martedì 2 gennaio 2018

IL MIO CANE DEL KLONDIKE di Romana Petri

Osac meritava di passare alla storia. Come Argo, Buck, Rin Tin Tin, Hachikō, Rex, Lessie, Balto, Laika, Caffaro. Alcuni di questi cani sono pure invenzioni letterarie, altri sono realmente esistiti, tutti hanno dato vita a pagine memorabili. Ognuno di loro rappresenta un modello, un tipo, ognuno di loro ha una sua spiccata personalità. Osac è diverso da tutti questi e meritava di entrare, con la forza del vissuto, nell’immaginario letterario. In altre parole meritava una memoria che andasse oltre la tormentata esperienza vissuta tra gli umani.
 
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Nel leggere Il mio cane del Klondike di Romana Petri, in realtà, non mi sono venuti in mente subito quei cani. Ho pensato piuttosto a drammatiche storie d’amore, a Jacopo Ortis e Teresa, a Romeo e Giulietta, a Cyrano e Rossana, a Ed mani di forbice e Kim. Perché la storia di Osac è la storia di un amore assoluto, totalizzante, che si trova a fare i conti con un ostacolo insormontabile: quella barriera sottile e impenetrabile che separa la vita selvaggia da quella che noi umani definiamo civile. In realtà questa barriera a volte presenta delle falle, attraverso cui i due mondi entrano in contatto. Ma perché avvenga uno scambio, una comunicazione, occorre un quid rintracciabile solo nell’irrazionale, nel telepatico, nella sensibilità che solo un sentimento profondo può dare. Il tema del wildlilfe in questo blog è stato già affrontato nel post Pensare selvaggio del 19 aprile del 2016 e il libro di Romana Petri ci dà l’occasione per tornare a parlarne.
 
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La storia è quella di una adozione fatta sull’onda emotiva di un incontro segnato dal destino. Lei lo trova quasi moribondo, in condizioni disastrose, abbandonato dai soliti consumatori di pet usa e getta. Ha un collare troppo stretto in cui è cresciuto dentro, grappoli di zecche sulla pancia, e un carattere imbarazzante, che si rivela appena portato a casa. È nero, occhi luciferini, pesa quaranta chili, e il suo ingombro non è solo fisico. Si presenta subito come devastatore di divani, sfondatore di porte, divoratore di qualsiasi cosa vagamente masticabile capiti sotto tiro. La struttura del suo pensiero selvaggio è tanto semplice quanto è complessa e profonda la sua sfera emotiva. Osac, anagramma di caos, svilupperà per la sua salvatrice un amore profondo, una gelosia da dramma shakespeariano. Ogni tipo di vita sociale diventerà per lei impraticabile: medici fiscali costretti alla fuga, vicini minaccianti ritorsioni, esperti veterinari messi ko, tavolini che volano nei ristoranti, cucciole illibate stuprate violentemente, danni, spesso danni da risarcire, e una frase che si ripete: “se ne liberi”. Ma gli incontri voluti dal destino devono consumarsi in ogni loro aspetto, non possono sciogliersi così, con una fuga, con un abbandono, con una soluzione finale. Osac è un tripudio di forza, coinvolge con la sua violenza e la sua ingenuità, è inoltre di una bellezza araldica, ha nel sangue generazioni di orgogliosi combattenti. Tra lui e la sua salvatrice si stabilisce un contatto, una comunicazione intuitiva, irrazionale, in altre parole si crea quel varco telepatico, quel ponte esile e provvisorio tra il selvaggio e l’umano. Osac pretende un rapporto assoluto, difende e protegge la sua salvatrice come Buck difende Thornton e lo vendica ferocemente. Egli (mi piace usare egli al posto di esso) non ammette intrusi, e intruso si rivelerà il neonato figlio della sua salvatrice (dire padrona mi sembrava esagerato, anche perché immagino che a sentirsi padrone fosse lui). Per la sicurezza del bambino lei porta Osac in campagna dalla madre. Ma questo il cane lo vive come un tradimento. Scatenerà la sua furia dando vita a vicende che non voglio anticipare, ma che mi hanno fatto pensare più che a Buck, a un altro dei cani descritti da London: Macchia, il mezzo malemute tanto bello quanto portatore di disastri del racconto That Spot.
 
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Ma Il mio cane del Klondike non è solo la storia di Osac e delle sue imprese, è anche una profonda riflessione sulla natura umana e ferina, e su due aspetti dell’esistenza, la gelosia e la maternità, che in fondo qualche legame con la vita selvaggia, a ben vedere, lo hanno. Le riflessioni sono indotte dall’esperienza di avere un cane diverso, a cui non manca neanche la parola. La scrittrice infatti, nelle ultime pagine, si lancia in un esperimento narrativo degno di un Joyce o di un Faulkner e lascia la parola a lui, alla belva, che ha un suo idioma preciso, non privo di inflessioni dialettali. L’effetto non è comico, è di una tenerezza unica che può provare solo chi generosamente ha cercato quel varco.
© Maurizio Ceccarani 2017
www.neripozza.it
Romana Petri, Il mio cane del Klondike, Vicenza, Neri Pozza, 2017

venerdì 24 novembre 2017

EL di Edgardo de Habich nell'adattamento di Luca Milesi (Che Guevara - L'uomo dietro la leggenda)

Quanto tempo è passato da quel giorno d'autunno
di un ottobre avanzato, con il cielo già bruno;
tra sessioni d'esami, giorni persi in pigrizia,
giovanili ciarpami, arrivò la notizia.
Ci prese come un pugno, ci gelò di sconforto
sapere a brutto grugno: "Che" Guevara era morto.
(Francesco Guccini) 
Antonio Sebastian Nobili nelle vesti del Che - Immagine Compagnia Enter
Da quel giorno, sono passati cinquant’anni e la figura del Che continua a essere metafora di una lotta impari, di chi, senza compromessi, vuole realizzare un sogno, un’utopia. Incarna, il Che, l’eroe puro senza paura, che mette a disposizione la sua vita per uno scopo tanto nobile quanto improbabile da raggiungere. Eppure Ernesto Guevara qualcosa di concreto lo ha raggiunto: insieme a Castro ha cambiato il corso della Storia a un paese sfruttato da lobby internazionali, rendendolo la nazione più scolarizzata dell’America Latina, e con un sistema sanitario impensabile nei paesi limitrofi. Ma il suo sogno non poteva finire dietro una scrivania. Fu così che, salutati Castro e Cuba, nel tentativo di portare la rivoluzione in Bolivia, andò incontro al tradimento e alla morte. Indipendentemente da come si voglia giudicare, dal punto di vista storico e politico, il suo operato, la sua figura resta  simbolo di lotta e di ideali, al punto che a volte, forse impropriamente, è stata al centro di dibattiti anche negli ambienti dell’estrema destra, proprio per la sua peculiarità di purezza e coraggio. 
Stefano Di Giulio-guerrigliero e Alberto Albertini-Castro - Immagine Compagnia Enter
Edgardo de Habich scrisse EL nel ’79, mentre era ambasciatore peruviano a Cuba. La pièce teatrale si propone di dare un’immagine dell’uomo che si cela dietro l’eroe e dietro il simbolo, nonché suggerire i dubbi, i tormenti, le ragioni che hanno accompagnato le sue scelte. Il lavoro si sviluppa su due piani temporali che scorrono contemporaneamente e che continuamente interagiscono tra loro creando così un continuum tra azione e ricordo della medesima.
Antonio Sebastian Nobili-Che e Ilario Crudetti-guerrigliero - Immagine Compagnia Enter
Un semplice prete del dipartimento in cui fu ucciso il Che accoglie nella sua canonica, in una notte di tempesta, un Ranger dell’esercito regolare. Il prete è uno studioso di storia e sta scrivendo un libro sul Che. Il soldato, che si mostra incuriosito dell’attività del prete, si scoprirà poi essere l’assassino del guerrigliero. Sono, questi personaggi, i poli opposti di un’idea, di un problema politico, di un impegno. Curiosi l’uno dell’altro, e in un’atmosfera che si divide tra rispetto e sospetto, sebbene mitigata da qualche bicchiere di acquavite, i due dissertano sull’operato di El, chiamato semplicemente così. Nei loro discorsi le figure di Guevara e Castro, in una continua dissolvenza incrociata, si sovrappongono e si confondono con quelle di Cristo, Don Chisciotte e Sancho. Esse rimbalzano tra la follia del sacrificio e la saggezza del buon governo. Ed è proprio nell’idea del sacrificio che possiamo riconoscere alcuni tratti dell’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam: a Dio sono cari i folli. La follia, donchisciottesca o cristiana che sia, condurrà il nostro eroe al massimo sacrificio, per consegnarlo alla storia con l’aura di mito che conosciamo: Nulla sine tragoedia gloria. Nel corso della discussione tra i due, gli episodi più importanti della vita del Comandate si sviluppano, a volte sullo sfondo, altre volte prepotentemente in primo piano. A un livello metatemporale coinvolgono prete e Ranger, entrano nella loro discussione come schegge di passato, ne guidano dubbi, ipotesi e vaghe certezze. 
Antonio Sebastian Nobili-Che e Alberto Albertini-Castro - Immagine Compagnia Enter
Il lavoro è stato rappresentato dal 16 al 19 novembre scorso al Teatro Tordinona di Roma. A metterlo in scena la Compagnia Enter per la regia di Luca Milesi, con la collaborazione artistica di TeatroSenzaTempo. Sul palcoscenico Antonio Nobili, Maria Concetta Liotta, Serena Renzi, Alberto Albertino, Francesco Sotgiu, Ilario Crudetti, Stefano Di Giulio, Eleonora Zepponi. Una compagnia di giovani appassionati che hanno fatto percepire, nel piccolo magico spazio del teatro, il senso della tragedia di un uomo e quella di un popolo, il senso di amicizia e di amore che hanno accompagnato grandi ideali e, soprattutto, il dolore con cui questi si pagano. Tra i momenti più belli dello spettacolo il dialogo tra Castro-Albertino e un credibilissimo Che-Nobili nel momento in cui questi decide di riprendere la lotta armata. Da segnalare anche due bellissimi brani di Fado, inseriti con la funzione di sottolineare i momenti più alti del dramma, e mirabilmente eseguiti da Eleonora Zepponi. E infine un plauso alle bravissime Maria Concetta Liotta e Serena Renzi nei panni maschili rispettivamente del prete e del Ranger. Se il lavoro dovesse entrare in produzione, come auspicabile, sarebbe bello proporlo a un pubblico di giovani, a cui spesso manca informazione e studio di Storia contemporanea.
© Maurizio Ceccarani 2017
Il Ranger Serena Renzi e il prete Maria Concetta Liotta - Immagine Compagnia Enter

martedì 7 novembre 2017

RACCONTARE LA RIVOLUZIONE

Nel 2014 gli scaffali delle librerie si sono riempiti di libri sul primo conflitto mondiale. Nel 2015 il fenomeno si è ripetuto in memoria dell’entrata in guerra dell’Italia. Il 2017 è l’anno della Rivoluzione e i saggi storici in proposito non si sono fatti attendere. Gli anniversari servono non solo a celebrare, ma anche a rileggere avvenimenti storici sotto una nuova prospettiva. La distanza che ci regala il tempo dovrebbe mettere in luce particolari sfuggiti nell’impatto emotivo dell’epoca; dovrebbe farci vedere al rallentatore azioni lette sbrigativamente nei manuali; dovrebbe farci giudicare con serenità, e con nuovo senso critico, i fatti e i misfatti del genere umano. Tra il 7 e l’8 novembre di cento anni fa (corrispondenti al 25 e 26 ottobre del calendario giuliano) si consumava uno degli eventi più tragici e complessi della storia del secolo scorso: l’insurrezione bolscevica a Pietrogrado che culminava con la presa del Palazzo d’Inverno. Questo avvenimento, oltre a cambiare radicalmente la storia di uno dei paesi più arretrati del contesto europeo e a portarlo ad essere una delle potenze mondiali più temute, ha pesato come un macigno sulla storia di tutto il resto del secolo. La Rivoluzione ha segnato uno spartiacque tra modi di concepire l’economia e lo stile di vita, e ha influenzato le politiche di molti altri paesi, che hanno dato vita, a loro volta, a diverse interpretazioni della medesima ideologia. La Russia post zarista si è mostrata risolutiva nel primo conflitto mondiale ritirandosi dal medesimo, e si è mostrata risolutiva nel secondo conflitto collaborando con l’alleanza atlantica contro il nazismo. In altre parole la Rivoluzione russa potrebbe essere considerata la chiave di lettura di tutto il secolo breve di hobsbawamiana memoria. Per quanto riguarda il sovietismo e l’antisovietismo questo blog ha dedicato un ampio spazio all’argomento nel post del 22 febbraio 2015, No Soviet party, in cui si è cercato di dare un quadro, per quanto incompleto, dell’atmosfera sociale, politica ed emozionale del dopo Rivoluzione. Ma il post di oggi, pur citando nella bibliografia opere di poesia come I dodici di Blok e di reportage come il classico Dieci giorni che sconvolsero il mondo di Reed, si propone di segnalare qualche vecchio romanzo che la Rivoluzione ha provato a raccontarla nella sua epicità e nelle sue contraddizioni, nella sofferenza e nel conseguimento dei suoi ideali. Pur sapendo di lasciare fuori nomi e opere illustri proponiamo la lettura o la rilettura di queste opere.
Mosca - Piazza Rossa - Mausoleo di Lenin
SCIOLOCHOV: Il placido Don. Se parliamo di Rivoluzione russa, la monumentale opera di Michail Sciolochov può essere considerata il classico dei classici, l’affresco più completo di un momento storico che, se da una parte ha liberato le energie di un popolo e dato dignità agli ultimi, ha preteso in cambio un enorme sacrificio collettivo, il sangue di una guerra civile, il dolore e le lacrime di chi, coinvolto suo malgrado, ha dovuto combattere con sentimenti contrastanti e dare un senso a quegli avvenimenti. Il placido Don (1928) è il primo di una saga che si sviluppa in quattro volumi. Gli altri sono La guerra continua (1929), I rossi e i bianchi (1933), Il colore della pace (1940). Sciolochov, di origini cosacche, narra la storia del cosacco Grigorij Melechov che, chiamato al fronte nel ’14, vede in un primo momento nei bolscevichi la fazione che può portare a una veloce conclusione del conflitto ma, dopo la morte dello Zar, si unisce a coloro che la rivoluzione la combattono. I Cosacchi, lealisti per tradizione, non accettavano il progetto dei bolscevichi. Melechov, pur riportando successi, è visto di cattivo occhio dai bianchi per le sue origini umili e il suo aspetto rozzo e contadino. Abbandonata l’armata bianca si unirà quindi ai rossi dai quali però sarà guardato con sospetto. Dopo aver dato generosamente tutto se stesso nei vari fronti egli si ritroverà solo a cercare la sua identità in una terra ormai cambiata. Il romanzo, oltre a mostrare le contraddizioni e la confusione generata dallo stravolgimento storico, indaga anche sulle emozioni e sui sentimenti dei protagonisti. Il talento di Sciolochov è stato riconosciuto dal regime; egli è entrato nel Comitato Centrale del PCUS e ha presieduto l’Accademia delle Scienze. Nel 1965 è stato insignito del premio Nobel e, forse per questi motivi, è sempre risultato inviso ai dissidenti, da cui è stato anche accusato di un plagio mai provato. Al di là delle polemiche politiche si può serenamente dire che la scrittura di Sciolochov è animata da un grande realismo, più vicino a Tolstoj che a Gor’kij. Epos e sentimenti si fondono in un unico slancio narrativo e un certo rigore nell’esposizione dei fatti e il rispetto per la dignità dei personaggi conferisce a tutta l’opera autonomia e autorevolezza. In fondo Sciolochov è stato politicamente schierato né più né meno come i suoi detrattori, ma ci ha lasciato una testimonianza di gande livello con cui è difficile competere.
www.garzanti.it
«Sali sulla bilancia.»
Grigorij salì sulla piattaforma scannellata e fredda.
«Cinque, e sei e mezzo,» disse il pesatore sbattendo i pesi metallici.
«Che diavolo! Eppure non è molto alto…» mormorò il dottore canuto; e fece voltare Grigorij prendendolo per mano.
«È straordinario!» balbettò tossicchiando l’altro, più giovane.
«Quanto?» chiese, sorpreso, uno di quelli che sedevano al tavolo.
«Cinque pud, sei funt e mezzo,» rispose il dottore canuto con le sopracciglia sempre alzate
«Lo mettiamo nella guardia imperiale?» chiese il commissario del distretto chinando la sua testa dai neri capelli lisciati verso il vicino di tavolo.
«Con quel muso da bandito?... No è troppo selvaggio.» (Traduzione di Natalia Bavastro).
Stalin, Lenin, Kalinin 1919 (da Wikimedia Commons)
BULGAKOV: La guardia bianca. Michail Bulgakov è più conosciuto al pubblico per i suoi piccoli capolavori che sono Cuore di cane e Il maestro e Margherita. Entrambi questi testi però sono ascrivibili alla critica del sovietismo e pertanto possiamo aggiungerli a quelli consigliati dal post del 22 febbraio 2015. Ne La guardia bianca, invece, abbiamo il racconto della Rivoluzione. O meglio di alcuni aspetti di quel momento che vanno dal ’16 al ’18 nella terra di Kiev. I protagonisti sono i membri della disciplinata e tradizionalista famiglia dei Turbin che, travolti dalla storia, vedono dissolversi i loro valori in un vortice cruento e insensato di avvenimenti. Kiev è assediata dai tedeschi, messi in fuga dai cosacchi comandati dall’atamano Shoropadskji. Questi a loro volta si scontrano con le truppe dell’indipendentista Petljura il quale dovrà però capitolare all’arrivo della Armata rossa. In questa Guerra a più fronti è difficile scegliere, e l’unità e i valori della famiglia Turbin si dissolvono in un dramma senza innocenti. La prosa con cui si snoda la narrazione ha un’impronta impressionista. Tutto viene raccontato attraverso immagini di alto lirismo che sembrano pennellate, e che rispettano un ritmo della frase che accompagna l’azione e le descrizioni. Questa caratteristica del romanzo richiede all’inizio una particolare attenzione da parte del lettore, ma poi fa fluire il racconto come una grande motion picture che, pur condensata in poche pagine, rivela tutte le contraddizioni di quel momento storico.
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“Lo sa il diavolo chi sono! Ci credi che, ora del mattino, eravamo quasi impazziti. Ci avevano piazzati lì verso mezzanotte, aspettiamo il cambio… Niente più mani, niente più piedi. Nessun cambio. S’intende che non potevamo accendere dei falò, il villaggio è a due verste, Traktir a una. Di notte ti sembrano le cose più strane: il campo si muove. Sembra che stiano strisciando… Be’, penso, che facciamo?... che cosa? Imbracci il fucile, pensi: sparo o non sparo? Un tormento. Stavamo lì ululando come lupi. Lanci un grido, da qualche punto della catena ti rispondono. Alla fine mi sono nascosto nella neve, mi sono scavato una tomba col calcio del fucile, mi ci sono seduto e ho cercato di non addormentarmi: se ti addormenti, sei kaput. […]” (Traduzione di Cesare Bolsoni).
LIBRI! Immagine di propaganda di Aleksandr Rodschenco - Nella foto Lilya Brik - (da Wikimedia Commons)
PASTERNÀK: Il dottor Živago. La Storia passa su Jiurij Andrèevič Živago, e sulle persone che lo circondano, come una tempesta. Tornato dal fronte in dissoluzione, egli cerca di non farsi coinvolgere dai fatti del ’17, trova rifugio con la famiglia in un paesino degli Urali, ma l’onda lunga degli avvenimenti lo rincorrerà per tutto il romanzo. Ritrovata Lara, crocerossina che aveva prestato servizio nel suo reparto al fronte, se ne innamora ed è dilaniato dal rimorso nei confronti della moglie.  Costretto a unirsi a una compagnia di partigiani comandati da Strel’nikov, solo dopo tre anni riuscirà a tornare al pccolo paese, dove non trova più la famiglia, partita per Mosca e poi rifugiatasi a Parigi.  A quel punto Živago si ritaglierà un momento di vita felice con Lara. Ma l’incanto durerà poco: altre tristi vicende, dolori e separazioni sono pronte per entrambi. Alla fine Živago si troverà a condurre una vita di stenti fino alla morte. Questo romanzo è stato considerato spesso un romanzo antisovietico, nostalgico e decadente. Pubblicato nel ‘57 dal lungimirante editore Giangiacomo Feltrinelli, costò proprio a lui, il più filocomunista tra gli editori italiani, l'allontanamento dal Partito Comunista. Il libro venne inoltre usato dalla CIA per fare propaganda antisovietica presso i cittadini russi all'estero. A Pasternàk venne riconosciuto un Nobel che non poté mai ritirare. Ma una lettura in chiave solo esclusivamente politica di quest'opera è quanto di più riduttivo si possa fare nei suoi confronti. BorÍs Pasternàk è stato un poeta prestato alla narrativa. Dapprima ascrivibile alla cerchia dei simbolisti russi, quindi a quella dei cubofuturisti, uomo di grande cultura, amante della sua terra e delle sue tradizioni, tradusse in forma di romanzo i simboli della sua poesia. Personaggi, paesaggio e azioni diventano metafora di stati dell'esistenza e vanno oltre una mera critica alla Rivoluzione. Esemplare a questo proposito è il confronto tra Zivago e Strel’nikov, il comandante dei partigiani, marito di Lara creduto morto, ma che in realtà ha cambiato nome e abbracciato la causa rivoluzionaria al prezzo altissimo di rinunciare a una vita privata.
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 - […] Oggi, egregio signore, sulla terra è il giorno del giudizio: creature dell’Apocalisse, armate di spada, e mostri alati, altro che dottori leali e simpatizzanti! D’altronde, vi ho detto che siete libero e non mi rimangio la parola. Ma solo per questa volta. Ho il presentimento che ci rivedremo, e allora sarà tutto un altro discorso, vi avviso.
 La minaccia e la sfida non turbarono Jurij Andrèevič, che rispose:
 - So quello che pensate di me. Dal vostro punto di vista, avete perfettamente ragione. Ma la discussione in cui volete trascinarmi, è tutta la vita che mentalmente la porto avanti con un immaginario accusatore, e ormai sarà pure giunta a una conclusione. Non è cosa da dire in due parole. Permettetemi di allontanarmi senza spiegazioni, se effettivamente sono libero, e, se non lo sono, disponete pure di me. Non ho nulla di cui debba giustificarmi di fronte a voi. (Traduzione di Pietro Zveteremich).
Palazzo di Caterina (Pixabay)
NÉMIROVSKY: Come le mosche d’autunno. Triste destino quello di questa feconda scrittrice che si troverà ad abbandonare la Russia durante la Rivoluzione, per una taglia messa sulla testa di suo padre banchiere ebreo ucraino, e che sarà arrestata in Francia, grazie a un ordine del governo di Vichy, e internata ad Auschwitz, dove morirà. Una sorta di persecuzione della Storia che non ha impedito alla Némirovsky di produrre una quantità di racconti e romanzi bellissimi. In Come le mosche d’autunno si intravede una vicenda che può in qualche modo essere ispirata alla Russia che la scrittrice ha conosciuto da bambina. La storia è quella di Tat'jana Ivanovna, vecchia nutrice e domestica della famiglia Karin. Dopo aver cresciuto Jurij e Kirill, Tat’jana sarà costretta a separarsi da loro, chiamati al fronte. Ma la guerra prende una piega inaspettata, i Karin dovranno fuggire e lei resterà a custodire la casa finché potrà. Jurij tornerà braccato e il tentativo di Tat’jana di nasconderlo e proteggerlo finirà tragicamente. Quando ormai tutto sarà perduto si incamminerà per raggiungere i suoi signori a Odessa, con quel che resta di una passata ricchezza che servirà al loro sostentamento in terra straniera: ovvero i diamanti di famiglia nascosti nell’orlo della veste.
Tat'jana incarna la figura della domestica e nutrice fedele, che non abbandona chi paternalisticamente l’ha accolta; e, sebbene integrata in ruolo subalterno nella famiglia, non si sottrae a quelli che ritiene i suoi doveri naturali. Di storie come quelle di Tat’jana e della famiglia Karin la Rivoluzione ne ha prodotte molte, ma milioni di contadini e operai sfruttati hanno invece trovato in essa un corso nuovo per la loro esistenza.
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Ignat non rispose; continuava a sorridere mostrando i grossi denti lucenti.
«Vuoi bere? Dagli un bicchiere, Tat’jana».
La vecchia obbedì con aria seccata. Il ragazzo bevve.
«Alla vostra salute, Jurij Nikolaevič».
Tacquero. Tat’jana Ivanovna si fece avanti: «Basta così. Adesso vattene. Il nostro barin è stanco».
«Però dovreste venire con me in paese, Jurij Nikolaevič...».
«Ah, e perché?» mormorò Jurij con un cedimento involontario della voce. «Perché, amico?».
«È necessario».
Tat’jana Ivanovna fece per slanciarsi d’impeto in avanti, e sul viso mite e pallido Jurij vide improvvisamente disegnarsi un’espressione così selvaggia, così strana, che rabbrividì e disse con una sorta di disperazione: «Lascia perdere, non fa niente…».
Lei gridava senza ascoltarlo, le mani scarne protese come artigli: «Ah, diavolo maledetto, figlio di un cane! Credi che io non ti legga i pensieri negli occhi? E chi sei tu per dare ordini al tuo padrone?». (Traduzione di Graziella Cillario).

BIBLIOGRAFIA
Pasternàk BorÍs, Il dottor Živago, Milano, Feltrinelli, 1964
Sciolochov Michail, Il placido Don, Milano, Garzanti, 1965
Sciolochov Michail, Il placido Don II – la guerra continua, Milano, Garzanti, 1966
Sciolochov Michail, Il placido Don III– I rossi e i bianchi, Milano, Garzanti, 1966
Sciolochov Michail, Il placido Don IV – Il colore della pace, Milano, Garzanti, 1966
Blok Alexandr, I dodici, Torino, Einaudi, 1997
Reed John, Dieci giorni che sconvolsero il mondo, Milano, Rizzoli, 1980
Tolstoj Lev: Guerra e Rivoluzione, Milano, Feltrinelli, 2015
Bulgakov Michail, La guardia bianca, Roma, Fermento, 2016
Bullock David, La guerra civile russa (1918-1922), Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 2017
Ferro Marc, La Rivoluzione russa, Milano, Mursia,2017
Figes Orlando, La tragedia di un popolo. La Rivoluzione russa 1891-1924, Milano, Mondadori, 2017
Némirovsky Irène, Come le mosche d’autunno, Milano, Adelphi, 2017
Rabinowitch Alexander, 1917. I Bolscevichi al potere, Milano, Feltrinelli, 2017
Smith Stephen, La Rivoluzione russa: un impero in crisi 1890-1928, Roma, Carocci Editore, 2017

mercoledì 13 settembre 2017

FRATELLI NELLA NOTTE di Cristiano Cavina

A ogni celebrazione del 25 aprile si conta qualche partigiano in meno. Purtroppo il tempo fa il suo lavoro e, man mano che passa, le testimonianze dirette della dolorosa stagione della Resistenza si assottigliano. Resta la memoria storica, restano i libri, i memoriali, i romanzi. Ma, a raccontare, restano anche gli eredi, morali e/o materiali di quel momento storico: persone che per una loro passione, o semplicemente perché il destino li ha voluti testimoni indiretti o tardivi, si trovano ancora nelle condizioni di narrare gli orrori, ma anche gli episodi di profonda umanità che una guerra, ancor più se civile, può generare. Dopo i post dedicati a Giulio Questi, Michela Ponzani e Massimo Zamboni, oggi Il gufo ignorante si occupa di Cristiano Cavina che scrive un breve ma intenso romanzo dal titolo Fratelli nella notte.
Brevemente la trama. Ci troviamo nel ravennate e siamo nel ’44. Mario è un ragazzo contadino, figlio di gente contadina, piccolo di statura, ma forte e avvezzo alla fatica. Vive ammazzandosi di lavoro nei campi e della guerra che gli sta intorno sa poco o niente. Ha paura delle armi e vuole starne alla larga. Compiuti 18 anni, riceve la cartolina precetto da parte della Repubblica Sociale. Ignorarla non servirà, perché Cristèna, donna di Gianì suo fratello, e fascista convinta, farà in modo di farglielo ricordare da un qualche camerata. Mario non ha nessuno che lo possa aiutare. Suo fratello, più grande di quindici anni, è quasi un estraneo con cui non ha rivolto una parola neanche quando lavoravano insieme nei campi. I genitori sono gente semplice, anch’essi di poche parole, troppo anziani e impotenti di fronte agli eventi di quel momento. Così Mario mette qualcosa dentro a un sacco, saluta con un grugnito, che poco erano abituati alle parole, appunto, e fugge via. Troverà ricovero da alcuni lontani cugini, ma quando la sua presenza diventerà un pericolo pure per loro, si troverà suo malgrado ad associarsi alla 36ª Brigata Garibaldi – Battaglione Bianconcini.
I partigiani comprenderanno le paure di Mario che sarà esonerato dai combattimenti e diventerà il responsabile dei muli e dei cavalli della compagnia Amato. Per la sua abilità di fuggire tra gli alberi lo chiameranno Tarzan. Ma non si può scappare dalla Storia, essa ti insegue e ti scova ovunque tu abbia pensato di rifugiarti. Anche Tarzan avrà il suo battesimo del fuoco, nell'ottobre del '44 verrà ferito nella battaglia di Ca' di Malanca. Con una scheggia nel fianco, verrà tratto in salvo da un altro partigiano ferito e tutti e due verranno guidati da Genoveffa, una ragazzina che scappava di casa per fare la staffetta ai partigiani, in un luogo sicuro. Qui Genoveffa li abbandonerà. I due passeranno una notte terribile in un anfratto fangoso in mezzo al bosco. “È andata a chiamare vostro fratello” dirà a Mario-Tarzan il partigiano ferito per rassicurarlo. Ma quale fratello? Un uomo più grande di quindici anni con cui non aveva mai parlato, un uomo che viveva con una donna fascista e che aveva un figlio di pochi anni a cui non poteva far correre pericoli. Un uomo poi non esente da difetti, un po' donnaiolo e un po' incosciente, che rincorreva i suoi progetti di imprenditore agrario, dilapidando il suo patrimonio e quello altrui. Sarebbe mai venuto suo fratello Gianì?
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Cristiano Cavina con Fratelli nella notte ci consegna la storia di suo nonno Gianì. Una storia di Resistenza ben documentata, ma soprattutto una storia di persone abituate molto alla fatica e alle privazioni, e poco alla parola, a mostrare sentimenti. Persone semplici, coinvolte loro malgrado in avvenimenti più grandi di loro, le quali però hanno saputo sostenere il confronto con i grandi eventi di quell’epoca, hanno saputo fare la loro parte. La narrazione si articola su due piani temporali il 1944 e il 2002. È proprio questo secondo piano che ci conduce a un epilogo non del tutto scontato, che ci svela man mano aspetti di Tarzan e Gianì insospettabili come tutte le parole taciute da generazioni, come tutto il non detto. Perché le parole sono inutili, non puoi attaccarle a un carro e farlo andare. I romanzi sulla Resistenza, quale più quale meno, sono spesso contaminati dalla polemica e dalla retorica postbellica. Questo ne è indubbiamente del tutto privo e, pur dandoci un quadro chiaro di quel momento, si inoltra maggiormente nel territorio delle dinamiche famigliari, dei sentimenti inespressi, delle tenerezze dissimulate.
© Maurizio Ceccarani 2017
www.feltrinellieditore.it/
Cristiano Cavina, Fratelli nella notte, Milano, Feltrinelli, 2017

lunedì 17 luglio 2017

VOLEVO TACERE di Sándor Márai

Quando di un autore si è pubblicato tutto o quasi, si va in cerca allora di inediti, frammenti, articoli sparsi da raccogliere, lavori incompiuti che dovrebbero fare da corollario all’opera omnia del medesimo. Il più delle volte queste operazioni editoriali deludono chi a quell’autore si è affezionato e chi ne ama lo stile e il cliché. Questo non avviene per Volevo tacere di Sándor Márai. Scritto tra il 1949 e il 1950, il lavoro è stato ritrovato tra le carte depositate presso il Museo della letteratura Petőfi di Budapest. Si tratta di un diario ragionato che va a completare il ciclo di memorie costituito da Confessioni di un borghese e Terra, terra!... Sono probabilmente le pagine più amare che Márai scrive a ricordo dei momenti che hanno travolto l’Ungheria nel corso del secondo conflitto mondiale. Tanto più amare quanto più trapela, da queste pagine, uno sviscerato amore per la sua terra, per la sua lingua, per la sua gente, e per il ceto sociale al quale si onora di appartenere: la borghesia. La Storia che entra di prepotenza nella vita privata dell’autore non impedisce a questi di rivelare sentimenti e vicende private che si intrecciano con i grandi eventi e ne influenzano la lettura.

Budapest - Parlamento
Tutto comincia con le dimissioni di Schuschnigg l’ultimo difensore dell’indipendenza e dell’autonomia austriache rispetto all’invadenza tedesca.  L’Italia resta con l’arma al piede e non rispetta i Protocolli di Roma che avrebbero dovuto garantire un aiuto all’Austria in caso di invasione; la strada per l’Anschluss è aperta, Hitler entra a Vienna senza sparare un colpo, accolto trionfalmente dalla folla. Il racconto di Márai comincia da quel giorno. Un giorno in cui la vita a Budapest sembra ferma, quasi sospesa. Tutto continua come se non fosse successo niente. Eppure l’eco di quanto avviene in Austria alberga nei cuori, negli animi di chi si pone domande; serpeggiano il dubbio, il timore per il futuro. Lo sconcerto e la riprovazione per quanto è avvenuto vengono esibiti nei discorsi in società, nelle stanze della politica, nelle chiacchiere di strada. Ma un sentimento serpeggia in molti imprenditori, latifondisti, commercianti, nobili o di borghesia arricchita: Hitler è una garanzia contro il bolscevismo. È una specie di vaccino antisovietico che sotto sotto piace a molti e che soprattutto trova terreno fertile nei rappresentanti dell’Ungheria feudale. Esistono ancora parecchie persone, perfino in posizioni di una certa responsabilità, convinte che una qualche forma di nazismo possa costituire un argine al bolscevismo. (Traduzione di Laura Sgarioto).


Budapest - Riva del Danubio - Memoriale del massacro di ebrei ungheresi compiuto dalle Croci Frecciate -
 Opera del regista Can Togay e dello scultore Gyula Pauer - (Immagine Pixabay).
Ma molti Ungheresi presentono la tragedia che si sta per abbattere su un paese che da un lato si trova ad essere desiderato come alleato da un Führer scomodo e pericoloso, mentre dall’altro si trova a confinare con una potenza di cui teme la forza e l’ideologia. In realtà molti cittadini, tra cui l’autore, non riusciranno neanche a gioire per i due Arbitrati di Vienna che restituiranno l’Alta Ungheria e la Transilvania ai Magiari, terre che erano state sottratte loro dal trattato di Trianon. Così quando Sándor Márai finalmente potrà rientrare a Kassa, sua città natale nell’Alta Ungheria, (oggi Košice in Slovacchia) capirà bene che le intenzioni di Hitler sono quelle di coinvolgere l’Ungheria in una rovinosa guerra contro l’Unione Sovietica.

Budapest - Ponte della Libertà
È incredibile come, parlando con un anziano politico, Sándor Márai prospetti l’idea di un’unione tra i paesi dell’Europa come unico modo per evitare la guerra nel vecchio continente. Se un giorno in Europa occidentale si avrà un’unione doganale fra territori più vasti, fra paesi diversi, o addirittura una moneta comune, già questo basterà a far sì che col tempo i confini nazionali diventino puramente virtuali, e neppure i popoli danubiani potranno sottrarsi a un simile esempio. (Traduzione di Laura Sgarioto). L’anziano e smaliziato politico risponderà “Il mondo è materia infiammabile… Non è possibile rinchiuderlo nelle casseforti ignifughe di progetti e accordi”. Un progetto ante litteram di Unione Europea lo troviamo anche nelle testimonianze raccolte da Paolo Rumiz nel suo Gulaschkanone (post precedente). Purtroppo ora che l’Unione Europea esiste e in qualche modo ha dato a questo continente sessant’anni di pace e benessere ci sono, direbbe Márai, esseri curiosi, intenti a maneggiare con prometeica malignità la materia infiammabile del mondo […] e per fargli prendere fuoco basta una volta sola, un solo uomo, con un singolo cerino acceso. E dopo le lezioni di Hiroshima e di Bikini non è più una paura del tutto immotivata.
Márai racconta la Storia con la stessa forza della sua narrativa. Conduce un’analisi attenta non solo dei fatti, ma anche delle emozioni e dei sentimenti che i protagonisti di quella tragedia collettiva hanno provato. Egli non manca di mescolare il proprio stato d’animo, le sue vicende personali più intime, i suoi dolori, con quelli del popolo magiaro e della sua classe sociale. Il libro che ne risulta è molto di più che una testimonianza, o un semplice diario, esso è bensì un romanzo affresco, dalla nervatura tragicamente realistica, che si rivela spesso profetico, vista la natura umana così incline a perseverare negli errori del passato.
© Maurizio Ceccarani 2017


www.adelphi.it
Sándor Márai, Volevo tacere, Milano, Adelphi, 2017

lunedì 26 giugno 2017

GULASCHKANONE di Paolo Rumiz

I fantasmi esistono. Dipendono da noi. Siamo noi che possiamo dare loro la possibilità di parlare, cercandoli nelle pieghe del ricordo, nei luoghi delle loro esistenze, nel rispetto della memoria, nello stupore della testimonianza, nella dolcezza della pietà e del calore umano. Allora, come in un rito medianico, come in un sortilegio, essi si animano, si materializzano e parlano con noi, attraverso di noi, ma con la loro voce. È questa l’operazione che fa Paolo Rumiz, in Gulaschkanone, edito da Feltrinelli nella collana ZOOM Wide, la collana esclusivamente digitale dell’editore milanese. L’autore triestino torna sulle tracce dolorose del fronte orientale della Grande Guerra con un testo tanto insolito, quanto necessario e di una potenza letteraria straordinaria. Nel corso della scrittura di Come cavalli che dormono in piedi (post del 18/1/2015)Rumiz ha raccolto un immenso materiale di testimonianze: interviste, fotografie, libri, oggetti, storie raccontate spontaneamente da nipoti di reduci e caduti. Sfruttando queste testimonianze, egli passa dalla narrazione alla rappresentazione, e i fantasmi prendono corpo. Su un palco che ricorda più il luogo di un rito che un teatro, si muovono il narratore; il lettore; un musicista che con la chitarra crea un’atmosfera propiziatoria; Ferruccio, il nonno dell’autore, guida silenziosa e necessaria ad oltrepassare la linea d’ombra. A questi personaggi va aggiunto un pubblico che non è nascosto dal buio della platea, bensì in luce, in quanto presenza indispensabile per la riuscita del sortilegio.

Gulaschkanone è tratto dal canovaccio della messa in scena ispirata al libro, a cura del Teatro stabile del Friuli-Venezia Giulia. Lo specifico teatrale dà a Rumiz la possibilità di far muovere i suoi fantasmi, di farli parlare e interagire. Non si tratta di una commemorazione, né tantomeno di una celebrazione. Si tratta di un incontro, - magico, - con le migliaia di soldati morti sul fronte della Galizia. Soldati spazzati via dalle loro precarie sepolture dai bulldozer sovietici, cancellati per l'imbarazzo della sconfitta dagli Austriaci, dimenticati per l'imbarazzo della “divisa sbagliata” dagli Italiani che invece combattevano alleati ai russi, caduti occultati dalla memoria storica di eventi che hanno predominato, come la battaglia di Verdun, o al Rivoluzione russa, o Caporetto. Ma sui Carpazi ancora esistono piccoli cimiteri di guerra, dove riposano soldati con divise diverse; dove riposano gli uomini di un’Europa che non esiste più. Un’Europa straordinariamente unita da una rete capillare di treni, da fiumi lenti e sinuosi, da immense pianure dai confini incerti. Un’Europa di popoli di lingue e nazionalità diverse e dalle cittadinanze mobili, provvisorie. Sulle tombe di quei cimiteri, la mano pietosa, il cuore generoso, la mente aperta possono ancora accendere un lumino. Un gesto semplice, umile, modesto, ma grande testimonianza di civiltà.
http://www.feltrinellieditore.it/news/2017/06/07/una-storia-inedita-di-paolo-rumiz-solo-ebook/
Il Gulaschkanone era la cucina da campo austroungarica, un marchingegno su ruote che inghiottiva carne animale e sputava spezzatino. Inutile dire che è la triste metafora di una guerra che ha macellato milioni di uomini: il Gulaschkanone che produce Kanonengulasch! Spezzatino di uomini che non avevano nessun motivo per uccidersi. Ora dall’humus di quelle ossa maturano albicocche e mirtilli, le pianure in fiore non sembrano avere confini e, in realtà non dovrebbero averne. Un’Europa Unita, almeno sulla carta, dovrebbe rassicurare gli animi delle genti del vecchio continente. Eppure, a cento anni di distanza, la situazione è questa: Bande armate in libertà, attentati, il Mediterraneo pieno di morti, masse in fuga che non sanno dove andare… E che dire di questo imbarbarimento del linguaggio, e di questo stato d’emergenza ormai generale, e dell’indebitamento che cresce… E ancora questa nostra Unione che si disintegra a cuor leggero, e le potenze intorno fiutano avidamente il nostro vuoto politico con una voglia matta di riempirlo… Ma chi porta uomini pacifici a sbudellarsi in guerra? Chi sono i grandi burattinai che decidono i destini? Un mese prima dell’attentato di Sarajevo un certo Edmondo Richetti von Terralba, nominato Conte da Francesco Giuseppe, amministratore delegato del grande colosso delle Assicurazioni Generali, aveva analizzato la situazione dei debiti e delle spese militari dei paesi sovrani e aveva redatto un documento che riportava il facile ottimismo di allora alla realtà di una futura Katastrophe. Tale catastrofe, secondo il Richetti si sarebbe potuta evitare solo con l’unione solidale dei popoli europei. Quarant'anni prima della fondazione dell’Unione era stata vista questa soluzione. Purtroppo la storia sembra vichianamente ripetersi. Ora che l’Unione scricchiola, ora che i muri si stanno rialzando e gli interessi politici ed economici dei soliti burattinai ci stanno avviando verso una nuova Katastrophe, ci chiediamo cosa possiamo fare; ci chiediamo se è ancora possibile tenerli insieme questi popoli e il Gulaschkanone lasciarlo arrugginire in magazzino.
© Maurizio Ceccarani 2017
http://www.feltrinellieditore.it/opera/collana/zoom-wide/
Paolo Rumiz, Gulaschkanone, (a cura del Teatro stabile del Friuli-Venezia Giulia, Trieste 2016), Milano, Feltrinelli ZOOM Wide, 2017

lunedì 12 giugno 2017

HOMO FABER di Max Frisch

(Il seguente articolo per una sua intrinseca necessità contiene spoiler).

Ci sono libri che bisognerebbe periodicamente ripubblicare, ogni venti - trent’anni, magari con una nuova traduzione, e periodicamente rileggere. Homo faber di Max Frisch è uno di questi. Lo lessi per la prima volta nel ’91 e rimasi affascinato dalla figura di Walter Faber, questo ingegnere ultra razionalista e pragmatico che viene travolto da eventi a cui la ragione non può mettere argine. Rileggendo il libro nella nuova traduzione di Margherita Carbonaro, a distanza di tutti questi anni, l’incanto è rimasto invariato; solo che una maggiore maturità mi ha fatto scoprire aspetti profondi che a una prima lettura avevo trascurato, e che ora mi fanno collocare questo libro tra i famosi dieci che uno porterebbe con sé su un’isola deserta.
Super-Constellation (Immagine Pixabay)
Prima di tutto, sinteticamente, la trama. Walter Faber, ingegnere di successo, ha una visione del mondo estremamente pratica e razionale. Non legge romanzi, non si interessa all'arte, e le donne per lui hanno un ruolo ben definito che non concede spazi a legami sentimentali troppo forti; tutto per lui è regolato dalle leggi della fisica e tutto è misurabile in termini statistici. Walter conosce Herbert Hencke, durante un volo verso l’America centrale, ma il Super-Constellation su cui volano è costretto a un atterraggio di fortuna nel deserto e, durante la lunga e noiosa attesa dei soccorsi, scopre che Herbert è fratello di Joachim, suo vecchio amico. Trovandosi in un momento di pausa dal lavoro, decide di accompagnare Herbert da Joachim che conduce una piantagione nella giungla guatemalteca. Dopo un viaggio avventuroso, finalmente i due trovano Joachim che si è impiccato a un filo di ferro senza che se ne comprendano le ragioni. Joachim è stato sposato con Hanna, passato amore di Walter. Essendo Joachim medico, Walter prima di lasciarsi con Hanna, l’aveva raccomandata a lui per farla abortire del figlio frutto della loro relazione. Sarà su una nave diretta in Europa che Walter conosce una ragazza di nome Elisabeth, da lui chiamata Sabeth. La ragazza è giovanissima e dopo una schermaglia giocosa in cui si misurano la freschezza di lei e lo stupore di lui, si instaura tra i due una relazione amorosa che culmina in un viaggio in Italia e in Grecia. Walter, in quel momento, non sa che Sabeth è sua figlia, perché Hanna prima di sposarsi con Joachim non ha abortito.  La tragedia si consuma in Grecia. Sabeth viene morsa da un serpente sulla spiaggia, mentre Walter sta facendo nudo il bagno. Alle grida della ragazza lui si precipita per soccorrerla, ma la ragazza in stato confusionale lo respinge, cade, e batte la testa. Morirà qualche giorno dopo in ospedale, non per il morso, ma per la ferita alla testa non diagnosticata. A questo punto ricompare Hanna.
Sfinge (Immagine Pixabay)
Ma con la trama è meglio fermarci qui, perché c’è già abbastanza materiale per riflettere. Sembra evidente che ci troviamo di fronte a una tragedia, (in fondo Max Frisch è più noto come drammaturgo che romanziere), e in particolare una tragedia greca. Vuoi perché culmina proprio in Grecia, vuoi perché il mito di Edipo fa da padrone.  Ma non c’è coup de théâtre, l’io narrante ci dice quasi subito che Sabeth è sua figlia, anche se ovviamente questa conoscenza è retrospettiva. Infatti il sottotitolo del romanzo è Un resoconto, una sorta di meditazione per capire come è potuto succedere un fatto così assurdo, e per cercare una qualche ragione di innocenza. Quella di Edipo è una tragedia del destino, egli si congiunge carnalmente alla madre perché non sa, anche se, a ben vedere, una specie di attrazione fatale, di bisogno di ricongiungimento, proprio perché è stato abbandonato e rifiutato, potrebbe essere valutata come componente di questo destino. Per Walter Faber, che incarna una sorta di Edipo rovesciato, le cose stanno diversamente. È importante prima di tutto tracciare meglio la personalità di questo straordinario personaggio. Egli ha una visione razionale della realtà, ma non è assolutamente un cinico, per lui c’è un posto per ogni cosa e ogni cosa deve stare al suo posto. Prova un certo disgusto per il miscuglio di vita e di morte che gli si presenta nel corso della sua avventura nella giungla, una natura dionisiaca invadente e incontrollabile. In fondo si è laureato con una tesi sull'importanza del Diavoletto di Maxwell, teoria che cita spesso nel corso della narrazione. La teoria del fisico scozzese, se confermata, porterebbe a contraddire il secondo principio della termodinamica, in particolare porterebbe a un controllo dell’entropia, ovvero del disordine cui tendono i tutti i sistemi. Ma è solo un’ipotesi, una teoria, un esperimento mentale. Quello di Faber è il sogno di un mondo ordinato, apollineo, che viene sconvolto dall'ingresso del caos, dall'imprevedibile, da ciò che statisticamente ha una probabilità bassissima di accadere. Se la colpa di Edipo è il non sapere, quella di Walter Faber è il pensare di sapere, ovvero la presunzione di dare un ordine alla realtà. Egli non forza la relazione con Sabeth, ma vi scivola ineluttabilmente. Sembra essere più la ragazza ad avere quell'attrazione fatale che dà una mano al destino: in fondo è vissuta senza padre o meglio con Joachim, con cui aveva un buon rapporto sì, ma dal quale è stata sempre tenuta a distanza: Joachim voleva un figlio suo da Hanna. C’è un però che rende diverso Faber da Edipo: durante lo sviluppo della relazione con Sabeth, egli viene a sapere che la ragazza è figlia di Hanna ma, convinto che Hanna abbia abortito, pensa che il padre sia Joachim.
Molecole (Immagine Pixabay)
 Forse sono un vigliacco. Non osavo dire o chiedere altro di Joachim. Facevo calcoli dentro di me (parlando nel frattempo più del solito, credo), ininterrottamente, finché il calcolo ottenne l’esito voluto: poteva essere soltanto figlia di Joachim! Non so come avessi calcolato; aggiustai le date fino a farlo quadrare, il calcolo in sé. In pizzeria, Sabeth si era allontanata un po’, mi divertii a verificarlo per iscritto. Quadrava; avevo scelto le date (la comunicazione di Hanna che aspettava un bambino e la mia partenza per Baghdad) in modo che funzionasse; solo la data di nascita di Sabeth era fissa, il resto si combinava a puntino, e finalmente mi sentii sollevato. (Traduzione di Margherita Carbonaro).

Questo è il peccato di Faber: la supposizione di poter ordinare la realtà, che è più o meno l’equivalente del Diavoletto di Maxwell che interviene sul disordine entropico del sistema. Edipo non sa, Faber crede di sapere.
Edizione del 1991 per la traduzione di Aloisio Rendi
Nella seconda parte del libro la prosa, dapprima agile e frammentata, raggiunge toni di mirabile lirismo. Il racconto diventa struggente. Riemerge, dai filmini girati durante il viaggio, il volto di Elisabeth, il suo sorriso, i suoi occhi, le sue mani. Si consuma tutto il disorientamento di Faber che ormai, nel dolore, scopre l’amore, di padre o di amante poco importa, si tratta di amore per un essere delizioso che ormai non c’è più, forse per colpa sua. La figura di Hanna domina sulle ultime pagine. L’ex compagna di Faber, la madre di Elisabeth, straziata dal dolore si scaglia in un primo momento contro l’ex amante, ma poi si rende conto che questi è l’unica persona con cui condividere il dolore e rilascia una confessione che in parte riscatta Faber. Hanna ha sempre considerato Elisabeth esclusivamente sua, le ha sempre negato un padre, e lo stesso Joachim, che desiderava un figlio da lei, è stato in qualche modo escluso: Hanna si è fatta sterilizzare. Elisabeth doveva essere solo figlia di Hanna, unica figlia di Hanna, senza un padre, neanche Faber poteva essere considerato tale, mai Hanna ha accennato a lui nell'allevare Elisabeth. Faber è padre di Elisabeth, ma non lo è moralmente. Questo non lenisce certo la sofferenza di quest’uomo che si avvia, ormai malato, verso un intervento chirurgico che non lascia presagire niente di buono e che è destinato, probabilmente, a ristabilire quell'ordine che il finale di ogni tragedia greca esige.
© Maurizio Ceccarani 2017
Edizione del 2017 per la traduzione di Margherita Carbonaro
 www.feltrinellieditore.it/
Max Frisch, Homo Faber - Un resoconto, traduzione di Margherita Carbonaro, Milano, Feltrinelli, 2017