giovedì 10 luglio 2014

SREBRENICA E DINTORNI


Di guerre ne ha viste la mia generazione… per lo più tutte in televisione. Ero bambino e sentivo parlare ancora di Corea, poi la mia adolescenza fu accompagnata  dalla guerra in Vietnam e dalla guerra del Kippur e poi ancora da tutte le altre, africane, asiatiche, fino alla guerra del golfo e a quella del disfacimento della Jugoslavia. Stavamo davanti agli schermi cercando di capire perché da noi la gente passeggiava per il corso mangiando gelati mentre invece lì, in quei luoghi, si moriva. La guerra in Jugoslavia, in particolare, ci vedeva perplessi e impotenti. A un braccio di mare da noi, popolazioni che fino al giorno prima convivevano pacificamente, integrate una cultura nell’altra, come impazzite, avevano preso a massacrarsi. La sera, tra un
Foto di Oliviero Toscani per Benetton dal sito
www.revistavanityfair.es 
film e l'altro, vedevamo bambini feriti, vecchi che cercavano un po’ di legna tra la neve, persone che correvano da un portone all’altro per sfuggire al tiro dei cecchini. Guidavamo la macchina e ai bordi della strada apparivano manifesti pubblicitari di Benetton che sfruttavano l’immagine dei vestiti insanguinati del soldato Marinko Gagro. Accendevamo la radio e ascoltavamo gli U2 che avevano appena musicato Miss Sarajevo, il documentario di Bill Carter dove delle bellissime ragazze sfilano con lo striscione in cui compare la scritta Don’t let them kill us. Aprivamo i giornali e leggevamo di novelli Romeo e Giulietta, ovvero Boško Brkić e Admira Ismić, lui serbo lei musulmana, che per fuggire insieme, morirono abbracciati, raggiunti dai colpi dei cecchini a un passo dal ponte Vrbanja. Quella guerra fu il paradosso del secolo. Fu una vergogna tutta europea, proprio di quell’Europa, dalle sbandierate radici cristiane, che fa dei principi di tolleranza e civiltà il nucleo principale delle sue Costituzioni.
"Miss Sarajevo" documentary by Bill Carter
dal sito www.suntimes.com
L’apice dell’assurdità fu raggiunto l’11 luglio del 1995 quando le truppe serbe di Ratko Mladić e i paramilitari di Arkan (la Tigre) sterminavano, nei pressi di Srebrenica, più di ottomila bosniaci musulmani, sotto gli occhi del battaglione olandese al servizio del mandato ONU. Si tratta della più grande strage consumatasi in Europa dopo l’Olocausto del secondo conflitto mondiale.
Poiché ovunque c’è un olocausto c’è un negazionista, anche la strage di Srebrenica non si sottrae a questa legge. C’è chi nega e chi trova scuse, attenuanti, giustificazioni. Ma per questo rimando ai seguenti link: etleboro, mirorenzaglia, ariannaeditrice, aurora sito. La guerra certo non si fa con i garofani, e con grande probabilità tutte le parti in causa si resero responsabili di atrocità, ma forse c’è una differenza tra una rappresaglia di guerra e 8372 vittime accertate, tutte di sesso maschile tra i 12 e 77 anni trovati in fosse comuni, dove era evidente  che non fossero stati portati uno alla volta e che non fossero morti di freddo. Non ho voluto proporre immagini della strage a documentare questo articolo. Se le volete vedere potete digitare “massacro di srebrenica” su Google immagini. Vedrete aprirsi una specie di danse macabre che vi riporterà a cose che speravate ormai appartenere a un passato impossibile da ripetersi. I corpi ammonticchiati semidecomposti non possono non ricordarci i campi di sterminio, le Fosse Ardeatine, le foibe, e così via.
www.giunti.it
 Di fronte ad eventi del genere non possiamo sottrarci ad almeno un momento di riflessione sull’assurdità e sulla banalità, di arendtiana memoria, del comportamento umano. In questo riesce bene il romanzo di Marco Magini Come fossi solo, Giunti editore. Il romanzo, finalista al Premio Italo Calvino 2013 e candidato al Premio Strega 2014, vede alternarsi, come in una specie di confessione, tre personaggi chiave della tragica vicenda. Il soldato olandese Dirk del contingente delle Nazioni Unite, il soldato serbo-bosniaco Dražen Erdemović, unico condannato reo confesso per la strage, e il giudice Romeo González del Tribunale dell’Aja. I primi due parlano in prima persona, mentre i pensieri del giudice sono espressi in terza persona, se si esclude una lettera conclusiva in cui il personaggio si esprime direttamente in prima persona. Dal racconto di Dirk emerge l’impotenza del soldato olandese dovuta a una serie di errori che vennero commessi da quel contingente come l’interruzione della catena di comando, la mancanza della copertura aerea, la titubanza dei vertici militari e politici. Tutti elementi che portarono al disastro e che fecero ricadere la responsabilità morale su quei soldati. Particolarmente coinvolgente è il terzultimo capitolo dove, dal punto di vista di Dirk, assistiamo alla partenza delle vittime per il sacrificio. Sotto la calura estiva, nei pressi di una fattoria abbandonata, Dražen, il riluttante soldato arruolatosi per dare un avvenire alla sua giovanissima famiglia, e che si definisce vero jugoslavo perché nato nella zona a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina da genitori croati, si troverà nelle condizioni di eseguire gli ordini o di morire insieme agli altri, privando quindi la sua famiglia proprio di quell’aiuto che avrebbe voluto dare. È un dramma umano che nessun reportage, nessuno storico, nessun analista politico ci può far capire meglio di quanto possa fare la finzione narrativa. Riporto qui un pezzo della lettera che l’autore fa uscire dalla penna del giudice Romeo, che pur votando per la condanna, esprime i suoi dubbi e i suoi laceranti ripensamenti. …abbiamo condannato Dražen Erdemović con un compromesso odioso di cui io sono stato l’artefice decisivo, condannato perché non doveva trovarsi lì, perché dall’arruolamento avrebbe dovuto immaginare che sarebbe finito in una fattoria a giustiziare vecchi e bambini. Lo avrebbe dovuto intuire perché giravano molte voci a riguardo, lo avrebbe dovuto immaginare perché questo è quello che succede quando ci si arruola nell’esercito.
Il libro è stato aspramente criticato da Filip Stefanović dell’East Journal che rimprovera all’autore una certa diffusa superficialità e tutta una serie di inesattezze che in qualche modo comprometterebbero il legame con la realtà. Certo il romanzo è scritto da un occidentale che quella guerra non l’ha vissuta, per occidentali che, come me, quella guerra, l’hanno vista in televisione. Ma il punto forte del romanzo è il flusso dei probabili pensieri che a quelle persone può essere passato in mente, le emozioni, la disperazione che possono aver provato, e i sentimenti che quei fatti, se pur con qualche inesattezza, suscitano in noi. Questo si può chiedere a un romanzo: che altro?
A corollario di queste riflessioni voglio citare altri due libri e due film che, da “spettatore”, mi hanno aiutato a capire lo scomporsi del puzzle balcanico. Il primo libro è Maschere per un massacro di Paolo Rumiz, Feltrinelli. Un bellissimo saggio pubblicato prima della scoperta del massacro di Srebrenica. Attraverso un'attenta analisi sociale e politica il giornalista triestino ci introduce nel clima politico che in quegli anni si respirava nella ex Jugoslavia e rende evidenti le cause della guerra nei Balcani. In particolare ci fa capire come una classe politica destinata al declino abbia agito per rimanere al potere cercando di sbarazzarsi di quella borghesia cittadina che si era culturalmente evoluta e che accettava l’idea di un’integrazione in una società multietnica e multiculturale. Quella che all’Europa è stata “sdoganata” come una guerra tribale e come “una necessità geostrategica”, in realtà si rivela come guerra di ruberie e violente imposizione politiche delle quali la stessa Europa si rende (più o meno consapevolmente) complice. L’altro libro è Sarajevo, maybe di Gianfranco Bettin, Feltrinelli, un tenerissimo e drammatico percorso per l’Europa straziata di quegli anni. Bettin affida il reportage dei suoi numerosi viaggi in quelle zone a una forma di fiction appena accennata che coinvolge emotivamente il lettore, senza però rinunciare al rigore dell’informazione.
Infine due film: Prima della pioggia (1994) di  Milcho Manchevski ambientato in Macedonia e Lo sguardo di Ulisse (1995) di Theo Angelopoulos, anche questo un percorso nei Balcani in dissoluzione con un pretesto narrativo che ci porta fino alla Sarajevo assediata dai Serbi.Tutta la vicenda della ex Jugoslavia dovrebbe riportare noi europei a quei principi che dovrebbero essere i pilastri portanti dell’Unione, dovrebbe farci riflettere su cosa vogliamo veramente, perché la balcanizzazione è un virus che si diffonde facilmente e, come dice Rumiz, di focolai estranei ai Balcani l’Europa è piena: Catalogna, Scozia, Belgio, Grecia, Veneto, ecc. Ecco, ora chiudiamo gli occhi e cerchiamo di immaginare cosa accadrebbe dando fuoco alla miccia.
© Maurizio Ceccarani 2014  

2 commenti:

  1. Che cosa vogliamo veramente quando parliamo di Europa, di prospettive internazionali, di superamento degli egoismi? I libri di cui scrivi, Maurizio, inducono a riflessioni e, per questo, suscitano domande: pregio, questo, che chiedo a un buon libro. Qui, in più, la domanda è incalzante, per chi non voglia nascondersi, dimenticarsi, o semplicemente accontentarsi del diletto inattivo. Grazie.

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    1. In questi giorni di luglio si consumò quella strage. Questo è il nostro modo per ricordare. Poi c'è l'impegno civile di ognuno di noi, a cominciare dall'educazione che diamo ai nostri figli e ai nostri allievi.

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