indecisione del momento il portafogli cade dalle mani di Bäumer, si apre, e tutta la vita del povero francese viene fuori: fotografie di moglie e figlia, lettere da casa, modesta condizione sociale. Bäumer si propone di aiutare la famiglia del malcapitato dopo la guerra. È l’unica cosa che può fare per riscattarsi in qualche modo, e per far questo ha bisogno di prendere il nome del francese.

Perciò apro il libretto e leggo lentamente: Gérard Duval, tipografo. Con la matita del morto trascrivo l’indirizzo su una busta, e con improvvisa fretta ripongo tutto il resto nella sua giubba.
Io dunque ho ucciso il tipografo Gérard Duval. Io devo diventar tipografo, penso tutto smarrito, devo diventar tipografo, tipografo...(Traduzione di Stefano Jacini)
Bäumer morirà qualche giorno prima della fine della guerra e non potrà portare a termine quell’impegno. Potremmo aggiungere noi ucciso forse da un barbiere, o da un cuoco, o da un falegname. Sicuramente da chi quella guerra non l’ha voluta e non l’ha capita.



Passiamo ora dall’altra parte della trincea, restando sempre sul fronte occidentale. Meno fortunata della testimonianza di Remarque, ma non meno toccante, è stata quella di Gabriel Chevallier autore del romanzo-memoriale La Paura. Il grande coraggio di Chevallier sta proprio nel titolo che ha dato alla sua opera. Pubblicato nel ’30, La Paura racconta con grande ironia l’arruolamento e le vicende belliche di un alter ego dell’autore. Il linguaggio semplice e popolare, il punto di vista straniante, la cura dei particolari nella descrizione dello squallore, dell’orrore e della insensatezza del conflitto danno un’immagine antieroica e infamante della guerra stessa. Atti di viltà commessi da chi celebra l’eroismo, atti di eroismo da parte di chi non si direbbe eroe ristabiliscono l’ordine capovolto della retorica e mettono in crisi chi della retorica della guerra si serve a scopi politici. Non è un caso che la nuova edizione del ’39 venne ritirata dalle librerie. Non si può parlare male della guerra se questa è necessaria, per una ragion di Stato incomprensibile, per qualche principio ideologico, perché… sei in pericolo e solo quella è la salvezza. È difficile scegliere un brano particolare da proporre come esemplare del libro. Provo con il seguente: l’incontro del protagonista con il primo cadavere.

A un tratto il soldato che mi precedeva si accovacciò e iniziò a trascinarsi sulle ginocchia per infilarsi sotto un ammasso di materiali che ostruivano il passaggio. Mi accovacciai anch’io e lo seguii. Quando si rialzò mi apparve davanti un uomo di cera, supino, che spalancava una bocca senza respiro e occhi senza espressione, un uomo freddo, irrigidito, che probabilmente si era rifugiato sotto quell’ingannevole riparo di assi e lì era morto. All’improvviso mi trovavo a tu per tu con il primo cadavere recente che avessi mai visto. Il mio volto passo a pochi centimetri dal suo, il mio sguardo incrociò il suo sguardo, spaventoso e vuoto, e la mia mano sfiorò la sua mano, ghiacciata e illividita dal sangue che gli si era gelato nelle vene. Durante il breve faccia a faccia che mi impose, ebbi la sensazione che il morto mi incolpasse della sua fine e minacciasse vendetta. È una delle impressioni più tremende che ho riportato dal fronte.
Ma quel morto era il custode di un regno di morti. Quel primo cadavere francese precedeva centinaia di altri cadaveri francesi: la trincea ne era piena. (Traduzione di Leopoldo Carra)


Altro grande romanzo che allaccia le sue radici alla tragedia del fronte occidentale è Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline. In realtà la guerra è per Céline solo l’inizio del viaggio. La storia parte dall’arruolamento, racconta anche qui la trincea,  per poi spostarsi in Africa, in America e tornare a Parigi. Ma la disperazione dell’esperienza della guerra impronta di sé anche le vicende successive. Tutto è raccontato in uno stile tragicomico che fa uso di espressioni popolari, gergali e allusioni linguistiche difficilmente traducibili. Questo stile dissacrante è la nervatura di tutta l’opera. Uno humour nero la distingue da ogni altro memoir sul primo conflitto mondiale. Propongo un breve dialogo che, a mio avviso, dà la dimensione di un umorismo che rasenta il cinismo.

L’uomo riuscì finalmente a far uscire dalla bocca qualcosa di articolato.
- Il maresciallo d’alloggio Barousse è stato ucciso, colonnello, - disse d’un sol fiato.
-E allora?
-È stato ucciso mentre andava a cercare il furgone del pane sulla strada delle Etrapes.
-E allora?
-È stato fatto a pezzi da una granata.
-E allora, per Dio?
-Ecco, colonnello…
-È tutto?
-Sì, è tutto, colonnello.
-E il pane? – domandò il colonnello.
E questa fu la fine del dialogo perché mi ricordo che egli ebbe giusto il tempo di dire: “E il pane?”. E basta.
(Traduzione di Alex Alexis)



Forse più degli altri il fronti, quello italiano fu caratterizzato dalla incompetenza e dall’ottusità di molti grandi ufficiali. Il nostro esercito era composto in gran parte da contadini o semplici artigiani che non capivano e non sentivano la guerra. Questo, oltre ad alimentare fenomeni di fraternizzazione con il nemico, diede luogo anche ad episodi di diserzione o codardia che venivano puniti con la fucilazione o, dove l’episodio fosse collettivo, con la decimazione. Ovvero la fucilazione di un soldato ogni dieci, scelto a caso in una compagnia. Laddove la forza dell’esercito e il talento tattico dei comandanti non arrivava, doveva arrivare la forza della retorica e del patriottismo.  Bastava solo parlar male della guerra, mostrare segni di insofferenza o cedimento psicologico che si rischiava un processo davanti alla corte marziale. Un esempio del clima che si respirava nelle nostre trincee lo troviamo nella bellissima testimonianza di Emilio Lussu in Un anno sull’Altipiano. Propongo un dialogo in cui il protagonista riferisce al tenente generale comandante di divisione. Dopo una specie di sospettoso interrogatorio su come ha condotto la guerra fino a quel momento, il generale incalza con domande di carattere ideologico il suo sottoposto.

-Ama lei la guerra?
-Io rimasi esitante. Dovevo o no rispondere alla domanda? Attorno v’erano ufficiali e soldati che sentivano. Mi decisi a rispondere.
-Io ero per la guerra, signor generale, e alla mia Università, rappresentavo il gruppo degli interventisti.
-Questo, - disse il generale con tono terribilmente calmo, - riguarda il passato. Io chiedo del presente.
-La guerra è una cosa seria, troppo seria ed è difficile dire se… è difficile… Comunque, io faccio il mio dovere -. E poiché mi fissava insoddisfatto, soggiunsi:  Tutto il mio dovere.
-Io non le ho chiesto, - mi disse il generale, - se lei fa o non fa il suo dovere. In guerra il dovere lo debbono fare tutti, perché non facendolo si corre il rischio di essere fucilati. Lei mi capisce. Io le ho chiesto se lei ama o non ama la guerra.
-Amare la guerra! - esclamai io, un po’ scoraggiato.
Il generale mi guardava fisso, inesorabile. Le pupille gli si erano fatte più grandi. Io ebbi l’impressione che gli girassero nell’orbita.
-Non può rispondere? – incalzava il generale.
-Ebbene, io ritengo… certo… mi pare di poter dire… di poter ritenere…
Io cercavo una risposta possibile.
- Che cosa ritiene lei, insomma?
-Ritengo, personalmente, voglio dire io, per conto mio, in linea generale, non potrei affermare di prediligere, in modo particolare, la guerra.
-Si metta sull’attenti!
Io ero già sull’attenti.
-Ah, lei è per la pace?
Ora, nella voce del generale, v’erano sorpresa e sdegno.
-Per la pace! Come una donnetta qualsiasi, consacrata alla casa, alla cucina, all’alcova, ai fiori, ai suoi fiori, ai suoi fiorellini! È così, signor tenente?
-No, signor generale.
-E quale pace desidera mai, lei?
-Una pace…
E l’ispirazione mi venne in aiuto.
-Una pace vittoriosa.


La disfatta di Caporetto fu indubbiamente, per l’Italia, uno dei disastri più dolorosi di tutta la prima guerra mondiale. In quel caso, neanche di fronte all’evidenza di una forza soverchiante del nemico, la retorica e l’ottusità dei nostri generali si arresero. Nessuno ammise l’inutilità di principi che se seguiti non potevano che portare alla morte. All’incompetenza in termini tattici e strategici di burocrati da tavolino si unirono il mito del sacrificio per la Patria e la forza delle armi rivolte contro i propri connazionali. Una delle pagine più belle che racconta questa tragedia la prendiamo da Addio alle armi di Ernest Hemingway. Il romanzo giovanile dell’autore americano, operativo nei sevizi ausiliari come autista di mezzi di soccorso, non è solo un romanzo di guerra, ma anche e soprattutto un romanzo d’amore.  La guerra però è scenario indispensabile all’eterno dualismo amore-morte, e verso la fine del romanzo troviamo una delle testimonianze più atroci dell’ottusità dei comandanti che mandarono i Carabinieri ad arrestare e sommariamente giustiziare gli ufficiali che si stavano ritirando insieme alle truppe, nel caos e nella calca della disfatta.

Quelli che interrogavano avevano tutta l’efficienza, la freddezza e il controllo di sé degli italiani che sparano senza che nessuno spari a loro.
«Che brigata?»
Gliela disse
«Reggimento”»
Glielo disse
«Perché non sei col tuo reggimento?»
Glielo disse
«Non lo sai che un ufficiale deve restare coi suoi uomini?»
Lo sapeva.
Fu tutto. Parlò un altro ufficiale.
«Sei tu e la gente come te che hanno permesso ai barbari di calpestare il sacro suolo della patria.»
«La prego di scusarmi» disse il tenete colonnello.
«È a causa di tradimenti come il tuo che abbiamo perduto il frutto della vittoria.»
«Si è mai trovato in una ritirata?» chiese il colonnello.
«L’Italia non dovrebbe mai ritirarsi.»
Erano lì in piedi nella pioggia ad aspettare. Eravamo di fronte agli ufficiali e il prigioniero era davanti a noi leggermente spostato da un lato.
«Se intendete fucilarmi» disse il tenente colonnello «per favore fucilatemi subito senz’altre domande. È stupido fare domande.» Si fece il segno della croce. Gli ufficiali parlarono tra loro. Uno scrisse qualcosa su un notes.
«Abbandono di truppa, condannato alla fucilazione.»
Due carabinieri condussero il tenente colonnello verso la riva del fiume. Camminava nella pioggia, vecchio, a capo scoperto, con un carabiniere per parte. Non vidi la fucilazione ma udii gli spari. (Traduzione di Fernanda Pivano).



In ogni guerra, nella tragedia generale, c’è il dramma delle popolazioni di confine. I confini sono scellerata opera dell’uomo che, soprattutto in guerra, impongono scelte manichee. Le popolazioni di confine vivono la continua opposizione tra nazionalità e cittadinanza e, in caso di guerra, questo status di sospensione, questa contraddizione anagrafica, diventa motivo di sospetto, di conflitto interno che spesso volge  il dramma in tragedia. Un esempio per tutti quello di Cesare Battisti e Fabio Filzi. Ma episodi di grande tensione avvennero un po’ ovunque. Per esempio, quando gli Italiani entrarono a Cortina, molti ampezzani erano sul fronte della Galizia a combattere contro i Russi a fianco degli Austriaci. Famoso fu il rifiuto della guida alpina cortinese Antonio Dimai di mettersi al servizio del Comando italiano, per guidare una pattuglia sulla cima della Tofana di Rozes (vedi E. Calanni La guerra di Joseph, Torino,  Vivalda editori, 1998, pp. 31-34). La povera guida fu punita severamente per un insubordinazione, che dal suo punto di vista fu solo fedeltà alla sua cittadinanza. Visto che abbiamo nominato la Galizia vanno, segnalati commoventi drammi consumatisi nel silenzio dell’informazione e nel caos del fronte orientale. Due racconti di Mario Rigoni Stern (Italiani nella Russia in fiamme e In un villaggio sepolto nella balka) Parlano di quanti Italiani  non tornarono a casa dopo il ritiro della Russia dalla guerra. Molti di loro si integrarono nel tessuto sociale contadino di quelle immense distese, sposarono donne di quelle parti, coltivarono quelle terre. Alcuni di quegli uomini, ormai trasformati dal destino, si trovarono a ospitare soldati italiani dell’ARMIR, durante l’invasione della Russia nella seconda guerra mondiale. Sono assurde contraddizioni, situazioni anomale che la logica del confine e dell’odio verso il nemico non contemplano. Sono situazioni in cui l’uomo è semplicemente uomo, senza divise, senza cittadinanze.
Un romanzo un po’ dimenticato, che pone l’accento sui drammi della gente di confine è La Frontiera di Franco Vegliani. Uomo di frontiera egli stesso, nato cittadino austriaco a Trieste e divenuto italiano alla fine del primo conflitto, Vegliani narra la storia, ambientata nel ’41, di un soldato in licenza in un isola dalmata, luogo d’origine della sua famiglia. Questo soldato, attraverso l’amicizia di un vecchio del posto, viene a conoscenza delle vicende di Emidio Olrich, un Fähnrich dalmata di lingua italiana in forza all’esercito austroungarico nel corso del primo conflitto. La storia di Emidio appassiona il nostro fino a farlo sentire una specie di alias o comunque fino a fargli trovare delle affinità tra la propria situazione e quella dell’Alfiere austriaco.  Anche se ambientato nel ’41 il romanzo è costituito da lunghi e continui flashback che narrano la storia di Emidio. La situazione in cui si trova l’Alfiere austriaco è quella di essere un austriaco di nazionalità italiana, e quindi visto con sospetto da alcuni suoi superiori. Emidio presterà i libri di letteratura studiati al liceo a Bogdan Màlalan, uno sloveno che verrà arrestato e giustiziato per alto tradimento. Il legame per quanto labile tra Bogdan ed Emidio fa ricadere su quest’ultimo sospetti e pregiudizi. Riporto un breve passo in cui Emidio viene sottoposto a un interrogatorio. Al cospetto di una sorta di giurì, Emidio vede l’ufficiale inquirente tirare fuori da una borsa ad uno ad uno, con lentezza voluta, i libri che ha prestato a Bogdan e si trova a dare spiegazioni.

«Vorrebbe dire» la voce del capitano a questo punto mutò tono, da secca e perentoria che era, diventò suadente e quasi ironica «vorrebbe dire che lei non sa nulla dell’attività di quest’uomo e dei suoi compari».
«Assolutamente nulla», confermò Emidio.
La voce e l’atteggiamento del capitano e del gendarme mutarono un'altra volta. L’inquisitore tornò brusco, addirittura minaccioso. Si protese in avanti e puntò il dito contro Emidio Olrich, come se dovesse formulare una terribile accusa.
«Lei è italiano!» affermò scandendo le sillabe.
«Sì, la mia famiglia è di lingua italiana. Ma non capisco…».
«Capirà» lo investì la voce del gendarme mentre il dito puntato gli arrivava a un palmo dal viso «quando le dirò che due ore fa Bogdan Màlalan è stato arrestato  da me assieme ai suoi complici».
«E perché?».
«Alto tradimento!»

L’esecuzione di Bogdan Màlalan getterà Emidio in una spirale di dubbi che, nella semplicità e nella trasparenza del giovane Alfiere, non erano mai affiorati e che, fattisi sempre più tormentosi e laceranti, lo condurranno a una tragica fine. La bellezza di questo romanzo sta però nel fatto che l’autore attualizza i dubbi sul senso di appartenenza e quindi sul senso della parola “nemico” nell’io narrante del ’41, dimostrando che nulla è cambiato in vent’anni per quella gente di frontiera.
© Maurizio Ceccarani 2014


BILIOGRAFIA DELLE OPERE CITATE
Calanni Enrico La guerra di Joseph, Torino,  Vivalda editori, 1998
Céline Louis-Ferdinand Viaggio al termine della notte,Milano, dall’Oglio editore, 1962
Chevallier Gabriel La Paura, Milano, Adelphi, 2011
Hemingway Ernest Addio alle armi, Milano, Mondadori, 1989
Lussu Emilio Un anno sull’Altipiano, Torino, Einaudi, 2000
Remarque Erich Maria Niente di nuovo sul fronte occidentale, Milano, Mondadori, 1989
Rigoni Stern Mario Italiani nella Russia in fiamme in Ritorno sul Don, Torino, Einaudi, 1973
Rigoni Stern Mario In un villaggio sepolto nella balka, in Tra le due guerre e altre storie, Torino, Einaudi, 2000
 Vegliani Franco La frontiera, Palermo, Sellerio, 1988



FILMOGRAFIA ESSENZIALE

All’Ovest niente di nuovo, di Lewis Mileston, USA, 1930
Addio alle armi, di Charles Vidor e altri, USA, 1957
Orizzonti di gloria, di Stanley Kubrick, USA, 1957
La grande guerra, di Mario Monicelli, Italia, 1959
Uomini contro, di Francesco Rosi, Italia, 1970
Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Delbert Mann, USA, 1979
La frontiera, di Franco Giraldi, Italia, 1996



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