mercoledì 16 luglio 2014

PARTIGIANI, UOMINI, DONNE E COMANDANTI: LE GUERRE DI GIULIO QUESTI E MICHELA PONZANI



Roma, mura del Campo Verano lato Scalo di San Lorenzo
Da anni qualcuno rinnova periodicamente questa scritta

Giulio Questi è un fossile vivente. Lo dico con tenerezza e grande ammirazione, egli è uno dei pochi testimoni diretti della Guerra di Resistenza ancora in circolazione. In un momento in cui sembra diventato imbarazzante parlare di Resistenza, in un momento in cui la gioventù si sente libera dal dovere del ricordo che legava le generazioni passate, un momento in cui i politici cercano di svincolarsi dal fardello della memoria nazionale prospettando problematiche più impellenti, in un momento in cui il mercato è invaso da pubblicazioni di tendenze revisioniste e gli stessi intellettuali engagé rivolgono ormai altrove le proprie speculazioni,  Questi pubblica Uomini e comandanti, una raccolta di racconti scritti a ridosso dell’esperienza partigiana mescolati ad altri scritti recentemente, ma che a quel periodo fanno riferimento
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Da critici autorevoli la scrittura di Questi è stata avvicinata a quella di Fenoglio, a quella di Calvino e di Meneghello. In realtà oltre a una presa di coscienza lacerata da dubbi come quella del partigiano Johnny, quello che trovo nei suoi racconti, sia nei vecchi che nei nuovi, è una grande distanza ironica che però non cade mai nel cinismo. Anzi, la straordinaria umanità dei personaggi, unita a una demitizzazione della guerra partigiana, fa apparire finalmente tutto l’evento per ciò che è stato, con quanto di buono e di meno buono si è tirato dietro. C’è una dichiarata volontà di allontanarsi alla retorica, che spesso ha farcito i racconti delle vicende partigiane, per consegnarci un dramma nazionale, una tragedia collettiva, in una luce chiara, limpida, che non indulge in revisionismi, ma che mette a nudo tutta la violenza, il dolore e le contraddizioni che l’hanno accompagnata. …dagli abeti, già di lontano, giungeva il miserabile Epos di una canzone a molte voci: Sul marciapiedi/Fanno male i piedi/Fanno male i piedi/Sul marciapiedi/Ahi che mal di piedi/ Sul marciapiedi. Miserabile Epos lo chiama Questi. Infatti ai suoi partigiani non sono estranee tutte le meschinità dell’essere umano, mangiano, hanno sonno, fanno il loro bisogni, a volte disobbediscono, rubano se necessario, ma anche amano, uccidono, muoiono. In altre parole trovo che questi racconti (compresi quelli di vecchia data) siano straordinariamente moderni. Trovo che questo sia il modo giusto di raccontare la Resistenza alle nuove generazioni.

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Voglio affiancare al libro di Questi quello di una donna, una giovane storica che con un lavoro paziente e puntuale ha raccolto prove e testimonianze di una guerra quasi dimenticata, una guerra che spesso è stata messa da parte per far posto all’eroismo e al martirio dei combattenti uomini: la guerra delle donne. Michela Ponzani, questo il nome della giovane studiosa dell'Istituto storico germanico di Roma, in realtà titola giustamente il suo libro Guerra alle donne, perché le donne in ogni caso la guerra l’hanno subita e non solo dal nemico. Dalla solitudine, agli stupri, alle torture, ai casi di collaborazionismo, alla libertà reclamata di innamorarsi in alcuni casi del nemico, le donne la guerra l’hanno subita due volte: come esseri umani e come oggetto di bottino, strumento di umiliazione del nemico, imbarazzo da rimuovere.  La storia, scritta quasi sempre dagli uomini, le ha relegate in secondo piano. Anche gli stessi compagni di lotta, spesso carichi di pregiudizi, hanno fatto sì che si oscurasse il loro sacrificio, che nello stato di servizio non venisse spesa una parola sulle loro reali tribolazioni. L’autrice passa al setaccio diversi archivi, tra cui quello del fondo Rai La mia guerra e l’Archivio della memoria delle donne di Bologna e fa emergere testimonianze rimaste sepolte per anni che fanno vergognare e fanno riflettere su quanto, anche dopo il conflitto ci sia stata una volontà di calare un velo pietoso, un rassicurante sudario, su una tragedia tutta al femminile. Da lettere private, da verbali di processi, da testimonianze dirette, lo stupro sistematico si profila come pratica di guerra addirittura organizzata a livello di comando. Sempre dalla voce delle sfortunate protagoniste, ci vengono raccontate le assurde morbose torture inflitte alle donne. E ancora emerge l’inettitudine di alcuni giudici che, in un paese in cui fino a non molti anni fa la violenza carnale era ritenuta un reato contro la morale e non contro la persona, fecero celebrare i processi a porte chiuse e che spesso non seppero riconoscere alle vittime il giusto risarcimento (se mai fosse possibile risarcire). Dalla scelta trasgressiva di imbracciare le armi, alla necessità di resistere, agli interrogatori nelle caserme dell’RSI, ai processi post bellici, le donne di Michela Ponzani raccontano la loro tragedia e le umiliazioni subite. È questo un libro dove non esiste fiction, dove le parole sono pietre, dove non c’è spazio per l’immaginazione, uno dei libri di guerra più duri che abbia letto.
© Maurizio Ceccarani 2014

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